“Ci siamo confrontati con 22 stakeholders appartenenti o legati al comparto del gioco pubblico, quindi il mondo degli operatori, il mondo Asl, i sindacati e una serie di esperti con una competenza specifica sul settore. Nel complesso il comparto è considerato importante dal punto di vista occupazionale, economico e in ambito di salute e ordine pubblico. E’ emerso che spesso c’è una mancata valorizzazione della contrapposizione del gioco legale contro quello illegale, mancano anche un’adeguata valorizzazione dei concessionari e degli operatori e una regolamentazione iniziale della quantità di offerta”.

Lo ha detto Roberta Belli – BVA Doxa, Sociologa e Ricercatrice – con expertise specifica nel settore dei giochi con vincita in denaro, illustrando i risultati della ricerca dal titolo “Il contrasto ai rischi derivanti dai disturbi da gioco d’azzardo”, presentata a Roma presso la sede della Pontificia Università della Santa Croce in Piazza di Sant’Apollinare, 49.

“Il Gap è considerato un disturbo esistente, di cui farsi carico in modo prioritario e con azioni specifiche. L’ampiezza del Gap, però, viene spesso sovradimensionata. L’offerta di gioco, di per sé elemento neutro, diviene nel sentiment comune la causa diretta delle derive patologiche. In ambito normativo quindi si finisce per percorrere una via sbagliata, che punta sull’inibizione spaziale e sensoriale della possibilità di giocare, questo può portare a percorsi di gioco più rischiosi e difficilmente monitorabili, oltre che a indebolire e ostacolare il presidio del gioco legale, concedendo un vantaggio all’offerta illegale. In sintesi si punta su una normativa che si muove in modo poco lucido, demonizzando il gioco anzichè governarlo. Sul distanziometro – ha spiegato Belli – è emerso che scoraggia il giocatore sociale, indebolisce il presidio legale e si rivela di fatto una misura espulsiva, che rende impossibile la ricollocazione delle attività, con pesanti risvolti di ordine economico e occupazionale. Delocalizzare il gioco non elimina la propensione al gioco, ma porta verso l’online e l’offerta illegale. Si rischia di creare pericolosi ghetti di gioco. Un altro elemento di particolare preoccupazione è dato dal fatto che l’offerta illegale trae vantaggio dalla selva di regole e limitazioni che affliggono il comparto legale. Ogni forma di proibizionismo produce un beneficio per l’illegalità. Gli stakeholders del mondo sindacale mettono in evidenza i rischi sul piano dell’occupazione a causa della natura espulsiva e della retroattività dei distanziometri. Lo stesso vale per la riduzione degli orari di apertura dei luoghi di gioco. Il tutto – ha aggiunto Belli – con l’aggravante del periodo pandemico. Il divieto di pubblicità viene visto come un’occasione mancata per educare e orientare il giocatore, questa ha infatti un’importantissima funzione informativa, permette di indicare quale è il gioco legale. Tra gli operatori del gioco e del mondo sindacale c’è la convinzione che sia necessario intervenire sulla questione reputazionale. I lavoratori scontano infatti la generalizzata demonizzazione verso il comparto, quando in realtà questi sono alleati delle istituzioni. Il riordino sembra a molti un’autentica chimera, un traguardo da raggiungere ma che ancora non si intravede. Si ritiene fondamentale la centralizzazione dell’impulso normativo, che deve essere in chiave nazionale, è inoltre importantissimo un confronto costante tra le parti. E’ fondamentale ridefinire lo storytelling sul gioco e rendere gli operatori delle figure chiave in un circolo virtuoso finalizzato al contrasto del Gap. Per raggiungere questo obiettivo bisogna: qualificare l’offerta attraverso una serie selezione del mercato; sottolineare il ruolo di baluardo della legalità contro l’offerta di gioco illegale; dare agli operatori del gioco pubblico un maggiore potere nelle azioni di contrasto al giocatore patologico/problematico, come la possibilità di allontanamento dai luoghi di gioco, di monitoraggio, di comunicazione con SerD ed enti preposti alla presa in carico; continuare e potenziare le attività di formazione. Per molti è essenziale invertire l’obiettivo emotivo della gestione del gioco pubblico: bisogna formare, informare ed educare, non proibire e comprimere”, ha concluso Belli.

In seguito è intervenuta Sonia Biondi – BVA Doxa, Head of Rome Office e Business Unit Manager – esperta di ricerche sociali nel mondo game, che ha illustrato il punto di vista dei giocatori: “Per loro il gioco porta verso la vitalità, genera ottimismo, novità, migliora le relazioni. Non sono tutti ludopatici. Chiedono quindi di fare distinzione, di non essere etichettati. I giocatori sani sono i primi a dire che il gioco è un’attività divertente, una piccola gratificazione personale. Bisogna educare, far sì che il gioco non sia un’attività che isola dagli altri. E’ necessario fare in modo che il gioco non venga visto come la soluzione ai propri problemi finanziari. Ci sono importanti strategie sociali per ottenere questi obiettivi, bisogna puntare su una vera e propria cultura del gioco. I giocatori sani chiedono di essere riconosciuti. I giocatori alla deriva sono quelli che hanno meno autostima, quindi bisogna rafforzare questa loro debolezza”.