Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte (Sezione Seconda) ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Ministero dell’Economia e delle Finanze, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, in cui si chiedeva l’annullamento del provvedimento n. 7566 del 17 aprile 2015, con il quale l’Ufficio Regionale del Piemonte e della Valle d’Aosta ha revocato la concessione di ricevitoria del gioco del lotto (…) per ritardato ed omesso pagamento dei proventi del gioco; del successivo avviso di avvio del procedimento di decadenza dalla concessione per la gestione della rivendita tabacchi del 30 aprile 2015.

Si legge: “Dalle verifiche degli estratti conto settimanali, l’Amministrazione ha riscontrato ritardi nei versamenti dei proventi del lotto ed ha emesso, nei confronti del ricorrente, atti scritti di contestazione di illecito amministrativo: per euro 1.327,10, con provvedimento n. 55218 del 22 novembre 2013; per euro 1.202,62, con provvedimento n. 44582 del 22 settembre 2014; per euro 1.777,37, con provvedimento n. 47866 del 15 ottobre 2014; per euro 6.110,90, con provvedimento n. 56684 del 18 dicembre 2014; per euro 7.375,69, con provvedimento n. 1544 del 16 gennaio 2015.

Per nessuna delle anzidette contestazioni il ricorrente ha controdedotto in sede procedimentale.

L’Amministrazione, a fronte del mancato riscontro alle intimazioni di pagamento, ha iscritto gli importi a ruolo presso l’agente della riscossione ed ha comunicato al ricorrente l’avvio del procedimento di revoca della concessione del lotto, con nota dell’11 febbraio 2015.

Il ricorrente ha versato le somme dovute soltanto in data 26 marzo 2015, a distanza di 84 giorni dalla scadenza di pagamento della settimana contabile di riferimento.

Con provvedimento n. 7566 del 17 aprile 2015, qui impugnato, è stata infine disposta la revoca della concessione della ricevitoria lotto, per omesso versamento nei termini assegnati dall’Amministrazione ai sensi dell’art. 2 del contratto di concessione.

Il ricorrente ne chiede l’annullamento, deducendo la violazione dell’art. 34 della legge n. 1293 del 1957 e l’eccesso di potere sotto molteplici profili.

Si è costituito il Ministero dell’Economia e delle Finanze, chiedendo il rigetto del ricorso.

L’istanza cautelare è stata respinta, con ordinanza di questa Sezione n. 248/2015 così motivata:

“(…) Ritenuto, quanto al fumus, che il provvedimento di revoca appare congruamente motivato, specialmente in relazione al ritardato versamento (dopo 84 giorni dalla scadenza del termine assegnato) della somma di euro 7.375,69; Richiamato, in proposito, il precedente di questa Sezione su fattispecie analoga (…); Ritenuto che l’impedimento invocato dal ricorrente (doc. 15 dell’Avvocatura dello Stato) non appare idoneo a giustificare i reiterati ritardi nel versamento delle somme all’Erario; Ritenuto, infine, che appare legittima la clausola convenzionale (art. 2 del contratto di concessione) che prevede la revoca nell’ipotesi di omesso versamento oltre i cinque giorni dall’atto di intimazione”.

All’udienza pubblica del 23 febbraio 2021 la causa è passata in decisione.

Il ricorso è infondato, per le ragioni già sommariamente enunciate nella fase cautelare.

Il ricevitore che esercita la raccolta del gioco del lotto svolge tale attività in forza di un contratto di concessione stipulato con l’Amministrazione ed assume la qualifica di agente contabile dello Stato.

La disciplina applicabile al caso di specie è contenuta nell’atto di concessione, che rinvia alle norme di legge in materia di riversamento dei proventi del gioco del lotto ed a quelle che prevedono le sanzioni amministrative per inadempimento.

Come stabilito dall’art. 2 del contratto di concessione statale, al concessionario della ricevitoria è consentito di versare alla società concessionaria Lottomatica i proventi del gioco attraverso tre mezzi alternativi di pagamento: tramite il servizio postale, tramite bonifico bancario con valuta fissa, tramite rimessa interbancaria diretta.

Con riferimento al pagamento con bollettino postale, è noto che, una volta effettuato il versamento presso un ufficio postale alla scadenza, il pagamento è da considerarsi satisfattivo per l’Amministrazione, in quanto non vengono applicati ulteriori giorni di valuta al beneficiario. Mentre, per i pagamenti da effettuarsi tramite istituti di credito, il ricevitore deve accertare che la banca, pur applicando i giorni di valuta consentiti dalla disciplina europea, effettui il versamento all’Amministrazione alla scadenza. Pertanto, integrano l’inadempimento i pagamenti effettuati con valuta diversa.

Come previsto dal contratto, i proventi del gioco del lotto debbono essere versati in via tassativa entro il giovedì di ogni settimana, nella misura portata dall’estratto conto stampabile dal terminale a partire dal martedì. La somma è al netto dell’aggio del ricevitore, di intera spettanza delle casse erariali.

L’art. 2 del contratto di concessione prevede, in conformità con l’art. 34 della legge n. 1293 del 1957, l’applicazione di una sanzione amministrativa, per i versamenti effettuati in ritardo rispetto alla scadenza di legge, e la revoca della concessione, nell’ipotesi di omessi versamenti sanati oltre i cinque giorni assegnati nell’atto di intimazione di pagamento.

Con riguardo a fattispecie identica a quella in esame, questa Sezione ha così deciso: “(…) Il collegio osserva che dalla lettura delle clausole contrattuali appena menzionate si ricava quanto segue: – il concessionario che scelga di effettuare i versamenti dei proventi del gioco mediante bonifici bancari deve farlo ‘nel giorno di giovedì di ogni settimana’ e ‘con valuta fissa’; – il concessionario che effettui il predetto versamento oltre il termine indicato è soggetto al pagamento di una sanzione amministrativa e degli interessi nella misura di legge; – il concessionario che ritardi il versamento per tre volte nel corso di un biennio e commetta un ulteriore ritardo nei sei mesi successivi a quello precedente, subisce la revoca della concessione. Da tali rilievi conseguono due considerazioni: la prima è che la sanzione amministrativa pecuniaria non è alternativa alla revoca della concessione, ma è configurata in termini di piena autonomia; la seconda è che entrambe le sanzioni, sia quella pecuniaria sia la revoca della concessione, non sono rimesse ad una valutazione discrezionale dell’Amministrazione, ma conseguono direttamente e necessariamente dal verificarsi dei rispettivi presupposti. Esse, pertanto, al ricorrere dei presupposti definititi convenzionalmente dalle parti, costituiscono per l’Amministrazione altrettanti atti dovuti. (…) Si tratta, in definitiva, di quattro ritardi in poco più di un anno. Alla luce di tali rilievi, ritiene il collegio che nel caso di specie sussistessero i presupposti stabiliti nel contratto accessivo alla concessione, sia per l’irrogazione alla ricorrente di una sanzione pecuniaria per ogni ritardo accertato (come difatti è avvenuto), sia per la revoca della concessione stessa. Sia le une che l’altra hanno costituito per l’Amministrazione atti dovuti, alla luce delle inequivoche pattuizioni contenute nell’art. 2 del citato contratto di concessione: norma non impugnata dalla ricorrente e correttamente richiamata dall’Amministrazione nella motivazione di entrambi gli atti impugnati. Costituendo la revoca un atto dovuto, l’Amministrazione non era obbligata a valutare la proporzionalità della sanzione irrogata alla gravità delle infrazioni commesse, anche perché, come giustamente osservato dalla stessa Amministrazione, detta proporzionalità era già stata valutata ex ante dalle parti e posta a fondamento degli specifici accordi convenzionali consacrati nel contratto per la disciplina del rapporto di concessione” (TAR Piemonte, sez. II, n. 1941 del 2010; nello stesso senso, da ultimo, Cons. Stato, sez. IV, n. 7116 del 2020).

Il provvedimento di revoca qui impugnato trae origine dalle documentate violazioni degli obblighi posti dal contratto stipulato con l’Amministrazione e dagli artt. 24 e 30 del d.P.R. n. 303 del 1990 (recante il “Regolamento di applicazione ed esecuzione delle leggi 2 agosto 1982, n. 528 e 19 aprile 1990, n. 85 sull’ordinamento del gioco del lotto”). Le disposizioni attengono agli obblighi in capo al concessionario ed ai raccoglitori.

Il ricorrente, in un breve intervallo di tempo, è incorso in cinque ritardi o omessi versamenti dei saldi dei proventi della raccolta del gioco, così integrando l’abitualità della violazione ai sensi dell’art. 34 della legge n. 1293 del 1957. Del tutto inconferente è, a tal fine, la pretesa riconducibilità degli omessi versamenti a problemi di salute, per i quali il ricorrente avrebbe prodotto un certificato medico.

La clausola di cui all’art. 2 del contratto di concessione esprime legittimamente la valutazione compiuta ex ante dall’Amministrazione circa la gravità dell’inadempimento, a tutela dell’interesse erariale al puntuale versamento degli introiti da giochi. La vendita dei generi di monopoli è associata ad un regime improntato a particolare severità, in quanto il concessionario è investito di specifiche responsabilità e l’Amministrazione ha la facoltà di introdurre, oltre a quelle previste dall’art. 34 della legge n. 1293 del 1957, ulteriori ipotesi di revoca in sede di disciplina convenzionale del rapporto concessorio, rispetto alle quali il gestore manifesta il proprio consenso mediante la sottoscrizione del contratto, allo specifico scopo di garantire la tutela di interessi generali, quali la liceità del gioco e la realizzazione del prelievo fiscale (cfr. Cons, Stato, sez. II, n. 1790 del 2020; Id., sez. IV, n. 3195 del 2020). La funzionalità del sistema, sotto il profilo finanziario e contabile, richiede la massima certezza di regolarità dei flussi finanziari, sicché anche il solo ritardo nel pagamento costituisce una violazione legittimante l’adozione del provvedimento di revoca (cfr. Cons. Stato, sez. IV, n. 4825 del 2019).

In definitiva, la ratio delle disposizioni concernenti la revoca è costituita dal venir meno, al ricorrere di determinati presupposti, del rapporto di fiducia nei confronti del ricevitore, il quale, a causa del proprio inadempimento, diviene inaffidabile, per cui la revoca e la conseguente decadenza, nel caso di specie, sono state legittimamente adottate.

In conclusione, il ricorso è infondato.

Le spese processuali possono essere compensate.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate”.