Il Consiglio di Stato ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro il Ministero delle Finanze – Amministrazione Autonoma Monopoli di Stato in cui si chiedeva la riforma della sentenza del T.a.r. per l’Abruzzo, sede di Pescara, concernente la revoca di licenza per la rivendita di generi di monopolio.

Si legge: “Con ricorso n. 149 del 2007, proposto innanzi al T.a.r. per l’Abruzzo, sede di Pescara, il signor -OMISSIS- aveva chiesto l’annullamento del provvedimento del 31 gennaio 2007, con cui gli era stata revocata la licenza n.-OMISSIS- per la rivendita di generi di monopolio e la concessione n.-OMISSIS-per l’annessa ricevitoria del lotto per essere state sorprese ad espletare le relative attività, come da accertamenti della Guardia di Finanza, persone non autorizzate.

2. A sostegno dell’impugnativa il ricorrente aveva dedotto quanto segue:

i) non sarebbe necessaria la presenza fisica del titolare della rivendita;

ii) la signora -OMISSIS-, che è stata sorpresa ad esercitare la vendita, sarebbe stata regolarmente autorizzata;

iii) non sarebbe stata adeguatamente chiarita la circostanza, evidenziata nel provvedimento impugnato, relativa alla titolarità in capo al ricorrente di un ulteriore esercizio commerciale nel Comune di riferimento;

iv) non sarebbero sussistenti le ragioni, prospettate dall’amministrazione, che denotano la connotazione della abitualità posta a fondamento della revoca;

v) l’assenza sarebbe giustificata dalle sue condizioni di salute perché affetto da -OMISSIS-

3. Costituitasi la difesa erariale, il Tribunale ha così deciso il gravame al suo esame:

– ha respinto il ricorso, reputando infondate tutte le censure articolate;

– ha compensato le spese di lite.

4. In particolare, il Tribunale ha ritenuto che:

– infondato è il primo motivo, in quanto “la gestione “personale” cui fa riferimento sia l’art. 28 della legge n.1293/1957 sia l’art.63 del d.P.R. n. 1074/1958 implica chiaramente l’effettiva presenza nel locale della rivendita del titolare della licenza”;

– infondato è il secondo motivo, in quanto “la presenza di altro soggetto nella rivendita nell’accertamento svolto il 19.4.2006, non può affatto ritenersi implicitamente assentita ai sensi degli artt. 2 e 19 della legge n.241/1990”;

– “infondato è anche il terzo motivo perché la revoca non si fonda affatto sulla titolarità di altro esercizio commerciale da parte del ricorrente”;

– infondato è il quarto motivo, in quanto “La violazione dell’obbligo della gestione personale della rivendita è espressamente ed autonomamente prevista come motivo di revoca della licenza dal punto n.1 del I comma dell’art. 34 della legge n. 1293/1957”;

– gli impedimenti fisici evidenziati nelle controdeduzioni potevano costituire motivo di giustificazione dell’assenza del ricorrente, titolare dell’autorizzazione, ma non anche del coadiutore o dell’assistente alla vendita.

5. Avverso tale pronuncia il signor -OMISSIS-ha interposto appello, notificato l’8 marzo 2011 e depositato il 31 marzo 2011, lamentando, attraverso cinque motivi di gravame coi quali ha riproposto i motivi di primo grado ritenuti non adeguatamente scrutinati, quanto di seguito sintetizzato:

I) avrebbe errato il Tribunale nel ritenere necessaria la presenza fisica della titolare della rivendita sol perché sono disciplinate le figure del coadiutore e dell’assistente di vendita o perché sono previste due categorie speciali, quali i grandi invalidi e i non vedenti, che godono dell’esenzione dalla gestione personale, essendo soltanto necessario che il titolare della rivendita sia in grado di gestire il commercio dei beni oggetto di monopolio in modo diretto;

II) avrebbe errato il Tribunale nel respingere il secondo motivo del ricorso originario, in quanto deve ritenersi sufficiente la rituale comunicazione, relativa alla nomina della signora -OMISSIS- quale assistente alla vendita, all’amministrazione finanziaria ben 4 mesi prima dell’accertamento della Guardia di Finanza;

III) erronea sarebbe anche la statuizione relativa al rigetto del terzo motivo di ricorso, atteso che, contrariamente a quanto opinato dal Tribunale, l’amministrazione ha posto a fondamento del provvedimento adottato la circostanza della titolarità di altro esercizio commerciale;

IV) contrariamente a quanto affermato dal Tribunale, secondo cui sarebbe stata applicata la sanzione di cui al n. 1 dell’art. 34, il provvedimento impugnato pone a suo fondamento la pretesa abitualità del comportamento trasgressivo accertato, e non semplicemente qualificato quale semplice aggravante, cosicché assume rilievo dirimente quanto prospettato circa l’insussistenza delle precedenti violazioni per intaccare la legittimità dell’atto;

V) sarebbero idonee a giustificare la rilevata assenza dell’appellante le sue condizioni di salute, perché affetto da cardiopatia, in modo da rendersi necessaria la sua sostituzione almeno nei casi in cui ha dovuto assumere una posizione di riposo con trattamento farmacologico.

6. L’appellante ha concluso chiedendo, in riforma dell’impugnata sentenza, l’accoglimento del ricorso di primo grado e quindi l’annullamento degli atti con lo stesso impugnati.

7. In data 11 aprile 2011 si è costituito il Ministero appellato con atto di stile.

8. In data 10 marzo 2020 parte appellata ha depositato nota del Ministero relativa alla disposta cessazione dell’esercizio in questione.

9. La causa, chiamata per la discussione all’udienza pubblica svoltasi con modalità telematica del 28 aprile 2020, è stata ivi trattenuta in decisione.

10. Ritiene il Collegio che l’appello sia infondato e sia pertanto da respingere.

10.1 Infondato è il primo motivo d’appello, col quale si contesta l’approccio interpretativo, seguito dal Tribunale, alla norma di cui all’art. 28 della legge n. 1293/57, laddove discorre di “gestione personale” della rivendita, a tal uopo valorizzandosi la formulazione della connessa previsione di cui all’art. 63 del d.P.R. n. 1074/58 (“Approvazione del regolamento di esecuzione della L. 22 dicembre 1957, numero 1293, sulla organizzazione dei servizi di distribuzione e vendita dei generi di monopolio”), dalla quale si evincerebbe che il requisito della personalità si riferisce alla sola gestione economica delle rivendita e non alla presenza fisica del suo titolare. A tal uopo l’appellante valorizza il tenore letterale di tale disposizione laddove prevede quanto segue: “… si richiede che il rivenditore abbia la effettiva gestione finanziaria della rivendita, spieghi un diretto interessamento sul funzionamento di essa ed abbia la disponibilità in proprio nome, per regolare atto avente, data certa, del locale o della porzione di locale occupato dalla rivendita”. Tale formulazione della norma regolamentare esecutiva non può valere a superare il chiaro ed univoco disposto della legge cui è chiamata a dare esecuzione ed in particolare della disposizione contenuta nell’art. 28 della legge 22 dicembre 1957, n. 1293, il cui secondo comma statuisce che “L’Amministrazione può consentire la presenza nella rivendita di persona di famiglia del rivenditore, autorizzata a coadiuvarlo e sostituirlo nelle temporanee assenze o impedimenti”. Trattasi di una previsione normativa che sottende la chiara esigenza di assicurare la presenza fisica del titolare della rivendita, coniando così una regola suscettibile di essere derogata soltanto nei casi contemplati dalla stessa previsione normativa ed in particolare quando la rivendita sia affidata ai grandi invalidi di guerra e ai ciechi civili “che possono essere sostituiti in via permanente dal coadiutore”, essendo solo costoro espressamente “dispensati dalla gestione personale”.

10.2 Infondato è anche il secondo motivo, col quale l’appellante assume che la nomina della signora -OMISSIS-, quale aiutante materiale alla vendita, sarebbe andata a buon fine pur non avendo l’Amministrazione fornito alcuna risposta alla sua nota del 19 giugno 2006, applicandosi il regime del silenzio assenso e non del silenzio rifiuto come opinato dal Tribunale. La censura, articolata in primo grado e riproposta in questa sede, è di per sé priva di ricaduta patologica, in quanto la raccomandata contenente la nomina della signora -OMISSIS- veniva spedita dopo che la Guardia di Finanza aveva già accertato la trasgressione dell’obbligo di gestione personale in data 31 maggio 2005, il 30 marzo 2006 ed il 4 aprile 2006, così da integrare il presupposto a base della disposta revoca. Peraltro la tesi espressa dall’appellante, secondo cui troverebbe applicazione il regime del silenzio assenso così non rendendosi necessario un provvedimento espresso dell’Amministrazione, è contraddetta dalla previsione normativa di cui all’art. 64 del d.P.R. n. 1074/1958 che, nel consentire che il titolare della rivendita sia temporaneamente sostituito da un “assistente” nell’espletamento delle operazioni di vendita, prevede che la sua nomina sia effettuata dall’Ispettorato Compartimentale (art. 64, ultimo comma). Ne consegue che l’appellante avrebbe dovuto attendere le determinazioni dell’Amministrazione prima di ritenere la signora -OMISSIS- investita dei compiti di assistente alla vendita dei generi di monopolio e quindi legittimata a sostituirlo in tale veste nei locali dell’esercizio. Inoltre nello stesso atto impugnato si dà atto di tale circostanza, evidenziandosi che la nomina della signora -OMISSIS- non era stata ancora autorizzata dall’Ufficio “essendo ancora in corso di definizione il procedimento disciplinare avviato” nei confronti dell’appellante, nonché che la predetta “avrebbe ricevuto espresso divieto da parte Sua (ovverosia del signor -OMISSIS- di vendere tabacchi e di raccogliere le giocate del lotto”, circostanza questa non contestata in ricorso e tale da escludere anche in fatto la sua qualità di assistente alla vendita come configurata dal legislatore.

10.3 Privo di fondamento è pure il terzo motivo d’appello, in quanto, come correttamente osservato dal Tribunale, attraverso la compiuta disamina della relativa censura (affermandosi che “la revoca non si fonda affatto sulla titolarità di altro esercizio commerciale”) , che pertanto a torto parte appellante reputa sia stata obliterata, l’impianto motivazionale che connota il provvedimento impugnato in prime cure si fonda sulla reiterata assenza dai locali della rivendita, come accertato dalla Guardia di Finanza, comportamento che integra la fattispecie di revoca della concessione a mente dell’art. 34 della legge n. 1293/1957, non a caso menzionato in seno al provvedimento impugnato a sostegno della determinazione assunta, norma secondo cui: “L’Amministrazione può procedere alla disdetta del contratto d’appalto o alla revoca della gestione delle rivendite nei seguenti casi: 1) violazione all’obbligo della gestione personale o abbandono del servizio”. Il riferimento, effettivamente contenuto nel provvedimento impugnato, alla titolarità di altro esercizio commerciale svolge una funzione meramente incidentale nel contesto di un’ampia motivazione imperniata sulla reiterata assenza dell’appellante presso i locali della rivendita ai fini della contestazione della fattispecie sanzionatoria di cui all’art. 34, n. 1 della legge n. 1293/1957, essa sola menzionata, quale disciplina di riferimento, nella parte dispositiva del provvedimento. Non vi è quindi ragione per ritenere che la fattispecie configurata dall’Amministrazione sia diversa dalla violazione dell’obbligo di gestione personale, di cui è espressa menzione sia nella motivazione che nel dispositivo del provvedimento impugnato in prime cure.

10.4 L’infondatezza del quarto motivo d’appello, col quale si assume che l’Amministrazione avrebbe applicato la diversa fattispecie di cui al n. 9 dell’art. 34 della legge n. 1293/57, nell’insussistenza dei suoi presupposti applicativi, invece di quella descritta al n. 1 del medesimo articolo, nella sua testè riprodotta formulazione, si deve, ancora una volta, all’esatto tenore della motivazione dell’impugnato provvedimento di revoca della licenza e della concessione dell’annessa ricevitoria del lotto.

Parte appellante, nel riproporre la relativa censura, valorizza la formulazione dell’art. 34 n. 9 della l. n.1293/57, laddove prevede che possa essere sanzionata la “violazione abituale delle norme relative alla gestione ed al funzionamento della rivendita”, ritenendo che tale statuizione normativa sarebbe stata posta a base dell’atto revocatorio pur nella insussistenza della necessaria reiterazione della condotta nella misura stabilita dalla norma (“tre trasgressioni della stessa indole commesse entro un biennio, il rivenditore ne commetta un’altra, pure della stessa indole, nei sei mesi successivi all’ultima delle violazioni precedenti”). Il rilievo è destituito di fondamento proprio per la rilevata estraneità di tale fattispecie sanzionatoria all’assetto motivazionale dell’atto impugnato, avendo l’Ufficio ritenuto che la condotta dell’appellante fosse tale da integrare la diversa violazione dell’obbligo di gestione personale per la reiterata assenza dai locali dell’esercizio e riscontrata – dopo l’irrogazione della pena pecuniaria di 100 euro, per tale medesima ragione, a seguito di processo verbale in data 31 agosto 2005 del Comando Compagnia della Guardia di Finanza di L’Aquila – nelle date del 30 marzo 2006, del 4 aprile 2006 e del 19 settembre 2006.

10.5 Infondato è anche il quinto (ed ultimo) motivo di gravame, col quale l’appellante ripropone il quinto motivo del ricorso di prime cure, per non avere il Tribunale adeguatamente considerato la “grave cardiopatia” di cui l’appellante soffre, tale da giustificare le contestate assenze dai locali dell’esercizio, nelle quali comunque veniva sostituito dalla signora -OMISSIS-, che si insiste nel reputare correttamente investita dei compiti di assistente alla vendita. Ritiene il Collego di condividere quanto sul punto osservato dal Tribunale, e cioè che tali impedimenti fisici potevano giustificare l’assenza del titolare ma non anche del coadiutore e dell’assistente alla vendita regolarmente autorizzati. E’ il caso, infatti, di precisare che, come testualmente evidenziato nell’atto impugnato, l’odierno appellante si avvaleva “del Sig. -OMISSIS–OMISSIS- in qualità di 1° coadiutore di rivendita e ricevitoria lotto e della Sig.ra (…), nella veste di assistente per il materiale servizio di vendita dei generi di monopolio”, entrambi risultati assenti in tutti i sopralluoghi effettuati in sede ancorché pertanto potenzialmente in grado di sopperire ad improvvise e transitorie condizioni di impossibilità fisica espletando i necessari compiti gestionali. Non rileva poi la presenza fisica della signora -OMISSIS- in quanto, come sopra rilevato (§ 10.2), mai autorizzata ad espletare compiti gestionali diretti e per i quali nemmeno era di fatto preposta.

11. In conclusione, l’appello (come già peraltro colto da questo Consiglio di Stato in sede cautelare con la ordinanza n. 1852 del 2011) è infondato e deve essere respinto.

12. Le spese del presente grado di giudizio, per il principio di soccombenza, sono a carico di parte appellante e sono liquidate come in dispositivo, in base ai criteri stabiliti dal regolamento n. 55 del 2014 e dall’art. 26, comma 1, c.p.a.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto (R.G. n. 2494/2011), lo respinge.

Condanna l’appellante alla rifusione, in favore del Ministero appellato, delle spese del presente grado di giudizio che liquida in euro 3.000,00 (tremila/00), oltre agli accessori di legge (I.V.A., C.P.A. e rimborso spese generali al 15%), se dovuti”.