Il Consiglio di Stato ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Ministero dell’Interno, Questura Bari, in cui si chiedeva la riforma della sentenza breve del Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia (Sezione Seconda) n. -OMISSIS-, resa tra le parti.

Si legge: “1. Con sentenza n. -OMISSIS- il T.A.R. Puglia, sede di Bari, ha rigettato il ricorso proposto dalla signora -OMISSIS- contro il provvedimento (n. DIV. P.A.S. – Cat. -OMISSIS- del 4.9.2018) di diniego dell’istanza volta al rilascio della licenza di esercizio di attività di raccolta di scommesse nei locali siti in -OMISSIS-. (…).

2. Il provvedimento impugnato con il ricorso di primo grado ha rigettato l’istanza di rilascio della licenza in ragione di un serie di elementi così sintetizzati dal primo giudice: “l’essere stata la ricorrente fermata in data -OMISSIS- a bordo di un’auto unitamente a soggetto pregiudicato gravato da numerosi precedenti di polizia per reati contro la persona, il patrimonio ed in materia di sostanze stupefacenti; esistenza di una relazione sentimentale consolidata della -OMISSIS- con -OMISSIS-, soggetto pregiudicato e deferito all’Autorità giudiziaria per reati gravi in materia di armi; l’essere stato il -OMISSIS- notato spesso dalla Autorità di P.S. nella fase di allestimento dell’esercizio commerciale di -OMISSIS- -OMISSIS-, nonostante fosse destinatario di un’ordinanza di cessazione di attività di raccolta scommesse; l’essere stato -OMISSIS- in data -OMISSIS- tratto in arresto unitamente al -OMISSIS-, -OMISSIS- -OMISSIS-, per reati di produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti”.

Sulla base di tali elementi fattuali, nonché dei tratti del potere autorizzatorio esercitato con il provvedimento censurato, il T.A.R. ha ritenuto esente dai vizi denunciati la valutazione contenuta in quest’ultimo, secondo la quale “il contesto di vita familiare e relazionale della sig.ra -OMISSIS- -OMISSIS- [può] interferire e condizionare il regolare svolgimento della richiesta attività atteso che è dato di comune esperienza che la criminalità si serva di soggetti ad essa contigui quali familiari, conviventi o altre persone di fiducia per esercitare attività imprenditoriali soggette a licenza di pubblica sicurezza che ai pregiudicati non sarebbero rilasciate”.

3. Con il primo motivo di gravame l’appellante deduce “Error in judicando: Violazione dei termini di conclusione del procedimento di cui al Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 10 ottobre 2012 n.214 (in Gazz. Uff., 10 dicembre 2012, n. 287). – Recante Regolamento di attuazione dell’articolo 2, comma 3, della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni, riguardante i termini di conclusione dei procedimenti amministrativi di competenza del Ministero dell’interno di durata non superiore a novanta giorni”.

Il mezzo censura il capo della sentenza gravata che ha rigettato la censura relativa alla violazione del termine di novanta giorni per la conclusione del procedimento.

La censura è infondata.

Per giurisprudenza assolutamente pacifica di questo Consiglio di Stato (ex multis, II Sezione, sentenza n. 459/2020), “la scadenza del termine previsto per la conclusione del procedimento non è in grado di refluire ex se sulla legittimità dell’atto terminale, ancorché tardivo, a meno che non si tratti – stante una espressa previsione normativa al riguardo non configurabile nella disciplina in subiecta materia vigente – di un termine perentorio con effetto consumativo del potere. Questo Consiglio ha sul punto rilevato infatti che “Il superamento del termine massimo di durata di un procedimento avviato ad istanza di parte comporta le conseguenze previste dagli artt. 2 e 2 bis, l. 7 agosto 1990, n. 241 (tra le altre, costituisce “elemento di valutazione della performance individuale” e consente di proporre innanzi al giudice amministrativo il ricorso avverso il silenzio dell’Amministrazione), ma di per sé non incide sulla legittimità del provvedimento conclusivo del procedimento” (cfr. Cons. Stato, sez. III, 18 maggio 2016, n. 2019)”.

Peraltro, nel caso di specie la censura si rileva particolarmente infondata, dal momento che nella stessa prospettazione dell’appellante si pone in evidenza come la scansione del procedimento in questione è stata caratterizzata da una intensa dialettica procedimentale in funzione partecipativa, che ha dilatato i tempi procedimentali, caratterizzata da sollecitazioni istruttorie dell’interessata.

4. Con il secondo motivo di gravame l’appellante deduce “Error in judicando: Violazione di legge. Violazione e falsa applicazione Violazione e falsa applicazione degli artt. 11 e 88 del R.D. 18 giugno 1931, n. 773. Violazione di legge (art. 2 L.241/90) per carenza di motivazione del provvedimento. Eccesso di potere per carenza, insufficienza ed apoditticità della motivazione e difetto assoluto di istruttoria. Malgoverno del procedimento”.

Il mezzo censura il capo della sentenza gravata che ha ritenuto utilizzabili nella valutazione posta a fondamento del provvedimento di diniego gli elementi di fatto sopra richiamati, sul presupposto che gli stessi sarebbero “del tutto estranei a condotte della appellante ovvero, comunque, del tutto insignificanti al fine di ricavarne un giudizio di inaffidabilità”.

La censura è infondata.

La stessa appellante, nell’invocare la disciplina del potere ex art. 11 T.U.L.P.S., richiama la giurisprudenza di questo Consiglio di Stato secondo la quale la valutazione amministrativa in questione non è sanzionatoria o punitiva, ma cautelare e preventiva.

Proprio alla luce di tale, condivisibile deduzione la censura si palesa infondata.

Il provvedimento impugnato non ha infatti inteso esprimere alcuna valutazione (neppure latamente) punitiva, ma ha desunto da alcuni elementi fattuali, inerenti la vita e le frequentazioni dell’appellante, un motivato giudizio prognostico assolutamente plausibile in punto di sussistenza di controindicazioni al rilascio di una licenza di P.S. (peraltro relativa ad attività “sensibile”, quale la raccolta di scommesse).

Quanto alla deduzione per cui le condotte controindicate devono essere proprie del soggetto interessato, nel caso di specie la sentenza gravata e il provvedimento impugnato in primo grado hanno valorizzato proprio le frequentazioni dell’odierna appellante, ben suscettibili di presentare una valenza sintomatica (a nulla rilevando in contrario la formale incensuratezza dell’interessata, posto che la controindicazione rispetto all’attività da esercitare viene ravvisata proprio nella prospettiva relazionale, e dunque nel contesto di riferimento).

Considerazioni analoghe valgono per la deduzione dell’avvenuto trasferimento di residenza rispetto alla precedente convivenza con soggetto gravato da precedenti, dal momento che si tratta dell’allegazione di un elemento di natura puramente formale a fronte della valenza inferenziale del legame di parentela, valutato non ex se, ma in relazione agli ulteriori, plurimi elementi inerenti le frequentazioni personali.

È poi appena il caso di ricordare che l’esercizio del potere in questione, ampiamente discrezionale proprio in ragione dell’oggetto, è sindacabile nei ristretti limiti della manifesta illogicità, irrazionalità ed irragionevolezza.

Nel caso di specie non soltanto non è dato ravvisare alcun profilo di difformità dal parametro normativo avente simili caratteristiche, ma l’univocità degli elementi raccolti, e la loro convergenza sul piano inferenziale, non consentiva all’amministrazione altro e diverso esito provvedimentale.

5. Con il terzo motivo di gravame l’appellante censura il capo della sentenza impugnata che ha assorbito il terzo motivo del ricorso di primo grado in conseguenza del rigetto del secondo.

Il mezzo è infondato.

Il motivo dichiarato assorbito dal primo giudice concerne infatti un’autonoma causa di rigetto dell’istanza amministrativa inerente l’ubicazione dell’attività: una volta rigettati i motivi concernenti l’assentibilità della stessa, la parte è priva d’interesse a sindacare tale profilo, posto che l’accertamento della radicale insussistenza dei presupposti per il rilascio del provvedimento abilitativo rende ininfluente la contestazione della motivazione del diniego inerente l’ubicazione, dal momento che anche un eventuale accoglimento di tale profilo di censura non avrebbe alcuna conseguenza sull’interesse della parte in conseguenza dell’accertamento del più radicale elemento della non spettanza del bene della vita.

6. Il ricorso in appello è pertanto infondato e come tale deve essere respinto.

Le spese del giudizio, liquidate come in dispositivo, seguono la regola della soccombenza.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo rigetta.

Condanna l’appellante al pagamento in favore del Ministero dell’Interno delle spese del giudizio, liquidate in complessivi euro quattromila/00, oltre accessori come per legge”.