La possibilità per i bar di effettuare, a partire dal 4 maggio, il servizio con consegna a domicilio o da asporto (cosiddetto take away), non sarà molto ma pur sempre qualcosa.

La Fase 2, quella della ripartenza dopo il lockdown, consente una apertura, anche se condizionata, ai bar con effetti, si dice, modesti in termini di fatturato, ma tali da far sperare che si possa tornare alla normalità.

Possibilità da cui sono escluse le moltissime attività che offrono servizi di gioco pubblico e che, al loro interno hanno un servizio bar, molte volte pari se non superiore a quello di moltissime attività di somministrazione.

La burocrazia, che non si blocca nemmeno quando tutto il mondo si ferma per la pandemia, ancora una volta condanna le attività che, come attività principale prevedono appunto il gioco pubblico.

Per chi ha una ricevitoria, una sala giochi con bar annesso, il 4 maggio è stata l’occasione per pentirsi di questa scelta. Indipendentemente dalle caratteristiche del servizio, dalle dimensioni o dalla capacità nel poterlo fare, niente servizio di consegne a domicilio: il codice Ateco (mai così popolare come di questi tempi) li condanna alla chiusura.

 

Ai sensi dell’art. 1, comma 1, lett. aa) del DPCM del 10 aprile 2020, i servizi di ristorazione (tra cui i bar) sono stati sospesi fino al prossimo 4 maggio e, quindi, chiusi al pubblico, ma con la possibilità di fare consegne a domicilio, nel rispetto delle prescrizioni igienico-sanitarie sia per il confezionamento che per il trasporto.

Nel caso di attività cosiddette miste di somministrazione di alimenti e bevande esercitata congiuntamente ad altre commerciali consentite (per esempio quella di vendita di tabaccai), l’attività di somministrazione di alimenti e bevande rimane sospesa, mentre, è possibile continuare le attività consentite.

Nel caso di una ricevitoria o di una sala giochi, attività che restano sospese per effetto del DPCM del 26 aprile, anche il bar sconta la terribile colpa restando in quarantena.

Ora, è pur vero che gli incassi di questi giorni per molte attività di somministrazione non sono tali da risolvere il problema dell’impatto delle chiusure, ma il fatto di non poter nemmeno aprire la serranda costituisce un danno ulteriore per esercizi commerciali che hanno svolto la loro funzione, legittimamente, al di là della loro classificazione in codice.

Se un bar, con rivendita di tabacchi, sin dal 11 marzo scorso poteva poteva consentire l’accesso per l’acquisto di sigarette, pur essendo una attività secondaria, ha senso, in una simile situazione, vietare l’attività di un bar, anche questa attività secondaria, pur se svolta in una sala giochi?

Certo, sappiamo bene che le norme, in linea generale, sono chiare: l’attività di somministrazione non è autorizzata in via autonoma ma come attività meramente accessoria e “servente rispetto all’offerta di gioco pubblico”. L’offerta di gioco pubblico è bloccata da ormai due mesi, e non sappiamo quando riprenderà, forse tra pochissime settimane, se ci sarà la lucidità necessaria per comprenderne natura e modalità. Nel frattempo un minimo di apertura, sarebbe più che gradita.