Home Cronache Interdittiva antimafia e revoca licenza raccolta scommesse, Tar Piemonte respinge due ricorsi

Interdittiva antimafia e revoca licenza raccolta scommesse, Tar Piemonte respinge due ricorsi

Il Tar Piemonte ha respinto – tramite sentenza – due ricorsi presentati contro Ministero dell’Interno e Questura in cui si chiedeva l’annullamento dell’informativa antimafia del Prefetto e del decreto del Questore con il quale è stata revocata la licenza per l’attività di raccolta delle scommesse alla ricorrente.

“Con il gravame R.G. n. 896/2018, notificato e depositato nei termini di legge, la società ricorrente ha impugnato l’informativa antimafia adottata nei suoi confronti del Prefetto di -OMISSIS-.

Avverso il provvedimento impugnato la società ricorrente ha dedotto l’illegittimità per: 1) violazione e falsa applicazione degli articoli 84, comma 4 e 91, comma 6, del decreto legislativo n. 159/2011; 2) eccesso di potere, erroneità e illogicità manifesta dell’informazione antimafia interdittiva e difetto di motivazione.

Si è costituito in giudizio il Ministero dell’Interno.

Con ordinanza n. 523 del 20 dicembre 2018 questo Tribunale ha rigettato l’istanza cautelare presentata congiuntamente al ricorso, richiamando l’ordinanza n. 90/2018, resa su vicenda strettamente collegata a quella in esame, allorquando erano già state depositate ed acquisite le sentenze della Corte di Cassazione n. 11990/2016 e n. 25510/2017 e ritenendo, quanto al provvedimento prefettizio impugnato, che sussistessero molteplici elementi indiziari intorno ai rapporti imprenditoriali tra i fratelli -OMISSIS-.

L’appello avverso l’ordinanza sopra citata è stato oggetto di rinuncia di cui il Consiglio di Stato ha preso atto con ordinanza n. 1480 del 21 marzo 2019.

Con il gravame R.G. n. 33/2019, notificato e depositato nei termini di legge, la società ricorrente ha impugnato altresì il decreto del Questore di -OMISSIS- con il quale è stata revocata la licenza per l’attività di raccolta delle scommesse.

Avverso il provvedimento impugnato la ricorrente ha dedotto l’illegittimità per: 1) erroneità e illogicità manifesta del decreto impugnato con riferimento all’informativa antimafia interdittiva, in relazione agli articoli 84, comma 4 e 91, comma 6, del decreto legislativo n. 159/2011, carenza di motivazione; 2) erroneità e illogicità manifesta del decreto di revoca con riferimento alla violazione dell’art. 11 T.U.L.P.S., difetto di motivazione.

Alla camera di consiglio del 20 marzo 2019 il difensore di parte ricorrente ha dichiarato di rinunciare all’istanza cautelare, chiedendo un rinvio al merito con riunione alla causa RG. n. 896/2018 e il Collegio ha rinviato la discussione della causa alla pubblica udienza del 22 maggio 2019.

All’udienza pubblica del 22 maggio 2019 entrambe le cause sono state trattenute in decisione.

Con ordinanza n. 747 e n. 748 del 2 luglio 2019 questo Tribunale ha disposto di acquisire dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria notizie circa lo stato del procedimento penale (R.G.N.R. -OMISSIS-) a carico del sig. -OMISSIS-, fratello del ricorrente sig. -OMISSIS-, legale rappresentante della società -OMISSIS- -OMISSIS-

In data 7 ottobre 2019 la società ricorrente ha chiesto un breve rinvio dell’udienza di merito al fine di depositare la nuova attestazione della Procura della Repubblica di Reggio Calabria sull’imputazione residuata a carico del sig. -OMISSIS-.

In data 8 ottobre 2019 è stata depositata in giudizio una nota della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria – Direzione distrettuale antimafia -, con la quale si comunica che la posizione del sig. -OMISSIS- è pendente nella fase dibattimentale davanti al Tribunale di Reggio Calabria, con successiva udienza al 28 novembre 2019.

In data 31 ottobre 2019 è stata depositata in giudizio un’altra nota della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria – Direzione distrettuale antimafia -, con la quale si segnala “come -OMISSIS-sia stato sottoposto alla misura cautelare della custodia in carcere a far data dal 22.07.2015 nell’ambito del p.p. n. -OMISSIS- mod. 21 DDA con ordinanza n. 26/15 del 13.07.2015 (successivamente in data 12.11.2015 sottoposto al regime degli arresti domiciliari ed in data 23.03.2016 all’obbligo di dimora). Attualmente è imputato nell’ambito del procedimento penale sopra indicato, avendo scelto di essere giudicato con il rito ordinario. -OMISSIS-., originariamente sottoposta a sequestro, è stata successivamente dissequestrata”.

All’udienza pubblica del 9 ottobre 2019, la discussione di entrambe le cause, su accordo delle parti, è stata rinviata alla pubblica udienza del 15 gennaio 2020.

All’udienza pubblica del 15 gennaio 2020 entrambe le cause sono passate in decisione.

DIRITTO

1. – Preliminarmente si ritiene opportuno, ai sensi dell’art. 70 del codice del processo amministrativo, riunire il ricorso R.G. n. 33/2019 al ricorso R.G. n. 896/2018 per evidenti ragioni di connessione soggettive ed oggettive; invero trattasi di ricorsi con i quali vengono impugnati dalla stessa Società due diversi ma connessi provvedimenti.

2.1. – Con il primo motivo inerente al gravame R.G. n. 896/2018, la società ricorrente sostiene che l’interdittiva antimafia disposta dalla Prefettura di -OMISSIS- nei suoi confronti sia illegittima in quanto non sussisterebbero i presupposti previsti dalla legge per l’adozione di un siffatto provvedimento, avendo il Prefetto fondato il proprio convincimento esclusivamente su mere presunzioni o su provvedimenti già riformati dall’autorità giudiziaria competente.

Più nello specifico la ricorrente sostiene che il Prefetto di -OMISSIS- abbia fondato l’applicazione della misura di cui all’articolo 84 del decreto legislativo n. 159 del 2011 su elementi che la norma non annovera tra i presupposti applicativi dell’informazione antimafia interdittiva poiché il rapporto di parentela non figurerebbe tra i presupposti applicativi del provvedimento interdittivo.

Nel ricorso si sostiene che il rapporto di parentela intercorrente tra i signori -OMISSIS- e -OMISSIS- non sia sufficiente di per sé a dimostrare un collegamento con la criminalità organizzata, evidenziando che:

– il sig. -OMISSIS- non abita con il fratello -OMISSIS- e non fa parte del suo nucleo familiare;

– il sig. -OMISSIS- ha scontato la misura degli arresti domiciliari presso l’abitazione della compagna a -OMISSIS-, luogo diverso dalla residenza del fratello -OMISSIS-;

– -OMISSIS- non ha mai avuto alcuna quota di partecipazione nella-OMISSIS-(oggetto di indagine da parte della Procura di Reggio Calabria);

– -OMISSIS- è stato socio della -OMISSIS- -OMISSIS- sino al mese di maggio 2014 e che dalla predetta data -OMISSIS- -OMISSIS- è amministratore unico nonché titolare del 100% delle quote sociali;

– l’operatività nel medesimo settore commerciale della società -OMISSIS-già raggiunta da un’informazione antimafia interdittiva, e della -OMISSIS- -OMISSIS- sono del tutto pretestuosi e insufficienti a motivare l’applicazione di una misura così gravosa nei confronti di quest’ultima società;

– -OMISSIS- è socio -OMISSIS-. e al momento dell’applicazione della misura il legale rappresentante della società era il sig. Riccardo Avancini e che questo consentirebbe di chiarire ulteriormente la totale assenza di relazione tra le due società e, conseguentemente, di cointeressenze economiche tra i due fratelli;

– le vicende giudiziarie che hanno coinvolto il sig. -OMISSIS- nulla hanno a che vedere con il fratello e, pertanto, non possono riverberarsi automaticamente sulla posizione di -OMISSIS-;

– il Prefetto di -OMISSIS-, nell’interdittiva antimafia avrebbe omesso di evidenziare che in data 18 febbraio 2016 la Corte di Cassazione, Sezione II, con sentenza n.11990 aveva annullato la suindicata ordinanza di applicazione della misura cautelare, con rinvio al Tribunale del Riesame di Reggio Calabria per nuovo esame, che in data 11 aprile 2016 il Tribunale di Reggio Calabria, Sezione Riesame, aveva riformato l’ordinanza sostituendo la misura della custodia cautelare in carcere con quella dell’obbligo di dimora nel Comune di residenza, che in data 19 aprile 2017 la Cassazione, Sezione VI, con sentenza n. 25510, in sede di nuovo ricorso dell’indagato, aveva annullato anche la seconda ordinanza impugnata e aveva rinviato per nuovo esame al Tribunale di Reggio Calabria, e che in data 8 giugno 2017 il Tribunale di Reggio Calabria, Sezione Riesame, in ossequio alle considerazioni espresse dalla Corte di Cassazione, aveva ritenuto che “non sussistono i gravi indizi di colpevolezza in ordine alla contestata aggravante di cui all’art. 7 della L.230/1991” e aveva annullato definitivamente il provvedimento impugnato, che la società -OMISSIS- s.r.l., di cui era socio il -OMISSIS- -OMISSIS-, coinvolta nel procedimento penale, era stata dissequestrata con provvedimento del 17 ottobre 2016 emesso dal Giudice dell’Udienza Preliminare -OMISSIS-, su parere favorevole della Procura e che nel procedimento “Gambling” pendente a Reggio Calabria non sono mai state contestate a -OMISSIS-ipotesi delittuose afferenti al reato di intestazione fittizia di società o aziende.

Secondo la società ricorrente sarebbe stato, quindi, acclarato con autorità di giudicato cautelare, che il sig. -OMISSIS- non aveva agevolato la consorteria mafiosa e che l’attività della società -OMISSIS- era lecita, legittima e scevra di legami con il sodalizio criminoso di stampo mafioso e che la caducazione dell’aggravante dell’agevolazione del metodo mafioso con provvedimento cautelare passato in giudicato avesse determinato il venir meno dei presupposti legittimanti l’informazione antimafia interdittiva.

2.2. – Con il secondo motivo inerente il gravame R.G. n. 896/2018, la società ricorrente deduce l’illegittimità dell’intedittiva antimafia anche per difetto di motivazione.

3. – Nel primo motivo di ricorso inerente al gravame R.G. n. 33/2019, proposto avverso il provvedimento di revoca della licenza per l’attività di scommesse disposto dal Questore, la società ricorrente deduce l’illegittimità della revoca medesima in quanto fondata esclusivamente su un’informazione antimafia interdittiva ritenuta dalla ricorrente carente di motivazione e priva di fondamento, sollevando pertanto gli stessi profili di illegittimità sollevati nel ricorso R.G. n. 896/2018.

Ciò premesso, per ragioni temporali, logiche e giuridiche il Collegio ritiene opportuno preliminarmente esaminare il ricorso R.G. n. 896/2018 e il primo motivo del ricorso n. 33/2019.

4. – In via del tutto preliminare si evidenzia che nel caso in esame l’informazione antimafia è stata adottata ai sensi dell’art. 89 bis del decreto legislativo n. 159 del 2011 il quale recita “1. Quando in esito alle verifiche di cui all’articolo 88, comma 2, venga accertata la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa, il prefetto adotta comunque un’informazione antimafia interdittiva e ne dà comunicazione ai soggetti richiedenti di cui all’articolo 83, commi 1 e 2, senza emettere la comunicazione antimafia. 2. L’informazione antimafia adottata ai sensi del comma 1 tiene luogo della comunicazione antimafia richiesta”.

Invero, nel provvedimento si legge: “Come anche condiviso nella riunione del Gruppo Provinciale Interforze per i controlli nei cantieri degli appalti pubblici dell’8 agosto 2018, le risultanze investigative hanno evidenziato, ai fini dell’applicazione dell’art. 89 bis del Codice Antimafia, elementi e circostanze da cui desumere il pericolo di condizionamenti dell’impresa da parte della criminalità organizzata mafiosa”.

Ciò posto, si osserva che l’informazione antimafia di cui agli articoli 84, comma 4 e 91, comma 6 del decreto legislativo 6 settembre 2011 n. 159 “Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136”, è un provvedimento di natura cautelare e preventiva, espressione del bilanciamento tra tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e libertà di iniziativa economica.

Essa costituisce una misura volta alla salvaguardia dell’ordine pubblico economico, della libera concorrenza tra le imprese e del buon andamento della pubblica amministrazione.

L’informazione antimafia è diretta ad impedire che possa essere titolare di rapporti, specie contrattuali, con le Pubbliche Amministrazioni, un imprenditore che sia comunque coinvolto, colluso o condizionato dalla delinquenza organizzata (Cons. Stato, sez. III, 9 maggio 2016, n. 1846).

Come ha osservato il Consiglio di Stato “l’introduzione delle misure di prevenzione, come quella qui in esame, è stata la risposta cardine dell’Ordinamento per attuare un contrasto all’inquinamento dell’economia sana da parte delle imprese che sono strumentalizzate o condizionate dalla criminalità organizzata”. (Cons. Stato, sez. III, 9 ottobre 2018, n. 5784).

L’art. 84, comma 3 del decreto legislativo n. 159 del 2011 definisce l’informazione antimafia come “l’attestazione della sussistenza o meno di una delle cause di decadenza, di sospensione o di divieto di cui all’articolo 67, nonchè, fatto salvo quanto previsto dall’articolo 91, comma 6, nell’attestazione della sussistenza o meno di eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi delle società o imprese interessate indicati nel comma 4”.

L’art. 91, comma 6 del decreto legislativo n. 159 del 2011 precisa che “Il prefetto può, altresì, desumere il tentativo di infiltrazione mafiosa da provvedimenti di condanna anche non definitiva per reati strumentali all’attività delle organizzazioni criminali unitamente a concreti elementi da cui risulti che l’attività d’impresa possa, anche in modo indiretto, agevolare le attività criminose o esserne in qualche modo condizionata…”.

Il Consiglio di Stato ha chiarito che “Le situazioni relative ai tentativi di infiltrazione mafiosa, tipizzate dal legislatore, comprendono dunque una serie di elementi del più vario genere e, spesso, anche di segno opposto, frutto e cristallizzazione normativa di una lunga e vasta esperienza in questa materia, situazioni che spaziano dalla condanna, anche non definitiva, per taluni delitti da considerare sicuri indicatori della presenza mafiosa (art. 84, comma 4, lett. a), del d. lgs. n. 159 del 2011), alla mancata denuncia di delitti di concussione e di estorsione, da parte dell’imprenditore, dalle condanne per reati strumentali alle organizzazioni criminali (art. 91, comma 6, del d. lgs. n. 159 del 2011), alla sussistenza di vicende organizzative, gestionali o anche solo operative che, per le loro modalità, evidenzino l’intento elusivo della legislazione antimafia. 5.8. Esistono poi, come insegna l’esperienza applicativa della legislazione in materia e la vasta giurisprudenza formatasi sul punto nel corso di oltre venti anni, numerose altre situazioni, non tipizzate dal legislatore, che sono altrettante ‘spie’ dell’infiltrazione (nella duplice forma del condizionamento o del favoreggiamento dell’impresa). 5.9. Gli elementi di inquinamento mafioso, ben lungi dal costituire un numerus clausus, assumono forme e caratteristiche diverse secondo i tempi, i luoghi e le persone e sfuggono, per l’insidiosa pervasività e mutevolezza, anzitutto sul piano sociale, del fenomeno mafioso, ad un preciso inquadramento. 5.10. Quello voluto dal legislatore, ben consapevole di questo, è dunque un catalogo aperto di situazioni sintomatiche del condizionamento mafioso (Cons. Stato, sez. III, 3 maggio 2016, n. 1743).

Più di recente il Consiglio di Stato ha ribadito che “Eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa e tendenza di questi ad influenzare la gestione dell’impresa sono nozioni che delineano una fattispecie di pericolo, propria del diritto della prevenzione, finalizzato, appunto, a prevenire un evento che, per la stessa scelta del legislatore, non necessariamente è attuale, o inveratosi, ma anche solo potenziale, purché desumibile da elementi non meramente immaginari o aleatori. Ha ancora chiarito la Sezione (5 settembre 2019, -OMISSIS-) che la legge italiana, nell’ancorare l’emissione del provvedimento interdittivo antimafia all’esistenza di “tentativi” di infiltrazione mafiosa, ha fatto ricorso, inevitabilmente, ad una clausola generale, aperta, che, tuttavia, non costituisce una “norma in bianco” né una delega all’arbitrio dell’autorità amministrativa imprevedibile per il cittadino, e insindacabile per il giudice, anche quando il Prefetto non fondi la propria valutazione su elementi “tipizzati” (quelli dell’art. 84, comma 4, lett. a), b), c) ed f), d.lgs. n. 159 del 2011), ma su elementi riscontrati in concreto di volta in volta con gli accertamenti disposti, poiché il pericolo di infiltrazione mafiosa costituisce, sì, il fondamento, ma anche il limite del potere prefettizio e, quindi, demarca, per usare le parole della Corte europea, anche la portata della sua discrezionalità, da intendersi qui non nel senso, tradizionale e ampio, di ponderazione comparativa di un interesse pubblico primario rispetto ad altri interessi, ma in quello, più moderno e specifico, di equilibrato apprezzamento del rischio infiltrativo in chiave di prevenzione secondo corretti canoni di inferenza logica. L’annullamento di qualsivoglia discrezionalità nel senso appena precisato in questa materia, che postula la tesi in parola (sostenuta, invero, da autorevoli studiosi del diritto penale e amministrativo), prova troppo, del resto, perché l’ancoraggio dell’informazione antimafia a soli elementi tipici, prefigurati dal legislatore, ne farebbe un provvedimento vincolato, fondato, sul versante opposto, su inammissibili automatismi o presunzioni ex lege e, come tale, non solo inadeguato rispetto alla specificità della singola vicenda, proprio in una materia dove massima deve essere l’efficacia adeguatrice di una norma elastica al caso concreto, ma deresponsabilizzante per la stessa autorità amministrativa…” (Cons. Stato, sez. III, 2 gennaio 2020, n. 2 che richiama Cons. Stato, sez. III, 5 settembre 2019, n. 6105).

Il Consiglio di Stato ha precisato che “8.6. Negare però in radice che il Prefetto possa valutare elementi “atipici”, dai quali trarre il pericolo di infiltrazione mafiosa, vuol dire annullare qualsivoglia efficacia alla legislazione antimafia e neutralizzare, in nome di una astratta e aprioristica concezione di legalità formale, proprio la sua decisiva finalità preventiva di contrasto alla mafia, finalità che, per usare ancora le parole della Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza De Tommaso c. Italia, consiste anzitutto nel «tenere il passo con il mutare delle circostanze» secondo una nozione di legittimità sostanziale” e che “9.1. La giurisprudenza di questo Consiglio ha così enucleato – in modo sistematico a partire dalla sentenza n. 1743 del 3 maggio 2016 e con uno sforzo “tassativizzante” – le situazioni indiziarie, tratte dalle indicazioni legislative o dalla casistica giurisprudenziale, che possono costituire altrettanti “indici” o “spie” dell’infiltrazione mafiosa, non senza precisare che esse, per la loro stessa necessaria formulazione aperta, costituiscono un catalogo aperto e non già un numerus clausus in modo da poter consentire all’ordinamento di poter contrastare efficacemente l’infiltrazione mafiosa all’interno dell’impresa via via che essa assume forme sempre nuove e sempre mutevoli.” (Cons. Stato, sez. III, 5 settembre 2019, n. 6105).

Ai fini della sua adozione, da un lato, occorre non già provare l’intervenuta infiltrazione mafiosa, bensì soltanto la sussistenza di elementi sintomatico-presuntivi dai quali – secondo un giudizio prognostico latamente discrezionale – sia deducibile il pericolo di ingerenza da parte della criminalità organizzata; d’altro lato, detti elementi vanno considerati in modo unitario, e non atomistico, cosicché ciascuno di essi acquisti valenza nella sua connessione con gli altri (Cons. Stato, sez. III, 18 aprile 2018, n. 2343).

In merito alla valutazione della legittimità dell’informazione antimafia, il Consiglio di Stato ha evidenziato che la stessa “…deve essere effettuata sulla base di una valutazione unitaria degli elementi e di fatti che, valutati nel loro complesso, possono costituire un’ipotesi ragionevole e probabile di permeabilità della singola impresa ad ingerenze della criminalità organizzata di stampo mafioso sulla base della regola causale del “più probabile che non”, integrata da dati di comune esperienza, evincibili dall’osservazione dei fenomeni sociali (qual è quello mafioso), e che risente della estraneità al sistema delle informazioni antimafia di qualsiasi logica penalistica di certezza probatoria raggiunta al di là del ragionevole dubbio”. (Cons. Stato, sez. III, 9 ottobre 2018, n. 5784; Cons. Stato, sez. III, 18 aprile 2018, n. 2343).

Fondamentale, in tema di sindacato del giudice amministrativo sull’informazione antimafia, è la recente sentenza della III sezione del Consiglio di Stato, n. 6105 del 5 settembre 2019, secondo la quale “8.2. Il giudice amministrativo è, a sua volta, chiamato a valutare la gravità del quadro indiziario, posto a base della valutazione prefettizia in ordine al pericolo di infiltrazione mafiosa, e il suo sindacato sull’esercizio del potere prefettizio, con un pieno accesso ai fatti rivelatori del pericolo, consente non solo di sindacare l’esistenza o meno di questi fatti, che devono essere gravi, precisi e concordanti, ma di apprezzare la ragionevolezza e la proporzionalità della prognosi inferenziale che l’autorità amministrativa trae da quei fatti secondo un criterio che, necessariamente, è probabilistico per la natura preventiva, e non sanzionatoria, della misura in esame. 8.3. Il sindacato per eccesso di potere sui vizi della motivazione del provvedimento amministrativo, anche quando questo rimandi per relationem agli atti istruttori, scongiura il rischio che la valutazione del Prefetto divenga, appunto, una “pena del sospetto” e che la portata della discrezionalità amministrativa in questa materia, necessaria per ponderare l’esistenza del pericolo infiltrativo in concreto, sconfini nel puro arbitrio”.

Alla luce delle sopra evidenziate coordinate ermeneutiche verranno ora esaminate le censure dedotte dalla società ricorrente.

La ricorrente, in sintesi, sostiene che il rapporto tra -OMISSIS- sia di carattere esclusivamente parentale e che, dopo la caducazione dell’aggravante dell’agevolazione del metodo mafioso nei confronti del sig. -OMISSIS-, mancherebbero i presupposti legittimanti l’informazione antimafia.

Per quanto riguarda il primo profilo nel provvedimento si evidenzia che:

– dalla consultazione dell’Archivio Ufficiale della C.C.I.A.A. di -OMISSIS- è emersa la sussistenza di cointeressenze economiche tra -OMISSIS- e finanche di qualificati collegamenti di tipo imprenditoriale tra le due società, che superano, per così dire doppiandolo, il mero vincolo familiare;

– entrambi sono stati soci accomandanti della società Cometa Sas di Avancini Maurizio & C., cancellata per scioglimento in data 5 gennaio 2011, nella quale rivestiva la carica di socio accomandatario -OMISSIS-.;

– -OMISSIS- sono stati altresì congiuntamente impegnati, con i ruoli rispettivamente di socio accomandatario e socio accomandante, nella conduzione delle -OMISSIS- di -OMISSIS-& C. e -OMISSIS- di -OMISSIS- -OMISSIS- & C., sedenti entrambe in strada Barberina n.68, al numero civico successivo a quello in cui è ubicata la sede legale della -OMISSIS-, sino alla cancellazione per scioglimento avvenuta in data 28 dicembre 2010, e che al citato indirizzo, attuale residenza di -OMISSIS-, risulta avere risieduto nel 2015 anche il fratello -OMISSIS-;

– I fratelli -OMISSIS- sono stati inoltre coamministratori e paritariamente titolari del capitale sociale della società Playbar S.r.1., cancellata in data 23 dicembre 2013 per fusione mediante incorporazione nella -OMISSIS-, con la quale quest’ultima aveva in precedenza condiviso la sede legale;

– in data 23 maggio 2017 la -OMISSIS- risulta aver stipulato un atto di compravendita proprio in favore della -OMISSIS-

Il Collegio ritiene che le plurime circostante di fatto evidenziate nel provvedimento in esame siano sufficienti a dimostrare che il rapporto tra -OMISSIS-, come sostenuto dalla Prefettura (quest’ultima fa riferimento a un “ramificato reticolo di rapporti economici e di compartecipazioni societarie”), non sia solo di tipo parentale come sostiene la ricorrente ma che l’attività economica del primo sia intrecciata con quella del secondo.

Dal provvedimento impugnato invero emergono plurimi collegamenti di tipo imprenditoriale tra -OMISSIS-.

La Prefettura sul punto evidenzia che si tratta “di rapporti commerciali consolidati e radicati nel tempo, che risultano essere evidentemente connotati dal carattere dell’abitualità e della durevolezza, oltre che, come detto, “doppiati” dal legame familiare”.

Sui legami familiari il Consiglio di Stato ha evidenziato che “…i legami familiari non sono sufficienti a denotare il pericolo di condizionamento mafioso, se non si colorino di ulteriori connotati…atti ad attribuire ad essi valore sintomatico di un collegamento che vada oltre il mero e passivo dato genealogico, ma si traduca nella volontaria condivisione di aspetti importanti di vita quotidiana ovvero, nelle ipotesi di maggiore evidenza dell’influenza mafiosa, nella sussistenza di cointeressenze economiche e commistioni imprenditoriali” (Cons Stato, sez. III, 15 febbraio 2018, n. 971).

Ciò posto, nonostante l’aggravante del metodo mafioso sia stata caducata con provvedimento cautelare passato in giudicato e la società -OMISSIS- sia stata dissequestrata, restano i seguenti fatti evidenziati nell’interdittiva:

– -OMISSIS- è stato tratto in arresto in data 22 luglio 2015 nell’ambito del procedimento penale n.7497/2014 R.G.N.R. — D.D.A. — n.1690/2015 R.G. ritenuto responsabile dei reati di associazione a delinquere ai sensi dell’art. 416, comma 1, c.p., di esercizio abusivo di attività di gioco o scommesse, di cui all’art. 4 della legge n. 401/1989, dl truffa ex art. 640 c.p. e di trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori di cui all’art. 12 quinquies del d.l. n.306/1992;

– “il succitato procedimento penale è scaturito dalle indagini condotte nell’ambito della c.d. Operazione Gambling, che hanno permesso di accedere l’esistenza di un’associazione per delinquere di stampo mafioso con proiezione transnazionale, costituita da soggetti appartenenti alla ‘ndrangheta, che, avvalendosi di società estere di diritto maltese, ha esercitato abusivamente l’attività del gioco e delle scommesse sull’intero territorio nazionale, così riciclando ingenti somme di denaro provenienti da attività illecite. Attraverso la forza di intimidazione mafiosa, gli imprenditori impegnati nella gestione di sale giochi e scommesse venivano indotti ad installare i software o ad attivare i sistemi informatici necessari per permettere ai clienti di giocare sui siti gestiti dall’associazione criminale”.

Nel provvedimento impugnato si evidenzia altresì che -OMISSIS-, all’epoca dei fatti, “era il promotore della costituzione di società di comodo da inserire nell’articolata rete commerciale, a cui era stato affidato anche ruolo di “master” per la Regione Piemonte, responsabile, cioè, della diffusione commerciale dei siti e del brand dell’associazione, con il compito di affiliare nuove sale giochi e scommesse e gestire la successiva relazione operativa coni vertici dirigenziali mafiosi”.

Inoltre nel provvedimento si legge “In un eloquente passaggio del capo di imputazione contestato in concorso con altri soggetti a -OMISSIS- si legge che questi “al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali e reinvestire i proventi di attività delittuose, agevolando così la commissione dei reati di cui agli arti. 648, 648 bis e 648 ter c.p., attribuiva in modo fittizio ad altri la titolarità delle attività economiche” tramite le quali operava l’organizzazione criminale, “ed i relativi profitti illeciti derivanti dalla raccolta illegale del gioco e delle scommesse ovvero da altri reati”.

Si evidenzia che la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria – Direzione distrettuale antimafia –, in data 8 ottobre 2019, ha precisato che la posizione del sig. -OMISSIS- è pendente nella fase dibattimentale.

Ciò premesso, tenuto conto del legame – non solo parentale – esistente tra -OMISSIS-, dei plurimi collegamenti di tipo imprenditoriale tra -OMISSIS-, del fatto che entrambi operano nello stesso ambito di operatività (mercato dei giochi e delle scommesse), nonché dei plurimi elementi emersi in relazione al sig. -OMISSIS-, non è dato ravvisare né la violazione degli articoli 84, comma 4 e 91, comma 6 del decreto legislativo n. 159 del 2011, né un vizio di motivazione.

Invero, il giudizio prognostico operato dalla Prefettura di -OMISSIS- circa la sussistenza del rischio di permeabilità della -OMISSIS- all’infiltrazione mafiosa non risulta essere fondato, come sostenuto dalla ricorrente, su mere presunzioni o su provvedimenti già riformati dall’autorità giudiziaria competente. Esso si basa invece sulla valutazione unitaria e complessiva degli elementi sintomatico-presuntivi sopra indicati.

Il Consiglio di Stato ha evidenziato che “È estranea al sistema delle informative antimafia, non trattandosi di provvedimenti nemmeno latamente sanzionatori, qualsiasi logica penalistica di certezza probatoria raggiunta al di là del ragionevole dubbio (né – tanto meno – occorre l’accertamento di responsabilità penali, quali il «concorso esterno» o la commissione di reati aggravati ai sensi dell’art. 7 della legge n. 203 del 1991), poiché simile logica vanificherebbe la finalità anticipatoria dell’informativa, che è quella di prevenire un grave pericolo e non già quella di punire, nemmeno in modo indiretto, una condotta penalmente rilevante. 5.2. Occorre invece valutare il rischio di inquinamento mafioso in base all’ormai consolidato criterio del più «probabile che non», alla luce di una regola di giudizio, cioè, che ben può essere integrata da dati di comune esperienza, evincibili dall’osservazione dei fenomeni sociali, qual è, anzitutto, anche quello mafioso. 5.3. Per questo gli elementi posti a base dell’informativa possono essere anche non penalmente rilevanti o non costituire oggetto di procedimenti o di processi penali o, addirittura e per converso, possono essere già stati oggetto del giudizio penale, con esito di proscioglimento o di assoluzione. (Cons. Stato, sez. III, 3 maggio 2016, n. 1743; sul punto anche Cons. Stato, sez. III, 9 ottobre 2018, n. 5784) e che “…I fatti che l’autorità prefettizia deve valorizzare prescindono, infatti, dall’atteggiamento antigiuridico della volontà mostrato dai singoli e finanche da condotte penalmente rilevanti, non necessarie per la sua emissione, come meglio si dirà, ma sono rilevanti nel loro valore oggettivo, storico, sintomatico, perché rivelatori del condizionamento che la mafia, in molteplici, cangianti e sempre nuovi modi, può esercitare sull’impresa anche al di là e persino contro la volontà del singolo. 5.5. Anche soggetti semplicemente conniventi con la mafia (dovendosi intendere con tale termine ogni similare organizzazione criminale «comunque localmente denominata»), per quanto non concorrenti, nemmeno esterni, con siffatta forma di criminalità, e persino imprenditori soggiogati dalla sua forza intimidatoria e vittime di estorsioni sono passibili di informativa antimafia…Le sentenze di proscioglimento o di assoluzione hanno una specifica rilevanza, ove dalla loro motivazione si desuma che titolari, soci, amministratori, direttori generali dell’impresa, pur essendo andati esenti da condanna, abbiano comunque subìto, ancorché incolpevolmente, un condizionamento mafioso che pregiudichi le libere logiche imprenditoriali” (Cons. Stato, sez. III, 9 maggio 2016, n. 1846; Cons. Stato, sez. III, 3 maggio 2016, n. 1743; sul punto, anche Cons. Stato, sez. III, 2 agosto 2016, n. 3506).

Più nello specifico, il Consiglio di Stato, con l’ordinanza n. 4363 del 30 agosto 2019 (che ha sospeso l’esecutività della sentenza di questo Tribunale n. 60 del 16 gennaio 2019), emessa nel giudizio avente ad oggetto l’interdittiva antimafia adottata dalla Prefettura di -OMISSIS- nei confronti di -OMISSIS-ha evidenziato l’ “inettitudine delle pronunce cautelari a far venir meno, con inaccettabile pretesa di automaticità, le ritenute contaminazioni ed interferenze con la criminalità organizzata, impingendo le richiamate pronunce in rilievi di ordine giuridico formale, peraltro efficaci nel solo giudizio cautelare, senza peraltro far venir meno, quanto alle condotte contestate, l’imputazione elevata a carico del -OMISSIS-, tuttora sottoposta al vaglio del giudice dibattimentale; i rilevati mutamenti nell’assetto gestionale e sociale, per la tempistica che li caratterizzano, non possono ritenersi espressione di un chiaro, affidabile e duraturo mutamento di condotta segnato, cioè, da un processo di irreversibile discontinuità con il recente passato…”.

In conclusione, l’ampia informativa prefettizia, che fa riferimento alla riunione del Gruppo Provinciale Interforze per i controlli nei cantieri degli appalti pubblici dell’8 agosto 2018 e alle relative risultanze investigative, prende in considerazione plurimi elementi di fatto che supportano sul piano induttivo e motivazionale il giudizio prognostico dell’Autorità prefettizia circa la sussistenza di pericoli di condizionamento mafioso.

Alla luce di tutto quanto sopra evidenziato, il Collegio ritiene che il ricorso R.G. n. 896/2018 e il primo motivo di gravame del ricorso R.G. n. 33/2019 con il quale si deduce l’illegittimità della revoca della licenza in quanto fondata esclusivamente su un’informazione antimafia interdittiva ritenuta dalla ricorrente carente di motivazione e priva di fondamento, siano infondati e che pertanto vadano respinti.

5. – Per quanto riguarda il secondo motivo di gravame del ricorso R.G. n. 33/2019 con il quale si deducono il difetto di motivazione e l’assenza dei presupposti per l’adozione del provvedimento di revoca della licenza, si osserva quanto segue.

L’art. 11, comma 3 del T.U.L.P.S. recita “Le autorizzazioni devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione” e l’art. 11, comma 2 recita “…Le autorizzazioni di polizia possono essere negate a chi ha riportato condanna per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza, o per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, o per violenza o resistenza all’autorità, e a chi non può provare la sua buona condotta”.

Ciò premesso, nel provvedimento di revoca della licenza, sotto il profilo normativo, si richiama l’art. 11 e l’art. 88 del T.U.L.P.S. e gli articoli 83 e 92 del decreto legislativo n. 159 del 2011, si cita la sentenza della Corte Costituzionale n. 4 del 2018 nella parte in cui evidenzia che “nulla autorizza quindi a pensare che il tentativo di infiltrazione mafiosa, acclarato mediante l’informazione antimafia interdittiva, non debba precludere anche le attività di cui all’art. 67 (d.lgs. n. 159/2011), oltre che i rapporti contrattuali con la pubblica amministrazione, se così il legislatore ha stabilito” e, come motivazione, si richiama l’informazione antimafia adottata nei confronti della -OMISSIS- nonché gli elementi dalla stessa desumibili in ordine ai rapporti tra -OMISSIS- nonché tutte le vicende giudiziarie relative a quest’ultimo: “Vista l’informazione antimafia interdittiva emessa dalla Prefettura di -OMISSIS- Fasc. n. 593/2018 Area I bis – Ant. del 17.9.2018, qui pervenuta in data 20.9.2018, dalla quale si evince che nei confronti della società -OMISSIS-, e del suo amministratore unico e socio unico -OMISSIS-, sussistono elementi che fanno ritenere possibili tentativi di infiltrazione mafiosa da parte della criminalità organizzata tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della stessa…Letto il citato provvedimento prefettizio dal quale si evince che la ricostruzione del profilo criminale del dominus sostanziale della -OMISSIS-oggetto di informazione interdittiva antimafia del 25.10.2017, soprattutto in considerazione delle fattispecie di reato imputate a suo carico, assume particolare rilevanza ai fini della valutazione della posizione della -OMISSIS-, atteso che dalla consultazione dell’Archivio Ufficiale della C.C.I.A.A. di -OMISSIS- è emersa la sussistenza di cointeressenze economiche tra -OMISSIS- e finanche di qualificati collegamenti di tipo imprenditoriale tra le due società, che superano, per così dire doppiandolo, il mero vincolo familiare”.

Successivamente, nel provvedimento si legge “Considerati i fini istituzionali attribuiti all’Autorità di P.S., che giustificano la compressione della libertà di iniziativa economica privata e consentono di adottare, legittimamente, misure restrittive la cui portata appare proporzionata alla tutela di interessi di natura generale e che l’attività in argomento è stata sottoposta dal Legislatore ad autorizzazione di polizia al fine di assicurare non solo la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, ma anche della pubblica fede, in quanto non può essere equiparata ad una qualsiasi attività imprenditoriale, sganciata da limiti frapposti al suo esercizio; Ritenuto che questa Autorità di P.S., alla luce di quanto in premessa, non possa non procedere all’adozione di un provvedimento inibitorio alla prosecuzione dell’attività autorizzata, quale atto consequenziale e necessitato rispetto all’informativa antimafia interdittiva; Ritenuto che le circostanze pregiudizievoli sopraevidenziate rappresentino elementi ostativi al mantenimento della licenza in questione e che il -OMISSIS- -OMISSIS-, amministratore unico della “-OMISSIS- -OMISSIS-”, non garantisca un esercizio dell’attività in questione esente da abusi, ovvero dal pericolo di condizionamento da parte della criminalità organizzata…”.

Ebbene, tenuto conto di quanto dispone l’art. 11 del T.U.L.P.S., dell’informazione antimafia e del suo contenuto, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, il Collegio ritiene che il provvedimento di revoca sia sufficientemente motivato e che sia stato adottato in presenza dei presupposti previsti dalla legge.

Invero, alla luce dell’informazione antimafia e del suo contenuto, la valutazione effettuata dalla Questura circa il fatto che il sig. -OMISSIS- -OMISSIS-, amministratore unico della “-OMISSIS- -OMISSIS-”, non garantisca un esercizio dell’attività in questione esente da abusi, ovvero dal pericolo di condizionamento da parte della criminalità organizzata non è né immotivata, né irragionevole.

Per completezza, sul punto, si richiama quanto recentemente affermato dal T.A.R. Lecce “Avuto riguardo a tale ratio, è del tutto naturale che l’interdittiva colpisca anche soggetti che svolgano attività in regime autorizzatorio, in presenza però di concessioni rilasciate a monte dalla pubblica amministrazione, e relative ad attività costituenti esercizio di funzione pubblicistica. Orbene, nel caso in esame, la ricorrente è titolare di autorizzazione per l’esercizio del gioco e delle scommesse. Tuttavia, tale attività non va vista come monade isolata, essendo soltanto il terminale a valle di una “filiera” che vede a monte l’attività di gioco e scommessa svolta dallo Stato in regime di monopolio, e in via intermedia il soggetto concessionario. In altri termini, lo Stato, che è titolare esclusivo dell’attività di gioco e scommessa, può attribuire a privati – all’esito di una gara pubblica – la concessione per l’esercizio di tale attività. Il concessionario, a sua volta, si avvale di soggetti che operano quali intermediari nell’ambito delle scommesse, con il compito di raccogliere e registrare le giocate degli scommettitori sul territorio. Tali intermediari, al fine di svolgere tale attività di raccolta di giocate, necessitano di autorizzazione ex art. 88 n. 773/31 (TULPS). Tale è il caso della ricorrente, che è intermediario nell’esercizio dell’attività di raccolta di giocate, per conto del concessionario, e come tale necessita di autorizzazione ex art. 88 TULPS. Ne discende che anche nei suoi riguardi trova applicazione la citata normativa, essendo del tutto coerente con la ratio della citata misura che attività ad alto rischio di inquinamento mafioso (quale appunto quella in esame, svolta a valle in regime autorizzatorio) venga da svolta da soggetti nei cui confronti non vi sia fondato sospetto di permeabilità mafiosa” (T.A.R. Lecce, sez. III, 16 febbraio 2018, n. 303 confermata da Cons. Stato, sez. III, 10 maggio 2019, n. 3045).

Alla luce di tutto quanto sopra esposto si deve ritenere che anche il secondo motivo del ricorso R.G. n. 33/2019 non colga nel segno.

6. – L’esito del giudizio determina l’infondatezza anche della domanda risarcitoria, dovendosi escludere l’illegittimità dei provvedimenti impugnati per i profili sollevati dalla ricorrente.

7. – In conclusione, il ricorso R.G. n. 896/2018 e il ricorso R.G. n. 33/2019 sono infondati e vanno respinti.

8. – Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte, Sezione Prima, definitivamente pronunciando sui ricorsi, come in epigrafe proposti, così dispone:

– riunisce il ricorso R.G. n. 33/2019 al ricorso R.G. n. 896/2018;

– rigetta i ricorsi;

– condanna la -OMISSIS- al pagamento delle spese di giudizio in favore delle Amministrazioni resistenti liquidate complessivamente in euro 4.000,00 (quattromila/00), più accessori di legge”.