Le numerose ricerche effettuate sul campo negli ultimi anni dell’Osservatorio su Giochi, Legalità e Patologie dell’Eurispes, hanno segnalato che: il “distanziometro” può ridurre il consumo di gioco nei giocatori “sociali”, ma non ha alcun effetto sul giocatore patologico; al contrario, risulta funzionale all’obiettivo di occultare al proprio àmbito relazionale e familiare i comportamenti patologici; l’introduzione di tale strumento, che prevede una distanza (solitamente 500 metri o almeno 300) da un lungo elenco di luoghi cosiddetti “sensibili” (scuole, chiese, centri di aggregazione, palestre, ecc.) da rispettare per gli esercizi che offrono gioco pubblico attraverso apparecchi produce concretamente, o produrrebbe nella maggior parte dei territori, la pratica espulsione dell’offerta legale perché, al momento del varo delle leggi (e anche successivamente) non si era provveduto ad una loro mappatura ;
la limitazione degli orari dell’offerta induce il giocatore patologico, ove non trovi altro sfogo, a concentrare in fasce ridotte le sue pulsioni, approfondendo le dinamiche compulsive in spazi temporali maggiormente omogenei per quanto riguarda le manifestazioni patologiche, e che contribuiscono a creare una dimensione di ghetto; erga omnes, la forte riduzione dell’offerta di gioco pubblico, quando non la sua pratica espulsione ad opera del “distanziometro”, apre spazi che vengono immediatamente occupati dalle attività illegali gestite dalla criminalità organizzata – che da sempre ha nel gioco clandestino uno dei suoi core business.

L’analisi dell’Osservatorio su Giochi, Legalità e Patologie dell’Eurispes trova conforto anche dal “verdetto” espresso da un soggetto di forte rilevanza pubblica quale l’Istituto Superiore di Sanità (ISS). La pubblicazione, nell’ottobre 2018, della prima importante ricerca pubblica curata dall’ISS ha rappresentato senz’altro un momento di snodo nell’intero dibattito sulla galassia del gioco in Italia. Per l’ISS i concittadini che giocano sono nel nostro Paese circa 18 milioni e mezzo, ovvero il 36,4% della popolazione. Per il 43,7% di essi si tratta di uomini, per il 29,8% di donne. Il 26,5% (pari a 13.435.000) rientra nella categoria del giocatore “sociale”, con differenze significative tra maschi e femmine (rispettivamente 30,2% vs 23,1%), ovvero un cittadino che gioca saltuariamente, per puro divertimento. Esistono poi i giocatori a basso rischio, circa il 4,1% (2.000.000 di residenti), e i giocatori a rischio moderato, che sono il 2,8% (circa 1.400.000 residenti). I giocatori problematici sono il 3% (circa 1.500.000 residenti). Tra i giocatori problematici la fascia di età 50-64 anni è la più rappresentata (35,5%). Va qui precisato che l’area dei giocatori problematici non coincide con quella dei giocatori patologici, definibili così solo a seguito di una diagnosi medica. Altro dato essenziale fornito dall’ISS è quello dei “presi in carico”, ovvero dei cittadini cui è stata diagnosticata una dipendenza patologica da gioco d’azzardo: in Italia sono circa 13.000 e vengono assistiti dai Dipartimenti delle Dipendenze Patologiche delle Asl. È evidente che il delta tra il numero dei giocatori considerati problematici (1.500.000) e quelli diagnosticati patologici (13.000) è così estremo da portare con sé valutazioni di segno opposto. La prima è che il passaggio tra problematico e patologico sia molto raro; la seconda è che il Sistema sanitario riesce ad intercettare solo “tracce” dei comportamenti patologici legati al consumo di gioco. La ricerca dell’ISS ha, di fatto, corroborato la valutazione che l’Eurispes ha espresso sul “distanziometro”, comparando gli orientamenti delle due macro-categorie in cui si suddividono i consumatori di gioco: i “giocatori sociali” e quelli “problematici”. L’ISS ha riscontrato le rispettive predilezioni su “vicinanza” o “lontananza” dei punti gioco dall’abitazione e dal posto di lavoro, e anche il valore che le due categorie attribuiscono alla “riservatezza”. La predilezione da parte dei giocatori problematici dei luoghi lontani da casa e per quelli che garantiscono maggior privacy per quote percentuali in entrambi i casi superiori al 10% (mentre la lontananza dal luogo di lavoro appare meno influente), potrebbe apparire non rilevante, anche se confrontata con quella assai più bassa espressa dai giocatori sociali. In realtà questi dati “dicono” qualcosa di diverso. Come abbiamo già detto, secondo l’ISS i “giocatori problematici” sono in Italia 1.500.000, pari al 3% della popolazione. Ipotizzando che questo sottoinsieme, rappresentato dai giocatori patologici, assommi al 10% dei problematici, ecco che il dato della predilezione di luoghi del gioco lontani da casa o che assicurano privacy (che si attesta intorno alla stessa percentuale) potrebbe “fotografare” proprio la quota di giocatori più fortemente problematici. I giocatori fortemente problematici preferirebbero, dunque, privacy e lontananza dai luoghi dove si vive quotidianamente e si è maggiormente conosciuti. L’assunto secondo cui il “distanziometro” non serve in quanto chi manifesta il disturbo non viene dissuaso dal gioco per la distanza, viene così addirittura ribaltato: il “giocatore problematico” ricerca luoghi lontani che garantiscono privacy e occultano, in qualche misura, la sua condizione di difficoltà. Nello specifico delle Sale Bingo, va segnalato che sia dalla citata Ricerca dell’ISS, sia dall’analisi dell’attività di numerosi Dipartimenti delle Dipendenze Patologiche che l’Eurispes ha effettuato all’interno dei già citati studi territoriali (Puglia, Piemonte, Lazio), non emergono specifici elementi che coniugano il DGA (Disturbo da Gioco d’Azzardo) con il consumo del gioco del Bingo. Senza poter escludere che il giocatore patologico in alcuni casi frequenti anche le Sale Bingo, questa tipologia di offerta non è ritenuta, dai giocatori medesimi e dal personale dei Dipartimenti, foriera di comportamenti patologici.