«Grazie al ruolo dello Stato – spiega Giuseppe De Rita (nella foto), presidente del Censis – un’attività che fa parte della quotidianità degli italiani si può svolgere legalmente, senza eccessi e con un contributo fiscale utile a finanziare iniziative collettive socialmente rilevanti». Gli italiani che hanno la passione per il gioco sono tanti. Almeno 19 milioni di connazionali (ovvero un italiano su tre) hanno scommesso almeno una volta negli ultimi dodici mesi. Ma ci sono anche i connazionali che giocano in modo abituale e che sono circa 4 milioni. Hanno tutti storie diverse, provengono da parti d’Italia diverse (soprattutto Sud e Isole), c’è chi ha un reddito basso e spera che la fortuna lo aiuti a cambiar vita (35%), c’è chi è benestante e invece gioca più che altro per divertimento (43%). Ci sono i giovani ma anche gli adulti. Solo una fascia di popolazione sembra essere meno avvezza al gioco ed è quella degli anziani che forse non hanno più tanti sogni o, cosa più probabile, devono riuscire a farsi bastare la pensione fino a fine mese.

E’ quanto si legge in un approfondimento pubblicato da Affari e Finanza inerente il rapporto Censis-Lottomatica sul gioco legale in Italia, illustrato lo scorso novembre al Senato, di cui si è tornati a parlare la scorsa settimana dopo la presentazione del primo numero dell’Osservatorio permanente Censis-Lottomatica sul gioco legale in Italia.

Secondo quanto si legge nel rapporto il gioco legale è insomma un fenomeno molto diffuso nel nostro Paese, che alimenta un business consistente, muove un’economia che dà tanti posti di lavoro (150mila gli occupati tra diretti e indiretti). Solo nel 2020, gli italiani hanno speso 88,4 miliardi di euro in queste attività, di cui 75 sono tornati ai giocatori grazie alle vincite. E sempre in quell’anno, alle imprese della filiera sono entrati 7 miliardi di euro e all’erario 6 miliardi. Numeri che danno la dimensione degli interessi in campo. Ecco che i cittadini sono convinti che affinché il gioco legale non nuoccia sia decisiva la qualità e l’affidabilità dei concessionari autorizzati dallo Stato, che oggi sono intorno ai 300 e che a loro volta si affidano a circa 3.200 imprese di gestione che, per loro conto, si occupano del coordinamento del gioco pubblico sul territorio. Circa 80mila sono invece i punti tra bar, tabacchi, esercizi pubblici in cui si può giocare.

«Lo Stato – sostiene De Rita nell’articolo – deve essere insieme garante della legalità attraverso il sistema delle concessioni e i controlli, e garante dell’utilizzo appropriato delle entrate erariali che provengono dal gioco». Perché quando il gioco legale viene meno come durante la pandemia, secondo il Censis, acquista maggior spazio il gioco illegale. Un fenomeno che cresce e preoccupa. Proprio nel 2020, con la chiusura dei luoghi dove poter giocare in modo legale (che ha portato anche alla scomparsa definitiva di 1.600 sale legali), si è registrata un’impennata delle scommesse illecite, soprattutto di quelle online. Queste sono salite a un valore di 18 miliardi di euro, in aumento del 50% rispetto al 2019 quando valevano 12 miliardi. E hanno creato per di più un’abitudine malsana che è proseguita nel 2021, anno in cui il gioco illegale sarebbe cresciuto ancora superando, secondo le stime, i 20 miliardi. «Si può dire — scrive il Censis — che il gioco illegale si è preso la sua quota di giocatori che sono trasmigrati dal fisico all’online, fenomeno che attesta come la criminalità, stia facendo un uso intenso della tecnologia». Per di più, le indagini delle forze dell’ordine indicano che i protagonisti del gioco illegale utilizzano vari sistemi di frode, con server o piattaforme illegali situate fuori dei confini nazionali e con opzioni che rendono difficili anche tecnicamente gli accertamenti. I segnali della crescita di queste attività illecite arrivano anche dalle operazioni di contrasto di polizia, carabinieri, guardia di finanza sul territorio nazionale: tra inizio 2020 e aprile 2021, ogni tre giorni, è stata scoperta una sala clandestina. E a fine dello scorso anno erano ben 145 le inchieste condotte dalle forze dell’ordine, 1.000 le persone denunciate: nel 2019 erano 493, meno della metà.

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