Il 62% degli istituti di credito italiani ha inasprito i criteri di accessibilità ai prestiti dopo la pandemia, dato che sale al 73% quando si parla di prestiti alle imprese. Tra i motivi principali per cui le banche negano il credito alle persone c’è l’impossibilità di stimare i costi variabili (38%), la difficoltà di classificare i comportamenti a rischio (35%) e l’incapacità di verificare il patrimonio (31%), così come di accedere allo storico dei pagamenti (29%). Lo rileva una nuovo report di Tink, piattaforma di open banking leader in Europa, che esorta gli istituti di credito a dare priorità all’aggiornamento dei modelli di valutazione del merito creditizio per garantire decisioni di prestito più accurate.

Secondo la nuova indagine di Tink, che ha coinvolto 380 dirigenti finanziari in tutta Europa, in Italia i dati più importanti da acquisire per concedere un prestito sono la valutazione delle spese e dell’accessibilità economica complessiva (74%), seguiti a ruota dalla verifica del reddito (72%), dall’esame dei fattori di rischio, come gioco d’azzardo o conti scoperti (68%) e dalla generazione di un punteggio di credito basato sui dati delle transazioni (66%).

La situazione in Europa

Il 58% degli intervistati in tutta Europa ha affermato che i criteri per la concessione di un prestito al consumo si sono inaspriti a causa della pandemia, mentre il 54% degli intervistati afferma di essere più attento quando considera i prestiti alle imprese. Anche se i programmi governativi hanno salvato molte aziende dal fallimento durante la pandemia, gli istituti di credito hanno ritenuto di dover condurre controlli più rigorosi per assicurarsi che non concedessero prestiti ad aziende destinate al fallimento.

D’altra parte, i dati mostrano anche che uno su quattro ha allentato i criteri di prestito per i prestiti al consumo (25%) e uno su cinque per i prestiti alle imprese (22%). “Ciò potrebbe riflettere i cambiamenti comunicati dalle banche centrali per offrire ai consumatori un migliore accesso ai finanziamenti per mutui e altri tipi di prestiti garantiti”, suggerisce la ricerca.

Le differenze tra paesi

Dal punto di vista nazionale, i risultati dell’indagine indicano che Francia (71%), Spagna e Regno Unito (68%) sono i primi paesi che hanno inasprito i criteri per i prestiti al consumo, mentre Italia (73%), Germania (63%), e la Norvegia (59%) sono i principali paesi che hanno inasprito i criteri di prestito alle imprese.

I dati suggeriscono anche che paesi come Svezia, Francia e Regno Unito sono notevolmente più restrittivi sui prestiti al consumo rispetto ai prestiti alle imprese. “Questi paesi hanno visto una rapida adozione di prodotti di finanziamento al consumo nell’ultimo decennio – si legge nell’analisi di Tink – A sua volta, ciò può anche riflettere un tentativo di modificare le pratiche di prestito al fine di ridurre il rischio di insolvenza causato dalla concessione prestiti ai consumatori che non possono permetterseli.

Le conclusioni del report

Secondo Tink, la ricerca “svela due tristi verità sui metodi di sottoscrizione tradizionali”: in primo luogo, alcune persone che potrebbero ricevere il credito vengono escluse a causa di modelli di credit scoring obsoleti e parziali. Inoltre, la natura statica e retrospettiva dei controlli creditizi tradizionali implica che non esiste un modo solido di proteggere i consumatori se le circostanze economiche cambiano e l’accessibilità economica diventa un problema.

Un aiuto potrebbe arrivare dall’open banking, ovvero la condivisione dei dati tra i diversi attori dell’ecosistema bancario con lo scopo di mettere a punto strumenti più smart e prendere scelte più informate dai dati. Attualmente, il 55% degli istituti di credito italiani non utilizza ancora questa tecnologia per generare un punteggio di credito basato sui dati delle transazioni, mentre il 50% non la utilizza per valutare le spese e l’accessibilità complessiva. Tuttavia, i risultati di Tink indicano una crescente propensione ad abbracciare le tecnologie basate sull’open banking, con il 42% che prevede di adottare punteggi di credito basati sui dati delle transazioni nei prossimi 12 mesi.

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