Mai come in questi anni chi si occupa di gioco ha potuto affinare una certa pratica con la giustizia amministrativa. Mai, come da quando gli enti locali legiferano in materia di regolamento delle attività di gioco pubblico, i tribunali amministrativi regionali si esprimono sula legittimità delle ordinanze sindacali in materia di restrizioni alle attività di gioco.

Dalla pubblicazione, pressochè quotidiana, delle pronunce sui ricorsi per l’annullamento delle ordinanze che introducono distanziometri e limiti orari al funzionamento di slot e videolotterie, abbiamo imparato che la ludopatia è una emergenza sociale e che queste forme di limitazione sono le più efficaci soluzioni di limitazione dell’offerta (sicuramente di quella legale).

Sono i TAR ormai i depositari, almeno da quello che si legge nelle sentenze, dei dati più attendibili sulle dimensioni del fenomeno del gioco d’azzardo patologico. Depositari anche dei dati che, il più delle volte, vengono riportati secondo il metodo del copia-incolla e soprattutto in assenza di analisi critiche.

Sono i TAR a confermare la legittimità dei poteri dei sindaci e presidenti delle Regioni e sopratutto la veridicità dei loro convincimenti circa la pericolosità dell’offerta di gioco legale ‘terrestre’.

Scorrendo le pronunce sulle limitazioni al funzionamento delle slot, tra le tante prodotte negli ultimi anni, nella maggior parte dei casi la pericolosità di tali giochi è supportata da pronunce di altri tribunali amministrativi, una sorta di effetto ‘domino’ che risulta davvero impossibile interrompere. Così come risulta difficile trovare nelle stesse motivazioni scientifiche a supporto dell’efficacia delle limitazioni orarie. Al contrario il numero crescente degli assistiti nelle strutture che si occupano di gioco patologico sono, in molti casi, l’argomento fondante l’esigenza di limitare l’accesso al gioco.

Cambia totalmente, invece, l’atteggiamento degli stessi giudici quando si trovano a decidere, per fare un esempio, sulla legittimità di un provvedimento come quello del contrasto alla prostituzione. In questo caso, come hanno stabilito i giudici del TAR Lazio, non sono sufficienti a sorreggere un’ordinanza urgente affermazioni di principio in ordine alla circostanza che il fenomeno della prostituzione su strada “sta assumendo caratteri di notevole diffusione sul territorio comunale”.

Per farlo servono “evidenze istruttorie fondate su elementi concreti ed attendibili atti a denotare la sussistenza del presupposto della concreta minaccia agli interessi pubblicie della eccezionalità e gravità del pericolo”. Sotto ‘processo l’ordinanza del Comune di Tivoli che avrebbe vietato l’esercizio della prostituzione e introdotto sanzioni pecuniarie per i trasgressori. Il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute ha avuto ragione circa l’“assenza di un adeguato substrato motivazionale”, le “ condotte vietate e sanzionate vengono descritte nel provvedimento impugnato con un insufficiente grado di determinatezza, come reso evidente dal rilievo riconnesso anche ad “atteggiamenti”, a “modalità comportamentali” ed all’abbigliamento e, dunque, a condotte ed a profili che ineriscono alla sfera delle stesse modalità di espressione della personalità e che possono risultare in concreto non lesive di interessi riconducibili alla sicurezza urbana in quanto non dirette in modo non equivoco all’esercizio dell’attività riguardante le prestazioni sessuali a pagamento”.

“A fronte di tale ampia e generica descrizione delle condotte sanzionate l’indiscriminata estensione dei divieti su tutto il territorio comunale non trova supporto nell’accertamento di situazioni specifiche riferibili all’esigenza di tutela della sicurezza urbana, dovendosi evidenziare che l’ordinamento vigente non consente la repressione di per sé dell’esercizio dell’attività riguardante le prestazioni sessuali a pagamento e ciò a prescindere dalla rilevanza che tale attività possa assumere sotto altri profili, autonomamente sanzionabili, per le modalità con cui è svolta o per la concreta lesione di interessi riconducibili alla sicurezza urbana;

  • in particolare, la sussistenza di “gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana” è solo formalmente evocata, non essendo sufficienti a sorreggere la determinazione adottata affermazioni di principio in ordine alla circostanza che il fenomeno della prostituzione su strada “sta assumendo caratteri di notevole diffusione sul territorio comunale” ovvero giudizi di valore di carattere etico e morale in assenza evidenze istruttorie fondate su elementi concreti ed attendibili atti a denotare la sussistenza del presupposto della concreta minaccia agli interessi pubblici e della eccezionalità e gravità del pericolo”. mc