Alle 21.00 di ieri, 25 ottobre, è scattato quello che possiamo considerare il secondo lockdown per il comparto del gioco pubblico.

Entra in vigore il Dpcm con le nuove misure per il contenimento della pandemia da COVID e il settore del gioco si spegne. Alle 21.00, orario previsto dal precedente decreto per la chiusura delle sale giochi, gli apparecchi all’interno di questi si sono fermati.

E’ l’epilogo di 24 ore convulse, nel rincorrere le bozze del decreto che per la seconda volta stabilisce il blocco di esercizi che faticosamente, nel luglio scorso, erano riusciti a strappare all’esecutivo la possibilità di riaprire. Dopo ben tre mesi di fermo.

Poi l’incremento dei contagi nelle scorse settimane e un susseguirsi di decisioni a livello locale, fino ad arrivare all’ennesima doccia fredda.

Così le sale abbassano la serranda, per le altre attività si vedrà. A decidere potrebbe essere un provvedimento dall’ADM.

Ma le imprese del settore non ci stanno.

“Anche alla luce dei protocolli sanitari adottati e dei dati che registrano l’assenza di focolai nelle sale dove si svolge il Gioco Pubblico, non troverebbe fondamento una chiusura totale del settore che causerebbe danni irreparabili ad una filiera che contribuisce a oltre la metà del gettito erariale annuo proveniente dal comparto dei giochi pubblici. Crediamo che le limitazioni orarie alle sale gioco, sale bingo e sale scommesse, in linea con quanto previsto per altri esercizi di vendita al dettaglio, siano misure sufficienti per contrastare la seconda ondata di contagi. Facciamo dunque appello alle Istituzioni affinché anche il nostro comparto sia tutelato come altri settori dell’economia”.

Questo il passaggio chiave di una comunicazione inviata da Acadi – Confcommercio, Fiegl – Confesercenti e Sgi – Confindustria in rappresentanza delle circa 70.000 aziende del comparto giochi pubblici, alla Presidenza del Consiglio, al Ministro ed al Sottosegretario dell’Economia e all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Questa volta la posta in gioco è alta. Così come per tante altre attività commerciali un mese di fermo, nella migliore delle ipotesi, mette a rischio molti piccoli imprenditori. “Abbiamo più paura del futuro che del virus. Nelle prossime settimane rischiamo di assistere a reazioni violente”, ha commentato  il primo cittadino di Bari e presidente nazionale di Anci Antonio Decaro a proposito del DPCM.

“Temiano un ampliamento della frattura sociale di cui già si intravedono le prime avvisaglie. I sindaci ne tengono conto e faranno tutto quanto è possibile per mantenere unite le comunità e per spegnere possibili reazioni violente a una situazione tanto difficile”. Speriamo davvero sia così. Il comparto è esasperato, attenzione a non peggiorare le cose con dichiarazioni senza senso o che cercano di screditare una categoria già fortemente provata.