A testa alta Gaudenzio, dipendente in una sala bingo Codere a Bologna, racconta la sua storia.

“Sono Gaudenzio, anni 29, e lavoro da un anno per Codere, a Bologna. Ho letto la vostra rubrica “A testa alta” e allora ho deciso di alzarla anch’io, la testa, per raccontarvi una storia tanto comune quanto singolare, la mia storia. A me è sempre piaciuto partire dall’atomo, dall’unità minima, dalla definizione primaria. Come tutti, anch’io ho le mie piccole manie, che spesso scivolano sul crinale dell’ossessione: stabilire il principio, delinearlo, delimitarlo è una di quelle ossessioni in cui pare che riesca meglio. Ho una mente razionale, o almeno così mi sento dire sin dalla mia infanzia quando, in Sicilia, mi barcamenavo tra un pallone che finiva sempre troppo più in alto della traversa e un libro di matematica che diventava sempre troppo noioso per la mia fantasia.

E allora, ecco, tentiamo di essere razionali, delimitiamo questa unità minima, diamole un nome: “insulto”. Cos’é, un insulto? Dalla Treccani tiro fuori una definizione, “grave offesa ai sentimenti e alla dignità, all’onore di una persona”, leggo. Ѐ una definizione sommaria, ristretta, un po’ stitica come tutte le definizioni che si trovano su di un vocabolario, ma soddisfacente. Dice quello che deve dire senza perdersi, senza frammentarsi. L’atomo, del resto, per sua stessa natura, non può ammettere frammentazioni.

Io, con il gioco legale, prima del 19 aprile 2019 non ci avevo mai avuto a che fare. Mai giocato alle Vlt, mai giocato al Bingo, giusto la domenica due euro su una multipla per rendere un po’ più briosa la giornata di Serie A. Ho iniziato a lavorare, giù, sotto l’abbraccio di mia madre Etna, di pari passo con l’iscrizione all’Università. Lettere, perché ho sempre saputo scrivere, o almeno così mi dicevano. Di spremere i soldi dei miei genitori non ne avevo voglia. Ho saltellato da un lavoro all’altro perché non c’era mai una tutela, mai un contratto, mai un diritto: ci si appellava alla buona volontà, e ho sempre fatto in modo di non farla mancare. Sottopagato, sfruttato, incattivito, con quella opprimente sensazione di starmi sprecando pronta ad azzannarmi al collo, ma la buona volontà, quella, l’ho sempre messa sul tavolo. Eppure, i lavori cambiavano ogni trimestre, la stanchezza aumentava, l’Università un orizzonte sempre più lontano. Quando trovai un impiego che pareva offrire qualche prospettiva di durevolezza, le porte del Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania, per me, a quel punto si chiusero del tutto. Senza rabbia, senza rancore. Semplicemente, avevo finito le energie per inseguire quella che, a quel punto della mia vita, era diventata un’utopia. E sarà anche vero, come diceva Eduardo Galeano, che l’utopia serve a non smettere di camminare, ma io forza per muovere le gambe non ne avevo più.

Poi accadde, dopo quasi due anni, che quella prospettiva diventò l’ennesimo “grazie ma non possiamo rinnovarti il contratto”, così, a 28 anni, quando la gente normale dovrebbe trovarsi un affetto, una casa e magari tentare pure di abbassare l’età media della Nazione procreando, io, che tutto sono stato nella mia vita tranne che normale, ho riempito una valigia con camicie, jeans, mutande e calzini e ho fatto un biglietto con scritto sopra “Bologna solo andata”. Il mio conto in banca recitava 6894,00 euro, tutto quello che ero riuscito a mettere da parte. All’atterraggio, l’orologio segnava le 22:04 del 15 marzo 2019.

In meno di un mese mi dedicai a una sfilza di colloqui che al confronto le sette fatiche di Ercole sembrano giusto qualche sforzo e poco più: non c’era un solo annuncio di lavoro, in tutta la provincia, a cui non avessi inviato la mia candidatura. Volevo solo ripartire, da zero, in una città nuova. Presi più autobus in quel mese che in tutta la mia vita, autobus che andavano in ogni direzione: Casalecchio di Reno, Pieve di Cento, San Lazzaro di Savena, Castel Guelfo, Budrio, Sant’Agata Bolognese. Proprio in uno di quei viaggi a vuoto nel cuore della provincia, dopo aver svolto il solito colloquio per il solito call center, uno squillo del telefono interruppe la musica che stavo ascoltando nelle mie cuffiette per sostituirla con una voce dal calore latino che, con un italiano perfetto mitigato da un profumo lontano, di Spagna o Argentina, mi invitava a partecipare ad un colloquio. Segnai l’indirizzo, cercai su Google Maps l’itinerario e il giorno dopo mi presentai, in giacca blu e camicia bianca. Sei giorni dopo, era il 19 aprile 2019, iniziò il primo giorno di lavoro in una Sala Bingo e Vlt. E io, con le Sale Bingo, non ci avevo mai avuto niente a che fare.

Quasi un anno dopo, il 9 Marzo 2020, ho preso un altro aereo, sempre in direzione Bologna, sempre in partenza da Catania. Questa volta ero ritornato a casa per un altro progetto, il primo romanzo pubblicato con il mio nome. Del resto, me lo dicevano sin da bambino che sapevo scrivere. La direttrice della Sala dove lavoro mi aveva accordato una settimana di ferie per potermi permettere un breve giro promozionale tra locali e librerie, in Sicilia, dopo quello, brevissimo, a Bologna. Mentre salivo sull’aereo che mi avrebbe riportato alla mia nuova casa, quella casa all’ombra di portici e torri che mi ero scelto, le televisioni davano voce al nuovo decreto, alla chiusura definitiva a data da destinarsi di tutte le attività.

I giorni sono passati tra divano, terrazzino, una corsa al supermercato e la televisione, e nel frattempo il mio contratto con l’azienda ha trovato la sua conclusione e per il momento è inevitabile che non si possa parlare di un rinnovo. A saracinesche abbassate, del resto, cosa si dovrebbe rinnovare?

Io, fino a quel 19 Aprile, con le Sale Bingo non ci avevo mai avuto niente a che fare e allo stato attuale delle cose, che mi ritrovo per l’ennesima volta disoccupato, non so se tornerò ad averci a che fare, non so se alla riapertura, dopo tutto questo tempo chiusi, sarò ancora utile, per l’azienda. Eppure, dopo un anno passato lì dentro, oggi, per me, lavorare lì non ha niente a che vedere con un insulto.

Ho visto gente incazzarsi per un 13 che non usciva, gente ballare tra i tavoli alla mezzanotte di Capodanno, ho discusso con i miei responsabili, ho litigato con i miei colleghi, ho sbagliato e ho avuto ragione, ho fatto turni massacranti e sono andato a farmi una birra alle due di notte di un martedì qualunque con i miei colleghi che oggi sono qualcosa di più che semplici colleghi, ho giocato con i miei clienti, ho riso, ho scherzato con loro, ci siamo intrattenuti, ci siamo sedotti, ci siamo divertiti a stare insieme. E poi ho visto anche l’emozione negli occhi di persone che fino a pochi mesi prima non erano nemmeno contemplati nel mio destino, quando ho annunciato loro l’uscita del mio romanzo. Emozionati come fosse un loro obiettivo raggiunto, come se quelle 188 pagine fossero pure loro, anche se quando lo scrivevo non avevo mai messo piede a Bologna. Ho sentito il supporto, l’orgoglio di quelle persone che negli anni chissà quanti ne avranno visti passare, come me, di ragazzi senza un lavoro, senza una prospettiva tangibile, senza uno stipendio, ragazzi che sentivano l’orologio delle loro vite ticchettare sempre più velocemente, sempre contro di loro. Se questo lavoro è un insulto, insultatemi allora, sputatemi pure addosso, e se volete crocifiggermi perché mi sono divertito a svolgerlo, fatelo pure. Con tutto quello che mi ha dato questo lavoro in quest’anno, due pregiudizi sputati non mi fanno certo paura.

Scorrendo gli occhi sulla Treccani, un po’ più giù, trovo un’altra definizione di “insulto”, più rara: “Insorgenza improvvisa e parossistica di un fenomeno morboso; accesso, attacco: avere un i. di tosse, d’asma; i. apoplettico (sinon. del più pop. colpo)”. Un fenomeno morboso, improvviso, parossistico: mi sembra una perfetta definizione per qualcuno, per un certo politico. Anzi, uno in particolare, qualcuno che più che un politico è solo un fenomeno morboso, improvviso, parossistico. Un insulto, appunto. E a me, degli insulti, mi importa molto poco”.

SE HAI DA DIRE QUALCOSA ANCHE TU, VUOI RACCONTARE LA TUA STORIA DI LAVORATORE DEL GIOCO LEGALE, INVIA UNA EMAIL A [email protected]

o un messaggio via facebook alla pagina Jamma-Il quotidiano del Gioco

Ricordati di indicare il tuo nome