corte
Print Friendly, PDF & Email

(Jamma) – E’ attesa per domani l’udienza di fronte alla Corte Costituzionale per discutere della tassa di 500 milioni, introdotta con la Stabilità del 2015 e abrogata l’anno successivo, che il Governo addossò ai concessionari e alla filiera degli apparecchi da intrattenimento.

Il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, con ventidue ordinanze di identico tenore, sollevò questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 1, comma 649, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 (Legge di stabilità per il 2015) che disponeva – nelle more del riordino della disciplina degli aggi e dei compensi spettanti ai concessionari e agli altri operatori di filiera nell’ambito delle reti di raccolta del gioco – la riduzione delle risorse statali a titolo di compenso per i concessionari e per quanti operano nella gestione e raccolta del gioco praticato mediante apparecchi Vlt. La norma prevedeva che i concessionari versassero annualmente la somma di 500 milioni di euro, entro i mesi di aprile e di ottobre di ogni anno, ciascuno in quota proporzionale al numero di apparecchi ad essi riferibili alla data del 31 dicembre 2014.

Il giudice rimettente, adito con distinti ricorsi per l’annullamento del decreto di ripartizione dell’onere tra i concessionari, ritenne che la norma censurata presentasse dubbi di compatibilità costituzionale rispetto all’articolo 3 della Costituzione con riferimento sia al profilo della disparità di trattamento sia al profilo della ragionevolezza. Venne contestata, in particolare, l’applicazione di un criterio statico di riparto, basato sul numero degli apparecchi, in luogo di un criterio di flusso legato ai volumi di raccolta delle giocate. Il criterio prescelto, differente da quello contenuto nella delega fiscale (art. 14, comma 2, lett. g), della legge n. 23 del 2014), venne ritenuto illogico in quanto presupponeva per ciascun apparecchio da intrattenimento la stessa potenzialità di reddito, mentre questa sarebbe ricollegabile a più fattori, e tale criterio avrebbe potuto falsare la concorrenza tra i concessionari. Il giudice a quo, inoltre, sospettava della illegittimità della norma per violazione dell’articolo 41 della Costituzione in quanto lesiva del legittimo affidamento dei concessionari e degli operatori del settore.

Questo il testo del comma 649, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 (Legge di stabilità per il 2015): “A fini di concorso al miglioramento degli obiettivi di finanza pubblica e in anticipazione del più organico riordino della misura degli aggi e dei compensi spettanti ai concessionari e agli altri operatori di filiera nell’ambito delle reti di raccolta del gioco per conto dello Stato, in attuazione dell’articolo 14, comma 2, lettera g), della legge 11 marzo 2014, n. 23, è stabilita in 500 milioni di euro su base annua la riduzione, a decorrere dall’anno 2015, delle risorse statali a disposizione, a titolo di compenso, dei concessionari e dei soggetti che, secondo le rispettive competenze, operano nella gestione e raccolta del gioco praticato mediante apparecchi di cui all’articolo 110, comma 6, del testo unico di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n.773. Conseguentemente, dal 1° gennaio 2015: a) ai concessionari è versato dagli operatori di filiera l’intero ammontare della raccolta del gioco praticato mediante i predetti apparecchi, al netto delle vincite pagate. I concessionari comunicano all’Agenzia delle dogane e dei monopoli i nominativi degli operatori di filiera che non effettuano tale versamento, anche ai fini dell’eventuale successiva denuncia all’autorità giudiziaria competente; b) i concessionari, nell’esercizio delle funzioni pubbliche loro attribuite, in aggiunta a quanto versato allo Stato ordinariamente, a titolo di imposte ed altri oneri dovuti a legislazione vigente e sulla base delle convenzioni di concessione, versano altresì annualmente la somma di 500 milioni di euro, entro i mesi di aprile e di ottobre di ogni anno, ciascuno in quota proporzionale al numero di apparecchi ad essi riferibili alla data del 31 dicembre 2014. Con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, adottato entro il 15 gennaio 2015, previa ricognizione, sono stabiliti il numero degli apparecchi di cui all’articolo 110, comma 6, lettere a) e b), del testo unico di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, riferibili a ciascun concessionario, nonché le modalità di effettuazione del versamento. Con analogo provvedimento si provvede, a decorrere dall’anno 2016, previa periodica ricognizione, all’eventuale modificazione del predetto numero di apparecchi; c) i concessionari, nell’esercizio delle funzioni pubbliche loro attribuite, ripartiscono con gli altri operatori di filiera le somme residue, disponibili per aggi e compensi, rinegoziando i relativi contratti e versando gli aggi e compensi dovuti esclusivamente a fronte della sottoscrizione dei contratti rinegoziati”.

La tassa dei 500 milioni era formalmente addossata ai soli concessionari degli apparecchi sulla base degli apparecchi che ciascun operatore controllava: le 13 compagnie avrebbero dovuto pagarla in due tranche, ripartendone poi il peso con gli altri soggetti della filiera. Il tutto venne lasciato alla contrattazione tra le parti, e nonostante i reciproci appelli alla responsabilità, fu praticamente impossibile trovare un accordo. A complicare la situazione, il fatto che la Stabilità non chiarisse come la tassa doveva essere divisa tra newslot e vlt: queste ultime hanno una filiera molto più corta, la gran parte del peso sarebbe quindi ricaduta sui concessionari. Le 13 compagnie, poi, scoprirono di non avere alcun potere di rinegoziare gli accordi con gli altri soggetti della filiera delle newslot: storicamente infatti sono i gestori a controllare i flussi di cassa, ovvero prelevano i soldi dalle macchine e dividono i proventi con concessionari e esercenti. In sostanza le 13 compagnie, pur essendo obbligate a pagare la tassa, non avevano alcun potere di raccogliere i soldi necessari. Il risultato fu che la tassa venne pagata con enorme ritardo, e solo una volta ottenute le prime vittorie: il Tar aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale e il Governo – con la Stabilità del 2016 – aveva abrogato la tassa per rimpiazzarla con un più sicuro aumento del prelievo sulle giocate.

Il Tar – sebbene non abbia mai sospeso il pagamento della tassa – in particolare sollevò diversi dubbi. Alcuni erano legati al fatto che la tassa avesse un importo fisso, non legato all’andamento delle giocate: “ove i volumi delle giocate raccolte dovessero drasticamente contrarsi, la determinazione del versamento in misura fissa e non variabile, come funzione del volume delle giocate, potrebbe determinare un reale stravolgimento delle condizioni economiche pattuite in convenzione con conseguente eccessiva gravosità degli obblighi imposti per i concessionari ed i relativi operatori di filiera”. Altri riguardavano invece la struttura del mercato: “La profonda modifica dell’assetto della concessione, non risulta invero controbilanciata dal mero obbligo di rinegoziazione dei contratti imposto, a cascata, nei rapporti con gli operatori interni alla filiera, sia in quanto la concreta modifica di tali rapporti è rimessa (né potrebbe essere diversamente) alla libera volontà delle parti, sia perché i concessionari non sono stati dotati di strumenti diversi dagli ordinari rimedi contrattuali per conseguire l’adempimento delle obbligazioni dei gestori, così come, almeno in parte, direttamente e innovativamente conformate dallo stesso legislatore”.

Al termine dell’udienza di domani la Corte Costituzionale manderà la causa in decisione. La sentenza è attesa nel giro di massimo due mesi.

Commenta su Facebook