Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda) ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e Ministero dell’Economia e delle Finanze in cui si chiedeva l’annullamento, quanto al ricorso introduttivo, del provvedimento dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di sospensione del gioco del bingo nella sala sita in Rende (CS), quanto al ricorso per motivi aggiunti, del provvedimento di decadenza della concessione in proroga relativa all’esercizio del gioco del bingo nella sala sita in Rende (CS).

Si legge: “Con il ricorso introduttivo, la (…) concessionaria per la raccolta del gioco del Bingo in regime di c.d. “proroga tecnica” ai sensi dell’art. 1, comma 636, della l. n. 147/2013 e s.m.i. – impugna il provvedimento in epigrafe, con cui l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (di seguito, anche semplicemente “Agenzia”) ha disposto la sospensione della sua “concessione in proroga con conseguente chiusura della sala”, ai sensi e per gli effetti dell’art. 12 della relativa convenzione, in ragione del mancato versamento della “polizza fidejussoria relativa all’anno 2017, aumentata di due anni fino al 31 dicembre 2019, per gli inadempimenti eventualmente verificatisi fino al 31 dicembre 2017”, nonostante le richieste in tal senso del 6 ottobre 2016 prot. 0095594 e del 2 febbraio 2017, prot. 10773.

La società ricorrente – nell’evidenziare di essere sottoposta ad amministrazione giudiziaria, giusto decreto di sequestro preventivo urgente delle quote sociali del 10 settembre 2009 e conseguente provvedimento di nomina di un amministratore giudiziario del 23 settembre 2009 – chiede, in particolare, l’annullamento della sospensione della concessione, assumendone l’illegittimità per i seguenti motivi:

1. Violazione degli artt. 1, 4, 35, 36, 37 e 40 della Costituzione, genericamente lamentando una violazione del diritto al lavoro, atteso che la chiusura dell’attività determinerebbe “l’immediato licenziamento di tutti i (quindici) lavoratori”, nonché del principio di ragionevolezza, proporzionalità e legittimo affidamento, rappresentando come il censurato provvedimento sia stato “adottato … in forza della mera applicazione del dato normativo che prevede la stipula obbligatoria della polizza fideiussoria”, formulando al riguardo relativa richiesta di disapplicazione dell’art. 9, comma 1, del d.m. n. 29 del 31 gennaio 2000 (recante il “Regolamento istitutivo del gioco del bingo”), per come richiamato dall’art. 1, comma 4, della determina direttoriale del 4 marzo 2014, per asserita contrarietà ai richiamati principi;

2. Violazione di legge degli artt. 12 sexies del d.l. n. 306/1992 e degli artt. 35 e ss. del d.lgs. n. 159/2011, “paralizza(ndo la sospensione della concessione in proroga) l’attività dell’impresa (della ricorrente)” … “in (asserito) contrasto con le finalità … volte a garantire la prosecuzione dell’attività aziendale”.

L’Agenzia si costituiva in giudizio, diffusamente argomentando sulla legittimità della propria determinazione.

La Sezione, con ordinanza n. 2293/2017, respingeva l’istanza cautelare avanzata dalla ricorrente “considerato che il quadro normativo applicabile alla fattispecie non prevede deroga alcuna all’obbligo del concessionario di prestare idonea garanzia fideiussoria”, come ribadito con successiva ordinanza n. 3872/2017 (emessa a seguito di relativa riproposizione dell’istanza ai sensi dell’art. 58 c.p.a. in relazione all’interesse manifestato da terzi all’acquisizione della società), in cui si evidenziava come tale circostanza “non incide sulla legittimità del provvedimento impugnato e non è quindi idonea a modificare il suddetto pronunciamento cautelare”.

La ricorrente con ricorso per motivi aggiunti impugna, poi, il successivo provvedimento di decadenza della concessione, riproponendo le medesime censure già formulate in sede di introduzione del gravame.

La stessa società, con memoria del 24 dicembre 2020, insisteva ulteriormente per l’accoglimento delle censure proposte.

All’udienza pubblica del 27 gennaio 2021, la causa veniva trattata e, quindi, trattenuta in decisione.

Il ricorso è infondato, in ragione della legittimità, sotto i profili contestati, dei gravati provvedimenti di sospensione e successiva decadenza della concessione (in regime di proroga) della società ricorrente, integrando ad avviso del Collegio il mancato versamento della richiesta polizza fideiussoria un valido presupposto per l’adozione di una determinazione di decadenza, ai sensi dell’art. 3, comma 1, del d.m. n. 29/2000 (“Regolamento recante norme per l’istituzione del gioco “Bingo” ai sensi dell’articolo 16 della L. 13 maggio 1999, n. 133”), a mente del quale “Il Ministero delle finanze dichiara la decadenza dalla concessione quando vengano meno i requisiti per l’attribuzione della concessione di cui al presente regolamento e al relativo bando di gara” – articolo espressamente richiamato nel provvedimento impugnato – ragionevolmente comportando tale inadempimento il venir meno di uno dei requisiti per l’attribuzione della concessione nonché integrando una violazione delle relative disposizioni che il concessionario con l’adesione al regime di c.d. “proroga tecnica” della convenzione espressamente si è impegnato ad assolvere.

Rileva, infatti, in tal senso come il decreto direttoriale del 4 marzo 2014 (recante, tra l’altro, “disposizioni di attuazione dell’articolo 1 comma 636 della legge 27 dicembre 2013, n. 147”) espressamente preveda – per quei concessionari in scadenza che abbiano scelto (come la società ricorrente) di usufruire, nelle more della pubblicazione della gara europea per l’assegnazione delle concessioni in questione, del regime di cui al citato comma 636 – l’obbligo di dover prestare idonea garanzia “avente i requisiti di cui all’art. 9, comma 1, del regolamento 31 gennaio 2000, n. 29” che “deve essere efficace dalla data di scadenza della concessione fino al 30 giugno 2015 e contenente l’obbligo di estensione, su richiesta dell’Amministrazione, della durata fino alla sottoscrizione della nuova concessione” (in tal senso, l’art. 1, comma 4).

Il richiamato art. 9, comma 1, del già citato regolamento di cui al d.m. n. 29/2000 prevede, infatti, che “Il concessionario presta all’Amministrazione finanziaria cauzione, a mezzo di fideiussione bancaria a “prima richiesta” o polizza assicurativa equivalente, di lire 1 miliardo (pari a € 516.456,89) per ciascuna sala al fine di garantire l’adempimento dei propri obblighi”.

Ne consegue, come il deposito di una siffatta garanza si configuri come elemento essenziale per lo svolgimento in generale dell’attività di gestione del gioco del bingo nonché condizione imprescindibile per la prosecuzione della stessa attività in regime di proroga, ritenendo il Collegio che l’assoluta peculiarità e la particolare delicatezza del settore dei giochi siano idonee a giustificare, la decadenza della concessione in dipendenza della mancata prestazione della prevista garanzia, discendendone sufficienti elementi di pericolo per l’interesse pubblico, tali da determinare la necessità di recidere ogni rapporto con il concessionario.

Le conseguenze della decadenza – pur indubitabilmente gravi – a carico del patrimonio del concessionario sono, infatti, giustificate, nel bilanciamento dei contrapposti interessi, dall’esigenza di evitare il rischio che possano determinarsi danni ben più gravi a carico dell’interesse pubblico e delle ragioni erariali, a causa del mantenimento in essere di concessioni di giochi pubblici affidate a soggetti che potrebbero risultare inadempienti.

Ebbene, nel caso di specie, la (…), dopo aver manifestato (quando già si trovava in amministrazione giudiziaria) la volontà di prorogare il rapporto concessorio già scaduto il 2 settembre 2014, ha volontariamente proseguito nella gestione del gioco del bingo senza – però – mai produrre la necessaria polizza fideiussoria, sebbene tale garanzia fosse stata più volte richiesta e sollecitata dall’Agenzia, già con note del 25 maggio e del 3 settembre 2015 nonché, poi, del 6 ottobre 2016 e, infine, del 2 febbraio 2017, in cui le veniva assegnato l’ulteriore termine di dieci giorni per il deposito, con l’espresso avvertimento che, in caso di ulteriore mancanza, si sarebbe avviato il relativo procedimento di sospensione della concessione.

Alcun rilievo assume, in tale contesto, la circostanza – addotta dalla ricorrente a giustificazione del proprio inadempimento – che essa si trovi fin dal 2009 in amministrazione giudiziaria, non valendo tale circostanza a porre l’Erario al riparo dal rischio che l’attività del concessionario non sia costantemente conforme all’interesse pubblico e, dunque, pregiudizievole per le ragioni erariali.

Occorre, infatti, considerare come la ricorrente, nella sua qualità di concessionaria di Stato, fosse titolare di un munus pubblico, per di più nel delicato settore dei giochi, che postula necessariamente, quale requisito fondante, la prestazione di una valida garanzia, in ragione della gestione di rilevanti flussi finanziari, in parte destinati all’Erario, la cui mancata prestazione fa di per sé venir meno i requisiti per l’attribuzione della concessione.

Tale adempimento si atteggia, dunque, a presupposto imprescindibile per la prosecuzione del rapporto concessorio, sicché, nel caso di specie, l’Agenzia non poteva consentire alla ricorrente, sebbene in amministrazione giudiziaria, l’ulteriore prosecuzione dell’attività, in mancanza di un elemento essenziale allo svolgimento dell’attività stessa.

Qualsiasi contrasto con i richiamati principi costituzionali di ragionevolezza e proporzionalità dell’azione amministrativa deve, dunque, essere escluso così come un legittimo affidamento della ricorrente alla prosecuzione dell’attività, poiché in aperto contrasto con la normativa di settore, che impone – come visto – la prestazione della garanzia da costei, invero, non prestata.

A ciò si aggiunga come la (…) versasse in amministrazione giudiziaria già quando decideva di aderire al regime di proroga tecnica, nella piena consapevolezza che ciò avrebbe comportato l’imprescindibile deposito della garanzia di cui al citato comma 636, come anche espressamente chiarito dall’Agenzia all’amministratore giudiziario già con nota del 4 settembre 2014 (in atti), con l’ulteriore conseguenza che deve, anche sotto tale aspetto, escludersi un qualsiasi legittimo affidamento della ricorrente sulla non obbligatorietà di tale adempimento.

Diversamente opinando si verrebbe, vieppiù, ad accordare all’odierna ricorrente un ingiustificato privilegio, a detrimento della posizione degli altri concessionari in situazioni analoghe, che, come evidenziato l’amministrazione resistente, nel riconoscere la necessità del deposito di idonea garanzia, hanno presentato al giudice delegato specifica istanza di dissequestro di risorse finanziarie e /o titoli in misura sufficiente a formalizzare la richiesta e l’ottenimento della necessaria garanzia.

Né appare rinvenibile alcuna lesione del diritto al lavoro – genericamente lamentata dalla ricorrente sulla base dell’assunto che la chiusura dell’attività comporterebbe il licenziamento dei propri dipendenti – non rivenendosi alcun profilo di omessa salvaguardia dei livelli occupazionali e non potendo il paventato danno assurgere a ragione ostativa all’adozione dei contestati provvedimenti di sospensione e decadenza della concessione, tanto più ove la relativa attività di raccolta venga svolta oltre che, come visto, in spregio alla normativa di settore, finanche – come nel caso di specie – in violazione della normativa previdenziale, come documentato in atti dall’amministrazione resistente.

In conclusione, per le ragioni sin qui esposte, il ricorso deve essere respinto.

Sussistono comunque giusti motivi, attesa la situazione di difficoltà in cui versa la (…), per compensare tra le parti le spese di lite.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate”.