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Calcio in fermento, ma anche il mondo dei media, e in particolar modo i broadcaster, guardano con timore alle norme sul divieto di pubblicità per i giochi d’azzardo previste nella bozza del Decreto Dignita’. L’aria che si respira è quella dell’attesa mista a preoccupazione per una misura che il ribattezzato «Decreto Dignità» dovrebbe senza dubbio contenere, almeno stando alle indicazioni della vigilia.

Il conto previsto è di 700 milioni in tre anni per le casse dello Stato. Non sembra però spaventare. Il tweet di Vittorio Crimi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, è in tal senso chiarissimo: «Finalmente ci sarà uno STOP alla pubblicità del gioco d’azzardo nel decreto dignità presentato da @luigidimaio. Il gioco d’azzardo “nuoce gravemente alla salute”, specialmente delle fasce più deboli, deprime l’economia reale e riduce i consumi».

Intanto però la decisione del ministro del lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, di vietare la pubblicità di giochi sia da parte delle società di scommesse sui media sia come sponsorizzazioni delle squadre di calcio, ha generato molto fermento, fra club e broadcaster.

Cairo: metodo sbagliato
«Si parla di una parte del problema. Ma tutti questi giochi online sono in realtà molto regolati, al contrario invece della parte offline. È lì che occorrerebbe intervenire con attenzione per combattere comportamenti compulsivi e ludopatie», dice al Sole 24 Ore Urbano Cairo. Oltre che patron del Torino Calcio, Cairo può vedere la questione anche nella sua veste di editore. «Per quanto riguarda il Torino l’impatto non è significativo. Uno sponsor può essere agevolmente sostituito con un altro. E anche come editore devo dire che, parlando di Tv o di Rcs o dei periodici di Cairo Editore, l’impatto non è materiale».

Quello che Urbano Cairo tiene a precisare, oltre alle dimensioni del fenomeno dove «il gioco online nel 2017 è valso il 7,2% dei giochi con vincite in denaro in Italia» è invece che «non è una questione economica che mi spinge a parlar di questi temi. Piuttosto l’idea che si stia agendo su una questione importante in maniera sbagliata».

Rai già al riparo
Chi dalla sua nel mondo delle tv non esprime preoccupazione è la Rai. Dall’aprile del 2017, con la firma della nuova convenzione Stato-Rai per l’affidamento del servizio pubblico, è stato vietato sulla tv pubblica ogni messaggio pubblicitario relativo alle sscommesse, senza distinzione di orari. Quindi niente pubblicità sul betting, ricorda il presidente e ad di Rai Pubblicità Antonio Marano. E niente problemi dal decretone.

Gli attuali paletti
Va detto che al momento una forma di limitazione per tutti c’è. In generale dal punto di vista normativo esiste un divieto dalle 7 alle 22 di ogni giorno nelle trasmissioni televisive sui canali generalisti, vale a dire sui canali da 1 a 9 del telecomando. L’orario limitato non si applica ai programmi di Mediaset Premium e Sky. Esclusi anche i canali tematici a pagamento, le tv locali, le radio nazionali e locali.

Per quanto riguarda i dati sulla pubblicità sui media, l’ultimo studio dell’agenzia Agimeg su dati Nielsen indica che tra gennaio e settembre 2017 la raccolta è stata di 45,9 milioni di euro: +1,8% rispetto ai 45,1 milioni dello stesso periodo del 2016. L’85,7% degli investimenti è stato indirizzato alla Televisione, che ha raccolto 39,4 milioni di euro (+3,8%), ma è la Radio ad aver avuto la crescita percentuale più elevata. La Radio con investimenti per oltre 2 milioni di euro ha registrato infatti un notevole balzo in avanti (+900%). In calo invece la pubblicità su quotidiani (1,5 milioni contro 2,9 milioni) e periodici (358mila euro contro 511mila euro).

Mediaset la più danneggiata
Ad avere la paggio in questo frangente sarebbe quindi Mediaset, che secondo gli analisti di Fidentiis, gestisce il 50% del budget annuale del gioco d’azzardo sui media tradizionali, che sarebbe attorno ai 70 milioni (Fidentiis si rifà al dato totale 2016). Con questo il gruppo di Cologno dovrebbe lasciare dunque sul terreno il 6% del margine ebit consolidato.

Serie A: 11 squadre su 20 hanno sponsor del settore
Questo dunque sul versante della raccolta che verrebbe a mancare per il mondo media. Alle cui preoccupazioni si aggiungono i timori e le levate di scudi del mondo del calcio. In Serie A ben 11 squadre su 20 hanno un partner commerciale legato al mondo delle scommesse. E sono infatti ben 120 milioni all’anno che vengono utilizzati per fare pubblicità attraverso lo sport. In Serie A ben 11 squadre su 20 hanno un partner commerciale legato al mondo delle scommesse.

Premier League prima per ricavi da scommesse
Un’analisi pubblicata ieri dall’agenzia specializzata Agimeg, ha ricordato come «nel Regno Unito – in quella che è la Lega calcio più ricca e più seguita al mondo, la Premier League – il 45% delle squadre ha un’azienda di gioco online come sponsor sulla maglia, il 100% ha cartelloni led durante le partite casalinghe con sponsor di aziende di gioco, il 100% ha accordi con compagnie di scommesse – le cosiddette gambling partnerships – e il 95% delle partite trasmesse live TV ha almeno uno (spesso due o più) spot di aziende di gaming. Il giro d’affari nella patria delle scommesse è notevole, se si pensa che uno spot in TV durante una partita di Premier League costa 35.000 sterline per 30 secondi».

 

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