Singolare vicenda quella di una titolare di agenzia di scommesse collegata a bookmaker austriaco, che a poca distanza di tempo, nel 2014, si era veduta contestare, per la medesima attività, due analoghe denunce di reato che, assegnate a pubblici ministeri diversi erano sfociate in due distinti processi penali dal diverso epilogo.

In un primo processo la titolare del centro aveva subito dal Tribunale di Genova la condanna per il reato di raccolta abusiva di scommesse ai sensi dell’art. 4 legge 401/89, a mesi 4 di reclusione con pena accessoria di divieto di accesso a luoghi di svolgimento di manifestazioni sportive nonché ad esercizi dedicati al gioco d’azzardo autorizzato. Situazione incresciosa atteso che, in seguito, la stessa aveva continuato ad operare nello stesso centro, a seguito di regolarizzazione. In tale processo l’imputata aveva tentato invano di sostenere la tesi basata sulla discriminazione subita dalla societa’ preponente si fini dell’accesso al sistema concessorio. Nell’altro successivo processo la stessa, assistita da altro difensore, l’avvocato Marco Ripamonti, nel frattempo subentrato, era stata assolta da altro giudice monocratico sempre del Tribunale di Genova, con la formula il fatto non sussiste, con declaratoria di intervenuta discriminazione ai propri danni e del bookmaker austriaco di riferimento, che pur partecipando al bando Monti si era aggiudicato un unico e solo diritto.

Lo stesso avvocato Ripamonti, nell’appello già pendente riguardo alla pregressa sentenza di condanna, è subentrato producendo la sentenza assolutoria che intanto aveva ottenuto e depositando articolata memoria con nuovi argomenti.

La Corte d’Appello di Genova, all’esito della discussione, ha riformato la sentenza di condanna ed ha accolto le tesi svolte dalla nuova difesa sostenuta, per l’appunto, dall’avvocato viterbese, mandando così assolta l’imputata con formula il fatto non sussiste. I contenuti della motivazione ci sono stati illustrati dallo stesso avvocato Marco Ripamonti, come di seguito: “Non essendomi occupato del primo grado che ha avuto come epilogo la condanna, ho ritenuto utile esporre con memoria integrativa i miei argomenti e soprattutto produrre la sentenza assolutoria che a fronte di altra denuncia avevo nelle more ottenuto. La Sentenza d’Appello, in sintesi, ha affermato la piena discriminazione della società austriaca, che poi aveva aderito alla regolarizzazione per emersione per 1.000 titoli, affermando come l’unica concessione conseguita attraverso il bando Monti rappresentasse l’intento di sollevare il casus belli (testualmente) per il raggiungimento di una affermazione sulla propria discriminazione che, pertanto, è stata riconosciuta. La Corte ha anche scagionato l’imputata sotto il profilo dell’elemento soggettivo per via dell’affidamento fatto sul titolo austriaco e sulle direttive impartite dai vertici aziendali. Mi sembra rilevante anche quanto affermato in punto intermediazione, avendo la Corte escluso che la installazione di postazioni web collegate al bookmaker, la sussistenza di ricevute e lo stesso pagamento di vincite in loco siano sempre indice di tale attività, atteso che potrebbe trattarsi di gestione di cassa direttamente riconducibile al bookmaker stesso. In tal caso il titolare del ced agirebbe come mandatario. Sono pertanto molto soddisfatto di questo esito. La discriminazione, a mio avviso, non è cosa scontata, va dimostrata e sostenuta con riferimento ad ogni bando specifico per non rischiare di risultare discriminati puramente immaginari ed improvvisati. Nel caso specifico, in primo grado, era stata negata, ma non saprei dire altro, non essendomene occupato.
Mi sembra interessante anche quanto affermato dalla Corte d’Appello in punto intermediazione, in accoglimento ulteriore delle nostre tesi.”