Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Stralcio) ha accolto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Amministrazione Autonoma Monopoli di Stato, in cui si chiedeva l’annullamento del provvedimento n. prot. 2009/20716/Giochi/SCO/Conc. 1179 dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato con il quale viene richiesto il versamento dell’integrazione del minimo garantito per il 2008; del provvedimento n. prot. 2009/20716/Giochi/SCO/Conc. 1374 dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato con il quale viene richiesto il versamento dell’integrazione del minimo garantito per il 2008; del provvedimento n. prot. 2009/20716/Giochi/SCO/Conc. 1376 dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato con il quale viene richiesto il versamento dell’integrazione del minimo garantito per il 2008;

Si legge: “1. Con il ricorso indicato in epigrafe, la ricorrente, titolare di alcune concessioni ippiche ai sensi del d.p.r. 8 aprile 1998, n. 169, ha impugnato i provvedimenti del 2009 con i quali l’A.A.M.S. le ha intimato il versamento dell’integrazione del c.d. minimo annuo garantito per l’anno 2008 in relazione alle concessioni di cui è titolare indicate in epigrafe. Con i primi due motivi di ricorso, la ricorrente deduce la violazione, sotto plurimi profili, dell’art. 38, comma 2, lett. l) e comma 4, lett. l), del decreto legge n. 223 del 2006 conv. dalla legge n. 248 del 2006, in quanto prima di richiedere il pagamento dei minimi annui garantiti dovevano essere le misure di salvaguardia previste dal legislatore in favore dei concessionari del settore; deduce inoltre l’indeterminatezza dei parametri in base ai quali è stato calcolato l’importo richiesto. Con il terzo ed il quarto motivo, invece, lamenta la disparità di trattamento con riferimento agli operatori economici che, divenuti concessionari nel settore in base alla disciplina recata dal decreto legge n. 223 del 2006, non sono tenuti al versamento dei minimi annui garantiti e la violazione del legittimo affidamento in ordine alle programmate misure di salvaguardia anche in considerazione della sospensione della richiesta di pagamento per i minimi garantiti del 2006.

La fattispecie di causa è stata già esaminata dalla Sezione che è pervenuta alla conclusione dell’annullamento del provvedimento avente ad oggetto la richiesta dell’integrazione del c.d. minimo annuo garantito adottato in mancanza delle c.d. misure di salvaguardia sancite dall’art. 38, comma 4, lettera l), del decreto legge n. 223 del 2006. In virtù del principio di sinteticità della motivazione della sentenza che viene in rilievo là dove la controversia possa essere decisa facendo riferimento “ad un precedente conforme” (art. 74 c.p.a.), il Collegio richiama i precedenti (sentenza 17 luglio 2014, n. 7638; 19 settembre 2019, n. 11092; 3 luglio 2017, n. 7588; 5 ottobre 2020, n. 10078) con i quali sono state decise controversie analoghe a quella oggetto del presente giudizio e rinvia, con le precisazioni che seguono, alle motivazioni lì esposte le quali non risultano superate nel caso di specie.

L’art. 38, comma 4, lettera l), del decreto legge n. 223 del 2006 ha previsto ad opera dell’amministrazione finanziaria la “definizione delle modalità di salvaguardia dei concessionari della raccolta di scommesse ippiche disciplinate dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 8 aprile 1998, n. 169” (c.d. misure di salvaguardia).

In seguito, l’art. 10, comma 5, lett. b), del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16 (“Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento”), convertito, con modificazioni, dalla legge n. 44 del 2012, ha stabilito la “definizione, anche in via transattiva, sentiti i competenti organi, con abbandono di ogni controversia pendente, di tutti i rapporti controversi nelle correlate materie e secondo i criteri di seguito indicati: […] relativamente alle quote di prelievo di cui all’articolo 12 del decreto del Presidente della Repubblica 8 aprile 1998, n. 169 ed alle relative integrazioni, definizione, in via equitativa, di una riduzione non superiore al 5 per cento delle somme ancora dovute dai concessionari di cui al citato decreto del Presidente della Repubblica n. 169 del 1998 con individuazione delle modalità di versamento delle relative somme e adeguamento delle garanzie fideiussorie. Conseguentemente, all’articolo 38, comma 4, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, la lettera l) è soppressa”.

Con la pronuncia della Corte costituzionale n. 275 del 2013 è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’articolo 10, comma 5, lettera b), del predetto decreto legge n. 16 del 2012 per violazione dei principi di ragionevolezza e di non arbitrarietà limitatamente alle parole “non superiore al 5 per cento”. La Corte ha evidenziato come sia “fondata la questione di costituzionalità, laddove si censura lo sbarramento del cinque per cento alla riduzione delle somme dovute dai concessionari […]. Lo stesso quadro, sia finalistico che strumentale, fin qui delineato, evidenzia la irragionevolezza di questa parte della disposizione”. Si è affermato, in particolare, che dalla previsione normativa (avente natura di legge-provvedimento) che introduce il “nuovo meccanismo di riequilibrio” del mercato di riferimento – rappresentato della riduzione del minimo annuo garantito non superiore al 5%, in luogo delle precedenti misure di salvaguardia previste dall’art. 38, comma 4, del decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, conv. dalla legge n. 248 del 2006 medio tempore abrogato – “non emergono le ragioni che inducono a ritenere il tetto congruente con l’obiettivo prefissato dallo stesso legislatore, e cioè – si ripete la riconduzione ad equità dei rapporti concessori nel rispetto dei principi di efficienza ed economicità”.

4. Nel caso di specie, non è tuttavia invocabile l’efficacia retroattiva della sentenza di costituzionale n. 275 del 2013 (come avvenuto in altri contenziosi simili aventi ad oggetto la richiesta di versamento dei contributi minimi garantiti sulla base della disposizione normativa del 2012 in seguito dichiarata incostituzionale, cfr., il precedente della Sezione, 5 ottobre 2020, n. 10078). Difatti, i provvedimenti gravati con l’odierno ricorso sono stati adottati nella vigenza della disciplina recata dall’art. 38, comma 4, lettera l), del decreto legge n. 223 del 2006 (poi abrogato e sostituito dall’art. 10, comma 5, lett. b), del decreto legge n. 16 del 2011 conv. dalla legge n. 44 del 2012, disposizione quest’ultima, come detto, poi dichiarata incostituzionale), sicchè è alla luce del principio del tempus rigit actum – e quindi secondo la disciplina ratione temporis vigente – che occorre scrutinare le censure sollevate.

Sulla base delle coordinate ermeneutiche qui tracciate, i provvedimenti impugnati sono illegittimi in quanto emessi in mancanza dell’adozione delle misure di salvaguardia (o modalità di salvaguardia), previste dall’art. 38, comma 4, lettera l), del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, la cui preventiva adozione costituisce presupposto imprescindibile ai fini della legittima esazione dei crediti in questione. Questa disposizione, infatti, sul presupposto dell’esistenza di uno squilibrio economico, provocato nei rapporti concessori in questione dall’apertura del mercato delle scommesse ippiche a nuovi concessionari, nonché dalla nascita del mercato parallelo gestito dai centri di trasmissione dati (CTD), prevedeva che, con provvedimenti dell’amministrazione finanziaria, fossero stabilite le nuove modalità di distribuzione del gioco su base ippica, nel rispetto del criterio rappresentato dalla previa “definizione delle modalità di salvaguardia dei concessionari della raccolta di scommesse ippiche disciplinate dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 8 aprile 1998, n. 169” (i cosiddetti concessionari storici).

5. In conclusione, il gravame è accolto con riferimento ai primi due motivi di ricorso, con assorbimento delle altre censure e, per l’effetto, vanno annullati i provvedimenti impugnati.

La peculiarità della controversia e il mancato svolgimento dell’attività difensionale delle amministrazioni intimante giustificano la compensazione tra le parti delle spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, sede di Roma Sezione Seconda Stralcio, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei limiti e nei termini di cui in motivazione e, per l’effetto, annulla gli atti impugnati indicati in epigrafe”.