La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per alcuni imputati che avevano fatto ricorso contro la sentenza con la quale la Corte di appello di Palermo aveva confermato quella resa dal tribunale di Palermo che li aveva condannati per aver esercitato abusivamente l’organizzazione della raccolta di scommesse su competizioni sportive gestite dall’UNIRE.

Per i giudici: “Detta norma prevede la pena della reclusione da sei mesi a tre anni per “Chiunque esercita abusivamente l’organizzazione del giuoco del lotto o di scommesse o di concorsi pronostici che la legge riserva allo Stato o ad altro ente concessionario” ed altresì per chi “comunque organizza scommesse o concorsi pronostici su attività sportive gestite dal Comitato olimpico nazionale italiano (CONI), dalle organizzazioni da esso dipendenti o dall’Unione italiana per l’incremento delle razze equine (UNIRE)”. Ed è proprio quest’ultima fattispecie che costituisce l’oggetto dei capi d’imputazione nel presente procedimento, per avere gli imputati, anche in concorso tra loro, esercitato abusivamente l’organizzazione della raccolta di scommesse su competizioni sportive gestite dall’UNIRE. Tale disciplina tutela l’interesse finanziario dello Stato, al fine di garantire il rispetto del monopolio sull’organizzazione di giochi e scommesse. A tale proposito, la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che integra il reato di organizzazione di scommesse clandestine, previsto dall’articolo 4 comma 1 della L. 13 dicembre 1989 n. 401 la raccolta, su incarico di altri correi, di scommesse dai giocatori in quanto si tratta di condotta strutturalmente diversa da quella di mera partecipazione alla scommessa in qualità di giocatore, di cui al terzo comma del citato articolo 4 (Sez. 6, n. 5364 del 03/12/2002, dep. 2003, Falcone, Rv. Ciò posto, osserva la Corte come, in virtù degli accertamenti, adeguatamente e logicamente motivati, contenuti nella sentenza impugnata (contenuto inequivoco delle videoriprese e delle intercettazioni telefoniche), i ricorrenti si recassero sistematicamente all’ippodromo e, d’accordo fra loro, suddividendo le entrate e le uscite di denaro, organizzassero un banco non autorizzato raccogliendo scommesse clandestine da un folto gruppo di frequentatori abituali dell’ambiente, a loro conosciuti, circostanze comprovate dai servizi di osservazione e dalle captazioni delle conversazioni telefoniche intercorse tra gli imputati.

Ne consegue come, nel caso in esame, la condotta degli imputati sia ampiamente sussumibile nella fattispecie incriminatrice di cui al primo comma dell’articolo 4 L. 401 del 1989, essendo stata accertata l’esistenza di un’organizzazione clandestina delle scommesse che, quantunque non assistita dal carattere della stabilità, consentiva ai ricorrenti di sostituirsi dolosamente al banco autorizzato, in tal modo illegittimamente raccogliendo le scommesse dei giocatori, corrispondendo loro le eventuali vincite ed incassando il denaro in caso di perdita degli scommettitori. La giurisprudenza di legittimità ha infatti chiarito che l’ipotesi dell’illecita organizzazione di concorsi pronostici, prevista dall’articolo 4 delle legge 12 dicembre 1989 n. 401, sussiste qualora risulti, come nel caso in esame, che taluno coordini la raccolta della partecipazione di altre persone a detti concorsi, con una organizzazione che, benché fondata essenzialmente sull’impegno personale dell’autore e consistente nell’utilizzazione di mezzi limitati, si dimostri pur sempre efficiente rispetto alla realizzazione della gestione delle scommesse clandestine (Sez. 3, n. 6111 del 18/03/1999, De Bernardo, Rv. 213743 – 01), che costituisce la finalità illecita alla base della ratio dell’incriminazione.

Anche i motivi sul trattamento sanzionatorio, essendo comuni a tutti i ricorrenti, possono essere congiuntamente esaminati. Essi sono inammissibili in quanto generici e manifestante infondati. La Corte territoriale ha affermato come, in assenza di elementi favorevoli tali
da comportare il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, fossero congrue le pene inflitte dal giudice di primo grado, in ragione delle modalità delle condotte come ricostruite nella sentenza impugnata nonché della recidiva specifica dimostrativa della perseveranza da parte dei ricorrenti nel violare la disciplina dei giochi e delle scommesse. Sulla base di ciò la Corte d’appello ha ritenuto proporzionata la pena inflitta alla gravità delle condotte poste in essere dagli imputati.

I quali, senza contrastare specificamente la motivazione, hanno sollevato censure generiche, limitando la doglianza al mero fatto che il giudice d’appello non avesse accolto la loro richiesta di attenuazione del trattamento sanzionatorio. Va allora ricordato che, nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti generiche, non è necessario che il giudice prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o superati da tale valutazione (Sez. 3, n. 28535 del 19/03/2014, Lule, Rv. 259899 – 01). Più in generale, l’obbligo di motivazione sulla determinazione del trattamento sanzionatorio è adempiuto dal giudice di merito ove, attraverso un pur sintetico richiamo al principio di proporzionalità della pena al fine di meglio adeguare, nel caso concreto, la sanzione al fatto commesso, dia dimostrazione, come nel caso in esame, di avere valutato la gravità del fatto e la personalità dell’imputato, che costituiscono alcuni degli indici normativi più significativi per la determinazione del trattamento sanzionatorio.

Sulla base delle considerazioni che precedono, la Corte ritiene pertanto che i ricorsi debbano essere dichiarati inammissibili, con conseguente onere per i ricorrenti, ai sensi dell’articolo 616 del codice di procedura penale, di sostenere le spese del procedimento. Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data del 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che i ricorsi siano stati presentati senza “versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, si dispone che i ricorrenti versino la somma, determinata in via equitativa, di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende”.