Difficoltà interpretative aprono a nuovi contenziosi

Identificazione degli scommettitori come soggetti passivi del prelievo, addebito retroattivo per le quote maturate da maggio in luogo del prelievo diretto, attribuzione della responsabilità della riscossione alle aziende concessionarie e coinvolgimento del settore dell’Ippica: sono questi i tratti principali della determinazione dell’Agenzia dei Monopoli e delle Dogane, che ha recentemente stabilito le modalità di calcolo e di applicazione del c.d. “Fondo Salva Sport”, introdotto dal decreto Rilancio.

La misura è stata contestata sin dall’inizio da tutto il comparto dei giochi e scommesse, già abbondantemente tassato e ulteriormente colpito dall’emergenza Coronavirus: il tributo addizionale salva-sport equivale nella realtà fino ad un +30% di tassazione per tutto il comparto. I concessionari hanno ricordato l’assenza di attinenza dell’iniziativa con la crisi scoppiata a marzo, considerato che faceva già parte del programma elettorale con il quale il Gabriele Gravina si è candidato alla presidenza FIGC nel 2018. Una richiesta per diversi motivi anacronistica, insomma, peraltro superata – anche per magnitudo – dai fondi a pioggia previsti per lo scenario pandemico.

La determinazione dell’Agenzia entra nel dettaglio, palesando per la prima volta chi siano i reali destinatari delle imposte di gioco, per definizione indirette. Per uno specifico segmento – quello del Betting Exchange, ovvero le “scommesse a interazione diretta fra giocatori”, nel quale i giocatori possono interpretare a proprio piacimento sia il ruolo del “banco”, sia quello dello scommettitore – si prescrive sostanzialmente di aumentare le commissioni, addebitando la quota dello spropositato prelievo sulle vincite degli scommettitori. Ne risulta una doppia discriminazione: per la stragrande maggioranza dei concessionari dell’Agenzia che non offrono tale modalità di gioco, sarà opportuna una rivisitazione delle quote e delle percentuali di ritorno in vincita, non essendo previsto un addebito diretto ai giocatori. Per gli operatori Exchange, invece, il riaddebito ai clienti sarà palese e foriero di una perdita di competitività. Per queste imprese, si delinea infatti la necessità di assumere sia il ruolo di sostituto di imposta, sia di esattore: la determinazione prevede infatti che le imposte maturate già dall’entrata in vigore del decreto (20 maggio) siano da effettuarsi a cura degli operatori sui conti di gioco, di titolarità dei giocatori. Qualora chiusi o incapienti, i concessionari dovranno inviare ai titolari dei modelli F24 precompilati.

Ne consegue un’ulteriore complicazione, dovuta al massimale previsto dalla norma: nel caso del raggiungimento di tale soglia (40 milioni nel 2020 e 50 milioni nel 2021), non è chiaro con quale criterio l’Agenzia delle Dogane applicherà la riduzione del tributo. A tutti i concessionari di scommesse diverse dall’Exchange, è richiesto il versamento del prelievo a consuntivo, con cadenza quadrimestrale, su computo dell’Agenzia; i concessionari dell’Exchange, per i quali il prelievo avviene alla fonte, dovrebbero invece restituire le quote dei clienti trattenute in eccesso. Un vero e proprio rebus, sia poiché non avranno contezza di quali clienti nel frattempo non abbiano effettuato il versamento con il modello F24, sia poiché non è dato sapere cosa accadrebbe qualora i clienti nel frattempo avessero chiuso i conti, e se quindi l’Agenzia delle Entrate invierà dei crediti d’imposta ai clienti o incamererà le somme indebitamente trattenute.

Per gli operatori Exchange il problema principale rimane, tuttavia, l’enorme sproporzione del prelievo rispetto alle reali grandezze economiche in gioco. La raccolta in questo modello imprenditoriale, infatti, non è rappresentata dagli importi scommessi o “bancati” dai clienti. Infatti, mentre per un operatore tradizionale l’imponibile dell’imposta unica è la “differenza tra raccolta e vincita” (ovvero il margine lordo), che corrisponde ai ricavi e quindi al naturale imponibile, per l’Exchange l’imponibile corrisponde alle commissioni sulle vincite nette dei giocatori, quale che sia il ruolo da essi interpretato.

In ultimo, anche cronologicamente, il punto che desta forse la maggiore perplessità riguarda il coinvolgimento a sorpresa delle aziende del settore Ippica; in primis le scommesse ippiche rappresentano una disciplina legislativamente a sé rispetto alle scommesse sportive, tuttavia l’aspetto più critico riguarda la profonda e strutturale crisi nella quale versava il settore ancor prima della pandemia, che suggerirebbe pertanto la necessità di sostegno, non ulteriori vessazioni. Perplessità recentemente condivise in una nota all’Agenzia Dogane e Monopoli anche da Giuseppe L’Abbate (M5S), sottosegretario al Mipaaf con delega all’ippica.

Il provvedimento, nel palesare le difficoltà di attuare una norma primaria scritta senza alcuna logica e, di contrasto, la volontà di massimizzare il gettito previsto, presta il fianco a numerosi interrogativi, da parte di molteplici categorie di destinatari. Interrogativi che, se non risolti, porteranno inevitabilmente a nuovi contenziosi, dagli esiti pressoché scontati.