La Quarta sezione penale della Corte di Cassazione ha accolto – tramite sentenza – il ricorso presentato dalla titolare di un centro Stanleybet in provincia di Taranto.

Si legge: “Decidendo in sede di rinvio a seguito di annullamento di precedente provvedimento da parte della 3 Sezione della Corte di Cassazione, il Tribunale del Riesame di Taranto, con ordinanza datata 4 giugno 2020, ha rigettato la richiesta di riesame presentata nell’interesse di (…) avverso il decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale tarantino in data 11 marzo 2019, decreto che per l’effetto é stato confermato. Si tratta, in estrema sintesi, di un provvedimento con il quale erano state sottoposte a sequestro le postazioni telematiche usate dalla ricorrente per la raccolta e gestione di scommesse in favore del bookmaker estero con marchio Stanleybet; il decreto era motivato dal fatto che tale attività veniva gestita in difetto della licenza di cui all’art. 88 del T.U.L.P.S., licenza che la (…) non aveva ottenuto – e che invero la Questura competente aveva negato sul rilievo che la Stanleybet non era titolare concessione amministrativa -; né del resto la stessa (…) aveva aderito alla sanatoria prevista dall’articolo 1, commi 643 e 644 della legge di stabilità 2015 (legge n. 190 del 23 dicembre 2014); in tale quadro, in relazione all’attività di raccolta e gestione delle scommesse veniva ravvisata la sussistenza del fumus commissi delicti in relazione all’ipotesi di reato di cui all’art. 4, comma 4-bis, legge n. 401/1989.

1.1. Con una precedente ordinanza (del 4 luglio 2019) il Tribunale di Taranto aveva rigettato l’istanza di riesame avanzata dalla (…); costei aveva proposto ricorso per cassazione, deducendo il contrasto dei bandi del 1999 e del c.d. bando Bersani con la normativa eurounitaria (ed in specie con gli artt. 49 e 56 del TFUE) e lamentando il diniego dell’autorizzazione di cui all’art. 88 del T.U.L.P.S. solo a causa della mancanza di concessione amministrativa in capo alla Stanleybet. La Suprema Corte, sulla scorta di plurime decisioni della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (tra cui in particolare, da ultimo, la sentenza 28 gennaio 2016 in causa C – 375/14, Laezza) e richiamate altre pronunzie recenti di legittimità, precisava che gli artt. 49 e 56 del TFUE possono risultare ostativi a una normativa nazionale che preveda l’obbligo di cessione dei suddetti beni a titolo non oneroso alla scadenza del termine finale di concessione, laddove tale restrizione ecceda quanto é proporzionalmente necessario al conseguimento dell’obiettivo effettivamente perseguito da tale disposizione, demandando sul punto ogni verifica al giudice nazionale. Sulla scorta di tale indirizzo, la Corte di legittimità emetteva sentenza di annullamento con rinvio, ritenendo che costituiscano potenziali restrizioni della libertà di stabilimento e/o della libera prestazione di servizi (garantite dagli artt. 49 e 56 TFUE), ove sproporzionate ed eccedenti rispetto agli obiettivi di legge, tutte le misure che fungano da deterrente alla partecipazione a una gara, fra cui in via d’ipotesi anche l’obbligo di cessione a titolo non oneroso delle attrezzature per la raccolta delle scommesse, da parte del concessionario, allo spirare del termine di scadenza della concessione; per stabilire, però, la proporzionalità di tale clausola al conseguimento della finalità perseguita attraverso siffatta misura restrittiva (in pratica, l’obiettivo di scoraggiare attività illegali), la Corte regolatrice ha fatto carico al giudice del rinvio di formulare una valutazione del grado di antieconomicità della partecipazione alle gare indette in base al D.L. n. 16/2012, tenendo conto sia del valore venale dei beni da impiegare, sia del profitto comunque ragionevolmente ricavabile.

1.2. Il Tribunale del Riesame, decidendo in sede di rinvio, escludendo la portata discriminatoria (nei confronti della Stanleybet) della scelta del legislatore nazionale, ha affrontato il tema della proporzionalità della restrizione riferita alla clausola di cessione delle attrezzature a titolo non oneroso al termine della concessione: clausola che peraltro, osserva il Tribunale adìto, dev’essere valutata alla luce della valutazione di antieconomicità sollecitata con la sentenza rescindente dalla Corte di legittimità, ma riguardo ai cui termini (il valore venale dei beni da impiegare e l’utile ragionevolmente ricavabile dall’attività di raccolta delle scommesse) non é nella specie possibile raggiungere la prova. Sul punto il Tribunale ha in primo luogo affermato che non risulta assolto l’onere probatorio relativo ai motivi che possano far ritenere la disposizione normativa non proporzionata allo scopo, onere che – sostiene il Collegio adìto – grava non già sul P.M., ma sulla parte che deduce tale condizione. Nello specifico, le consulenze tecniche (…) presentate dalla difesa (e costituenti, pertanto, meri atti di parte) non sono risultate idonee a fornire i necessari elementi di prova né in ordine al valore dei beni, né al profitto ragionevolmente ricavabile dall’attività di raccolta delle scommesse, riguardo al quale é mancata la produzione di documenti contabili da parte della (…) atti a consentirne una valutazione in concreto. Non é quindi possibile concludere che la partecipazione della Stanleybet alla gara del 2012 fosse antieconomica e, conseguentemente, che la clausola della cessione non onerosa delle attrezzature fosse eccessiva rispetto a quanto necessario al conseguimento degli obiettivi perseguiti e contrastante con gli artt. 49 e 56 TFUE. Ulteriore conseguenza di quanto precede, secondo il Tribunale adìto, é che non vi sono le condizioni per disapplicare la norma incriminatrice di cui all’art. 4, comma 4-bis, della legge 401/1989.

2. Avverso la prefata ordinanza ricorre la (…), per il tramite del suo difensore di fiducia. Nell’unico motivo di ricorso, assai ampio e articolato (nonché ricco di richiami giurisprudenziali a vicende similari che hanno riguardato la Stanleybet, tra i quali si segnala l’analoga vicenda della concessionaria Rossana Laezza, approdata avanti la Corte di Lussemburgo e che ha portato alla disapplicazione dell’art. 4, comma 4-bis della legge 401/1989 da parte del Tribunale di Frosinone), si ricostruisce minuziosamente la vicenda in esame, si illustrano le disposizioni che regolano la disciplina del settore e quella, in particolare, del bando di gara “Monti” del 2012 (di cui, in estrema sintesi, si denunciano sotto molteplici profili l’inidoneità e la natura discriminatoria e sproporzionatamente onerosa rispetto agli obiettivi della normativa) e – per quanto di precipuo interesse in questa sede – si denuncia violazione di legge ad opera del provvedimento impugnato, sotto plurimi aspetti, che per brevità vengono qui riassunti nella loro essenzialità.

2.1. In primo luogo l’esponente censura le valutazioni del Collegio adito a proposito della questione dell’antieconomicità, della proporzionalità delle restrizioni collegate al c.d. bando Monti e della valutazione del profitto ricavabile dalla Stanleybet: si contesta in particolare che l’onere della prova in ordine al profitto ricavabile – non assolto in alcun modo dall’Ufficio di Procura – sia stato posto a carico dell’odierna ricorrente, e ciò a fronte delle argomentazioni proposte da quest’ultima mediante i pareri dei professori (…) per valutare “secondo canoni di massima prudenza” l’entità complessiva del danno che deriverebbe alla concessionaria dall’ablazione di cui all’art. 25 dello schema di convenzione di concessione allegato agli atti della procedura ad evidenza pubblica bandita ai sensi del D.L. n. 16/2012; per rapportare l’entità del danno ai parametri individuati dalla CGUE, in base alle conclusioni dell’Avvocato Generale, nella sentenza emessa all’esito della causa pregiudiziale C – 375/14, Laezza; e per effettuare una valutazione di impatto della suddetta previsione nelle determinazioni di un operatore razionale ai fini della partecipazione alla procedura a evidenza pubblica. Sulla scorta dei dati analizzati dai tre periti, pervenuti a conclusioni largamente coincidenti seppure non completamente sovrapponibili, l’esponente conclude che la cessione a titolo non oneroso delle attrezzature allo scadere della concessione – relativizzato al prezzo base d’asta del singolo diritto concessorio – si sarebbe tradotta, in tale quadro, in una perdita d’esercizio rilevante e tale da costituire un forte deterrente nelle scelte di un investitore razionale.

2.2. Ancora, contesta l’esponente le valutazioni del Tribunale del riesame a proposito della legittimità della norma incriminatrice, a fronte del formarsi della giurisprudenza sia nazionale che eurounitaria sulla scorta del diritto di matrice UE e del divieto di discriminazione nei confronti di operatori stranieri ai fini della partecipazione alle gare finalizzate all’aggiudicazione delle concessioni.

2.3. A ulteriore sostegno del proprio ricorso, l’esponente contesta quanto affermato dal Tribunale tarantino a proposito della mancata regolarizzazione per sanatoria, da parte della Stanleybet, ai sensi della legge di stabilità del 2015: in realtà la (…) aveva regolarmente trasmesso, il 7 gennaio 2015, alla Questura di Taranto la comunicazione finalizzata alla regolarizzazione di cui all’art. 1, comma 644 della predetta legge, stante l’impossibilità per la Stanleybet di ottenere la sanatoria di cui al comma 643 (che postulava l’ottenimento della licenza per l’esercizio delle scommesse in Italia); e, pertanto, ha ottemperato a tutte le prescrizioni legislative ed esercita la raccolta e la trasmissione dei dati relativi alla prenotazione di giocate in conformità alla disciplina di legge.

2.4. Nel prosieguo del ricorso l’esponente richiama le numerose pronunce giurisdizionali che hanno disapplicato la normativa italiana, in quanto discriminatoria e confliggente con i principi dell’ordinamento dell’Unione Europea e in specie con l’art. 49 del TFUE.

Il ricorso é fondato, per le considerazioni che seguono. Si premette che, sulla base dei principi affermati dalla Corte di Cassazione con la sentenza di annullamento con rinvio – e, prima ancora, sulla base degli stessi principi affermati in subiecta materia dalla Corte di Lussemburgo -, il perimetro che definisce l’oggetto del presente giudizio rimane limitato, in base alla sopra richiamata sentenza rescindente, alla valutazione di antieconomicità nel caso specifico, mentre non può essere dilatato fino al punto di comprendervi la normativa di riferimento e la sua conformità generale all’ordinamento dell’Unione europea. Perciò, diversamente da quanto asserito dal ricorrente, non può porsi in termini generali la questione della compatibilità della normativa nazionale con quella eurounitaria, in quanto é la stessa giurisprudenza della Corte di Lussemburgo a sollecitare una valutazione caso per caso (vds. in particolare §§ 42 e ss. sentenza CGUE 28 gennaio 2016 in causa C – 375/14, Laezza) e non, dunque, sul piano generale, di tale compatibilità, demandandone l’espletamento al giudice del rinvio. Per analoghe ragioni, non appare esaustiva la disamina svolta dal ricorrente a proposito della (denegata) remuneratività, sempre sul piano generale, dell’attività di raccolta e gestione delle scommesse per le concessioni assegnate con il bando “Monti”, disamina che appare basata su valutazioni di larga massima e non attinenti al caso di specie.

2. A fronte di quanto precede, tuttavia, le doglianze del ricorrente si appalesano fondate sotto altri profili. In particolare, mette conto valutare se nella fattispecie risulti adempiuto dal Tribunale del Riesame di Taranto, in sede rescissoria, il compito affidato al giudice di rinvio dalla Corte di Cassazione in sede rescindente in ordine alla proporzionalità o meno, nel caso concreto, delle restrizioni applicate dal bando di gara, in rapporto al duplice parametro del valore venale dei beni da impiegare (e che, in ottemperanza alla clausola in contestazione, dovrebbero formare oggetto di cessione a titolo non oneroso), nonché del profitto ricavabile dalla ditta concessionaria; ciò allo scopo di stabilire se, in rapporto al sequestro preventivo di cui si duole il ricorrente, sia o meno ravvisabile il fumus commissi delicti riferito al reato p. e p. dall’art. 4, comma 4-bis, legge 401/1989 nella richiamata sentenza emessa il 28 gennaio 2016 dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea in esito alla causa n. C-375/14 Laezza c. Italia (caso per molti versi analogo a quello che ne occupa), ci si poneva, fra l’altro, il problema di esaminare «se la restrizione in questione nel procedimento principale sia idonea a garantire la realizzazione dell’obiettivo perseguito e non ecceda quanto necessario per raggiungere detto obiettivo» (§ 36); in relazione a ciò, la Corte di Lussemburgo ha affermato che «spetta al giudice del rinvio, sempre tenendo conto delle indicazioni fornite dalla Corte, verificare, all’atto di una valutazione globale delle
circostanze proprie del rilascio delle nuove concessioni, se la restrizione in questione nel procedimento principale soddisfi i requisiti rícavabili dalla giurisprudenza della Corte per quanto concerne la loro proporzionalità» (§ 37). Con precipuo riguardo alla clausola della cessione non onerosa dei beni materiali e immateriali alla data di scadenza della concessione, e alla questione circa la proporzionalità o meno di tale clausola in rapporto agli obiettivi perseguiti dal legislatore nazionale, nella sentenza Laezza la Corte di Giustizia ha precisato (§ 41) che «nell’ipotesi in cui il contratto di concessione, concluso per una durata sensibilmente più breve di quella dei contratti conclusi prima dell’adozione del decreto legge del 2012, giunga alla sua scadenza naturale, il carattere non oneroso di una siffatta cessione forzata pare contrastare con il requisito di proporzionalità, in particolare quando l’obiettivo di continuità dell’attività autorizzata di raccolta di scommesse potrebbe essere conseguito con misure meno vincolanti, quali la cessione forzata, ma a titolo oneroso a prezzi di mercato, dei beni in questione». In tale quadro, la valutazione circa la proporzionalità della misura in esame spetterà al giudice del rinvio, il quale dovrà all’uopo «tenere anche conto del valore venale dei beni oggetto della cessione forzata» (§ 42).

2.1. Nella vicenda che interessa direttamente l’odierna ricorrente, la pronunzia della Terza Sezione, al punto 5, pag. 4, della parte in diritto, richiama altresì gli analoghi principi affermati dalla CGUE con la sentenza Laezza; e soprattutto richiama i parametri del giudizio di economicità/antieconomicità demandato al giudice del rinvio, costituiti, come si é detto, dal valore venale dei beni da impiegare e dal profitto ricavabile dall’attività di raccolta delle scommesse, specificando che tale valutazione dovrà essere effettuata secondo un giudizio di tipo prognostico ricavabile da criteri legati all’id quod plerumque accidit.

2.2. Venendo ora al provvedimento impugnato, deve in primo luogo constatarsi che é errato quanto affermato a pag. 5 in ordine al fatto che l’onere probatorio relativo ai motivi che possano far ritenere la disposizione normativa in esame non proporzionata allo scopo incomberebbe sulla parte che deduce tale condizione. Tale onere incombe, viceversa, sull’organo d’accusa, che afferma la natura delittuosa della condotta contestata; diversamente opinando ci si porrebbe in contrasto con il principio in base al quale, ai fini dell’emissione del sequestro preventivo, il giudice del riesame non può avere riguardo alla sola astratta configurabilità del reato, ma deve tener conto, in modo puntuale e coerente, delle concrete risultanze processuali e dell’effettiva situazione emergente dagli elementi forniti dalle parti, indicando, sia pur sommariamente, le ragioni che rendono sostenibile l’impostazione accusatoria, e plausibile un giudizio prognostico negativo per l’indagato, pur senza sindacare la fondatezza dell’accusa (Sez. 5, Sentenza n. 49596 del 16/09/2014, Armento, Rv. 261677; e, più specificamente, Sez. 4, n. 15225 del 16/01/2018, Liguori, non mass.). Nella specie, risulta che gli unici elementi probatori in ordine alla valutazione in concreto della proporzionalità o meno della clausola di cessione a titolo non oneroso dei beni allo scadere della concessione, utilizzati dal concessionario nella gestione e nella raccolta di scommesse, sono stati forniti dall’odierno ricorrente, attraverso le tre consulenze (…) richiamate sommariamente nell’ordinanza impugnata e, più ampiamente, nel ricorso. A fronte di tali elementi, non risulta che l’onere della prova da parte dell’ufficio requirente – strettamente collegato, nella specie, all’esigenza di provare il fumus commissi delicti – sia stato assolto nei termini in precedenza indicati. Dal canto suo, per quanto é dato ricavare dalla lettura dell’ordinanza impugnata, il Tribunale del Riesame ha sostanzialmente eluso la questione della disamina del giudizio di economicità/antieconomicità della gestione, formante oggetto del giudizio rescissorio, sull’erroneo presupposto dell’attribuzione del relativo onus probandi al ricorrente; e non si é specificamente confrontato con la questione riguardante la necessaria valutazione dei beni materiali e immateriali suscettibili di cessione nel caso di che trattasi: una valutazione affatto indispensabile per stabilire compiutamente l’effettiva onerosità, nel caso di specie, della clausola inserita nel bando “Monti” e la proporzionalità degli effetti di tale clausola rispetto alle finalità perseguite dal legislatore.

Sotto tale profilo, la valutazione compiuta dal Tribunale tarantino in sede di rinvio si mostra incompleta, in quanto inidonea a chiarire, nel caso specifico, se possa parlarsi o meno di rispetto del suddetto criterio di proporzionalità alla stregua dell’interpretazione, da parte della Corte di Giustizia U.E., della normativa nazionale all’epoca vigente (e del bando di gara 2012 emanato in conformità ad essa) alla luce dell’ordinamento dell’Unione Europea.

3. L’ordinanza impugnata, pertanto, non risolve sul punto la questione della violazione di legge denunciata dal ricorrente; e va per l’effetto annullata con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Taranto, Sezione Riesame.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Taranto – Sezione Riesame”.