“C’è un grande interrogativo, il lag culturale tra il nostro mondo e la percezione che l’opinione pubblica ha di noi. Questo si è visto in vari ambiti della vita italiana degli ultimi anni, con i vari interventi repressivi dei governi. Il lockdown ha mostrato come con l’offerta azzerata la domanda si sia rivolta per il 20% circa all’illegale. Un problema importante è dato dalla percezione dell’illegalità. Gli studi dimostrano che solo il 50% dei giocatori che si rivolgono all’illegale percepisce che questo può creare problemi con la legge. Sulla ludopatia anche gli studi mostrano dati molto diversi rispetto alle strombazzate populiste. E’ nostro impegno rivolgerci anche a questa piccola platea di giocatori problematici che va ridotta verso lo 0, ma non accetto l’equazione gioco=ludopatia. L’intrattenimento che noi offriamo non ha una correlazione diretta con la malattia. Bisogna evitare che aumentino queste discrasie tra il percepito e la realtà”.

Lo ha detto il Ceo di Snaitech, Fabio Schiavolin (nella foto), intervenendo al panel “Il futuro sostenibile del gioco” nell’ambito di SBC Digital Italy.

“Se l’obiettivo del Decreto Dignità era contrastare le ludopatie, ci ha pensato l’Istituto Superiore di Sanità a spiegare che le cause del gioco patologico sono ben altre” ha detto Schiavolin, commentando la norma che vieta la pubblicità alle attività di gioco. “La mancanza di comunicazione ci toglie anche un po’ di consapevolezza. Non aiuta a comunicare per agire sulla risposta negativa che il pubblico ha nei confronti del mondo del gioco. Come impresa facciamo molta fatica anche a livello locale a comunicare gli asset fondamentali di cui disponiamo. Siamo oragnizzatori di eventi sportivi, oltre a essere bookmakers e operatori di gioco e ci siamo resi conto quanto sia importante abbattere ‘tale barriera’. In questo la comunicazione deve fare un passo avanti. Il settore negli ultimi 20 anni è cresciuto tantissimo, siamo consapevoli di cosa siamo ed è arrivato il momento di portarlo all’esterno. Dal punto di vista della comunicazione sarebbe il caso di tornare a quei paradigmi su cui stavamo lavorando prima del divieto: il tono, l’autoregolamentazione, i messaggi in fasce corrette. Così da poter uscire e poter parlare di quello che facciamo, che credo sia la cosa più difficile. Questa è una industria, dobbiamo vere il coraggio di rappresentarla per quello che è”.