Manuela Vinai è una giovane antropologa che ha trascorso quasi un anno come osservatrice nelle sale da gioco del Piemonte. In questo modo ha potuto redigere il libro sul gioco appena pubblicato da Meltemi “I giocatori. Etnografia nelle sale slot della provincia italiana”.

Una ricerca che le è stata commissionata dalle Asl di Vercelli e Biella. Vinai non ha trovato in questi luoghi alcuna forma di particolare alienazione. Da qui la domanda: chi si occupa di contrasto al gioco legale conosce davvero cosa accade nelle sale?

«È un ambiente è molto variegato» spiega Vinai a Il Venerdì di Repubblica. «In una sola giornata si può incontrare il pensionato, il ragazzo, la donna in carriera in pausa pranzo, il genitore col figlio, la coppia di fidanzati o di amici».

«La maggior parte delle ricerche sul gambling tratta solo la sua declinazione patologica. Anche la società civile ha fatto propria l’idea del gioco d’azzardo come malattia tout court. Ma i giocatori non sono tutti malati. Anzi. E trattarli come tali non sembra una strategia efficace».

«Con grande sorpresa, come antropologa, ho scoperto che si instaurano relazioni, anche relazioni intime. Non solo tra clienti, ma tra clienti e personale. Spesso sono i gestori e gli assistenti di sala a intervenire sui clienti più problematici. Perché li conoscono. Sanno come comunicare con loro». Da qui, una delle proposte di Vinai a chi si occupa di prevenzione: investire nella formazione dei gestori e del personale delle sale slot. Sfruttarne le competenze. Responsabilizzare la filiera, invece di demonizzarla.