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«Stimati colleghi, Nei giorni successivi alla pubblicazione della mia lettera aperta, destinata in prima istanza alla sindaca Raggi – scrive Luca Marconi, gestore di Roma, – ma che è diventata il punto di partenza per una riflessione seria ed un confronto con i tanti amici e colleghi gestori, ho maturato, ora dopo ora, una consapevolezza che si è andata definendo con contorni sempre più nitidi».

«Come nei cerchi dell’Inferno dantesco – continua Marconi – nel quale i dannati, al cospetto di Minosse, per effetto di una forza sovrannaturale, confessano tutte le proprie colpe, e dove lo stesso Minosse decide le pene di ciascuno quale “gran conoscitor de le peccata”; nella stessa maniera il gestore, in uno stato paragonabile ad una trance ipnotica, con tacito assenso, innanzi al tribunale dell’opinione pubblica, si assume oneri morali e colpe di una condotta a lui non riconducibile, e consegna contemporaneamente gli onori delle proprie fatiche nelle mani de suoi detrattori.

Quindi, è mia opinione che, a monte delle responsabilità giustamente imputabili a certi politici o ai nostri competitors del settore dei giochi, dovremmo identificare le nostre colpe e rivolgere una profonda critica ai nostri tremolii e ai nostri tentennamenti.

Se oggi il settore degli apparecchi d’intrattenimento con vincita in denaro si trova sull’orlo del baratro, gran parte della responsabilità è attribuibile alla nostra inerzia.

Non siamo capaci di contrastare chi, per questioni di business, desidera impossessarsi della nostra fetta della torta o, meno ancora, quei politici che, per fare cassa, prosciugano le nostre finanze.

Non abbiamo trovato una voce forte ed univoca neanche contro quei governanti, populisti, certo, che, in perenne ricerca di consensi, hanno iniziato una facile guerra contro le slot, e lo hanno fatto con la stessa comodità con cui si intraprende una caccia alle streghe contro streghe timide e remissive.

Ritengo fondamentale sottolineare come la lunga leva dell’opinione pubblica, in tutti questi casi, sia stata sempre usata a nostro sfavore. Ma cos’è che ci spinge inspiegabilmente ad accettare con rassegnazione il nostro destino, a non reagire, animati anche solo da un normale istinto di sopravvivenza?

Cosa ci spinge a non schierarci apertamente a baluardo dei nostri diritti delegando passivamente ad altre mani la nostra difesa?

La mia opinione è che tutto questo accada per un unico motivo: la nostra bassa autostima come categoria. Mi sembra così evidente che se non cambiamo, noi per primi, prospettive e visione nei riguardi delle nostre identità professionali, non possiamo di certo pretendere che l’opinione pubblica ci stimi di più di quanto noi stessi ci stimiamo.

Per altro verso, è quasi superfluo ricordare che ogni battaglia, soprattutto se combattuta sul terreno dell’opinione, è persa in partenza se non avviene sull’onda di piena del consenso popolare.

Ma partiamo dal principio, da ciò che ha condizionato il nostro modo di vederci e il modo in cui ci vedono gli altri: il peccato originale del gestore.

Agli albori della nostra professione, all’epoca in cui le ambigue normative vigenti relative agli apparecchi da intrattenimento lasciavano ampie zone d’ombra interpretative sia a noi che operavamo nel settore, sia ai vari organismi di controllo; in quell’epoca in cui le nostre identità professionali acquisivano un profilo borderline tra la legalità e l’illegalità, quando la lingua implacabile dei media batteva sempre lì dove il dente doleva; ebbene, considero che proprio in quel periodo la fucina dell’evoluzione ha selezionato per noi geni simili a quelli dei ratti sfuggenti destinati all’ombra ed ai nascondigli per un misterioso senso di colpa ancestrale.

Proprio il retaggio di quei geni ci spinge ancor oggi, come roditori reietti, a rimanere nell’ombra, sfuggendo ai raggi del sole per paura di essere notati.

In questa dimensione ci accontentiamo di rosicchiare gli avanzi di cibo, come si trattasse di un dono caduto dal cielo e, neanche a dirlo, immeritato.

Gli stessi timori di ieri condizionano la condotta dei gestori di oggi. Tra la lotta e la fuga preferiscono, ancora e sempre, la seconda opzione. Questa vita in trincea non ci lascia vedere, io credo, l’importanza del ruolo che la nostra professione ha assunto nella società di oggi.

Credo che nel nostro caso sia in azione lo stesso meccanismo psichico che affligge le vittime di episodi di bullismo: queste, a seguito di vessazioni feroci e continuative, finiscono per convincersi di meritare il male che ricevono, di esserne in qualche modo responsabili.

Così finiscono spesso per autopunirsi e, a volte, purtroppo, fino alle estreme conseguenze del suicidio.

Noi gestori dobbiamo renderci conto che l’unica scelta che abbiamo a disposizione, se vogliamo sopravvivere, è quella di lasciarci alle spalle le insicurezze del passato, rivendicando ad alta voce e senza tentennamenti, nel presente, il nostro fondamentale ruolo alla luce del sole e nella legalità.

Dobbiamo essere orgogliosi di proseguire una professione che ha origine nella notte dei tempi e di rappresentare la prima linea di difesa contro l’illegalità.

Le origini della nostra identità professionale.

Il gioco d’azzardo nasce da un’alba antica. I primi reperti archeologici riconducibili a tale fenomeno sono dei dadi trovati in Cina e risalenti a più di 5000 anni fa. Gli egizi già nel 4000 a.C. praticavano attività ludiche che contemplavano l’azzardo. Da cosa ha origine il desiderio umano di scommettere e di affrontare il rischio della perdita?

Sembrerebbe che in una fase primordiale, l’esistenza dell’uomo preistorico fosse un gioco d’azzardo quotidiano contro le forze della natura laddove la posta estrema era la vita.

Questo impulso naturale spiegherebbe perché il gioco d’azzardo abbia attraversato tutte le epoche e sia arrivato fino a noi. In epoca romana si scommetteva sui dadi, sulle corse delle bighe e sui combattimenti dei gladiatori. Gli stessi romani veneravano una dea chiamata Fortuna dedicandole persino un tempio.

Un gioco dal quale si crede abbia avuto origine la roulette veniva praticato dai legionari romani i quali utilizzavano come base del gioco uno scudo che veniva fatto roteare. Altri giochi hanno avuto origine nel nostro paese quali il Lotto e le Lotterie.

In epoca successiva, nel Medioevo, il gioco era permesso solo in determinati luoghi, in determinate vie e nei bordelli. Le leggi che storicamente hanno regolamentato il gioco d’azzardo sono state mutevoli, hanno avuto variazioni cicliche dal permesso alla proibizione nelle diverse epoche ma non si è mai assistito ad una cancellazione totale: anche nei momenti in cui prevaleva la proibizione c’era sempre qualche gioco che veniva tollerato.

Tornando a tempi più recenti, la persona a cui noi gestori dobbiamo gratitudine è Charles Fey che inventò nel 1845 la prima slot machine, la cui evoluzione tecnologica oggi è causa di tanta gioia e dolore per noi professionisti del settore.

Quello che fa veramente riflettere e, forse, comprendere quanto profondamente sia radicato l’azzardo nell’animo umano, è il fatto che l’intera economia mondiale è influenzata da quello che si può ben definire il gioco d’azzardo per eccellenza: un tavolo senza limite di puntata e dove è possibile giocarsi tutto o affidarlo a qualcuno che lo giochi al posto tuo.

Sto parlando del “gioco” della Borsa ed è indicativo il fatto che venga definito senza timidezze un gioco. Il principio di base è sempre lo stesso: mettere a rischio somme di denaro affidandole a fattori esterni che sfuggono al nostro controllo.

Come il giocatore d’azzardo, così il giocatore in Borsa punta il denaro cercando di ottenere una vincita. Ma tutti sappiamo che gli investimenti, anche quelli considerati più sicuri, comportano sempre dei rischi. E le similitudini continuano poiché, anche giocando in Borsa con un atteggiamento imprudente, si rischia di mandare in fumo i risparmi di una vita.

È già successo e continuerà a succedere. Per non parlare del trading e delle aggressive campagne pubblicitarie che lo propongono perché meriterebbe un articolo ad hoc, così come preferisco non entrare nel merito dei titoli “tossici” che alcune banche hanno lanciato sul tavolo come dadi truccati e a causa dei quali ignari investitori hanno visto andare in fumo i risparmi di una vita.

La mia è stata una rassegna rapida con il proposito di mettere in evidenza la radice universale di questa impalcatura mentale che ci fa mettere a rischio i nostri averi nella speranza di un possibile guadagno.

Si può dire con sicurezza che l’intera economia mondiale è influenzata dall’azzardo. La testimonianza più recente la stiamo vivendo tutti quanti sulla nostra pelle ed è la crisi economica mondiale, iniziata nel 2007, le cui scorie tossiche ancora avvelenano l’economia del pianeta.

Tutto nacque dalla crisi finanziaria dei mutui subprime avvenuta negli Usa. L’azione contemporanea dell’erogazione di mutui ad alto rischio unita alla bolla immobiliare generata dai costi delle abitazioni in costante crescita, unita ad una politica monetaria che favoriva tassi d’interesse bassi che equivalevano a un basso costo del denaro per i destinatari dei fondi e, in ultimo, l’effetto della cartolarizzazione, ossia della possibilità per gli istituti creditizi di trasformare i mutui in titoli da cedere a terzi; ebbene, tutto questo ha generato lo scoppio nefasto della bolla immobiliare che ha imposto al mercato mutui sempre più costosi con i conseguenti casi di insolvenza.

Questa è stata la prima tessera a cadere. La conseguenza immediata fu la riduzione drastica della domanda di immobili determinando la contrazione del valore delle ipoteche a garanzia dei mutui. Gli istituti erogatori dei mutui subprime registrarono pesanti perdite e la conclusione di questo effetto domino fu che i titoli cartolarizzati, già ampiamente diffusi, persero ogni valore e il contagio fu immediato, dal settore bancario all’economia reale statunitense ed europea.

Quindi, ancora una volta, tutto si riduce all’azzardo, al rischio, al profitto o alla perdita. In ultima analisi all’imponderabilità. Concludo sperando di aver dato qualche spunto di riflessione affinché il giudizio severo e implacabile dell’opinione pubblica non rappresenti più un limite invalicabile o uno strumento di offesa impunito nelle mani dei nostri nemici, ma piuttosto una vetta da conquistare, con tutte le nostre forze, avendo come obiettivo la nostra sopravvivenza.

In questa ottica vorrei sottolineare l’efficacia dei social network, in particolare Facebook e Twitter, a patto che Tutti noi del settore dei giochi, inclusi gli esercenti, si sentano coinvolti nella condivisione di materiale utile a far conoscere il nostro punto di vista.

Spero che queste mie righe possano contribuire a renderci più consapevoli di poter affermare, a testa alta, che la nostra professione è pienamente in linea con le direttrici morali della società in cui viviamo.

Per altro verso, la società stessa non può e non deve rinnegare la sua natura imparziale e garantista utilizzando due pesi e due misure in questo frangente. In ogni modo, credo sia sempre operazione sana quella di volgere lo sguardo diritto verso i nostri contendenti per valutare, in ogni momento, da quale pulpito venga pronunciata la predica».

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