Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Questura di Napoli, U.T.G. – Prefettura di Napoli e Ministero dell’Interno in cui si chiedeva l’annullamento del decreto del Questore della Provincia di Napoli del 21 maggio 2014 cat.11e/2014-p.a.s., comportante la reiezione dell’istanza di autorizzazione per lo svolgimento dell’attività di intermediazione nel settore delle scommesse ex art. 88 – TULPS.

Si legge: “1. Con il ricorso introduttivo del giudizio, la (…) titolare della omonima ditta individuale, ha impugnato l’epigrafato decreto questorile, recante il diniego di rilascio della licenza di pubblica sicurezza, di cui all’art. 88 del T.U.L.P.S., per l’esercizio dell’attività di trasmissione telematica di dati relativi a scommesse, in favore della (…), titolare di licenza maltese per l’attività di bookmaker nel settore delle scommesse sportive, in quanto non rientra tra i concessionari o autorizzati ai quali la legge italiana riserva la facoltà di organizzare o gestire le scommesse.

A fondamento della domanda azionata, la ricorrente ha dedotto articolati motivi in diritto, lamentando la violazione e falsa applicazione dell’art. 88 TULPS in relazione artt. 49 e 56 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), così come interpretati dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ed in relazione agli artt. 3, 10, 11, 15 e 41 Costituzione, Violazione e falsa applicazione dell’art. 3 comma 1, Legge 7 agosto 1990 n. 241 e l’eccesso di potere sotto plurimi profili.

In estrema e doverosa sintesi, secondo la prospettazione attorea, la normativa italiana in materia di giochi e scommesse sarebbe incompatibile con la disciplina eurounitaria, nella misura in cui essa subordina l’esercizio del gioco lecito alla c.d. “doppia autorizzazione”, chiedendone la disapplicazione.

2. Si sono costituiti in giudizio la Questura di Napoli e il Ministero dell’Interno, presentando articolate difese con cui contestano la fondatezza del ricorso in relazione alla successiva evoluzione giurisprudenziale.

3. All’udienza straordinaria del 22 settembre 2020, la causa è stata trattenuta in decisione.

4. Il ricorso è infondato.

4.1 Parte ricorrente si duole del fatto che la legislazione italiana, subordinando, in base all’art. 88 TULPS, il rilascio della licenza di pubblica sicurezza all’esistenza, in capo al richiedente o ad un soggetto che gli abbia conferito mandato, della pertinente concessione per la gestione delle scommesse (concessione il cui rilascio è contingentato, e avviene all’esito di una procedura di evidenza pubblica), si porrebbe in contrasto con la disciplina comunitaria contenuta nel trattato di funzionamento dell’Unione europea in materia di libertà di stabilimento e di libera circolazione dei servizi, nel quadro risultante dall’interpretazione delle pronunce della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (in particolare, sentenza Placanica del 6 marzo 2007, C 338/04, e sentenza Costa-Cifone del 16 febbraio 2012, cause riunite C 72/10 e C 77/10).

4.2 Il sistema nazionale, anche a seguito dell’entrata in vigore dell’art. 2 comma 2-ter del d.l. n. 40/2010 (inserito dalla legge di conversione 22 maggio 2010 n. 73), configura un sistema autorizzatorio “a doppio binario”, in cui chi intenda svolgere l’attività di giochi e scommesse è tenuto a munirsi sia della concessione da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze – Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato che dell’autorizzazione di pubblica sicurezza di cui all’art. 88 TULPS.

Tale sistema ha oramai positivamente superato il vaglio della giurisprudenza comunitaria, che si è pronunciata sulla questione pregiudiziale sollevata proprio da titolari di C.T.D. (C.G.U.E., Sez. III, 12 settembre 2013, in C-660/11 e C-8/12), e nazionale (cfr. in termini T.A.R. Campania, Napoli, Sez. V. 2 gennaio 2015, nn. 5 e 6), come risulta dall’affermazione dei seguenti principi:

– gli artt. 43 CE e 49 CE devono essere interpretati nel senso che, allo stato attuale del diritto dell’Unione, la circostanza che un operatore disponga, nello Stato membro in cui è stabilito, di un’autorizzazione che gli consente di offrire giochi d’azzardo non osta a che un altro Stato membro subordini, nel rispetto dei requisiti posti dal diritto dell’Unione, la possibilità per tale operatore di offrire siffatti servizi a consumatori che si trovino nel suo territorio al possesso di un’autorizzazione rilasciata dalle sue autorità, poiché non vi è ancora un obbligo di mutuo riconoscimento delle autorizzazioni rilasciate dai vari Stati membri (sentenza Markus Stoβ, 8 settembre 2010);

– le normative nazionali come quelle che vietano agli organizzatori di lotterie di altri Stati membri di promuoverle sul territorio dello Stato, o che proibiscono agli operatori di altri Paesi comunitari di mettere in circolazione apparecchi automatici per giochi d’azzardo o, ancora, che riservano a taluni enti il diritto di esercitare scommesse sugli avvenimenti sportivi possono essere giustificate, qualora non comportino alcuna discriminazione in base alla nazionalità, da esigenze imperative di interesse generale, tra cui rientrano gli obiettivi di tutela dei consumatori, di prevenzione delle frodi, di limitazione all’incitamento dei cittadini ad una spesa eccessiva legata al gioco, nonché di prevenzione di turbative dell’ordine sociale in generale, essendo rimesso, in questi casi, al giudice nazionale la verifica della reale rispondenza delle discipline in questione, alla luce delle loro concrete modalità di applicazione, a tali obiettivi e della loro proporzionalità (cfr. sentenza Laara del 21 settembre 1999; sentenza Zenatti del 21 ottobre 1999; sentenza Gambelli del 6 novembre 2003);

– nessun contrasto sussiste con il Trattato rispetto a una normativa nazionale, come quella italiana, che imponga alle società interessate a esercitare attività collegate ai giochi d’azzardo l’obbligo di ottenere un’autorizzazione di polizia, in aggiunta a una concessione rilasciata dallo Stato per l’esercizio di simili attività, e che limiti il rilascio di una siffatta autorizzazione ai titolari di una simile concessione, posto che “L’obiettivo attinente alla lotta contro la criminalità collegata ai giochi d’azzardo è idoneo a giustificare le restrizioni alle libertà fondamentali derivanti dalla previsione, a opera della normativa nazionale (art. 88 del t.u.l.p.s.), della concessione e dell’autorizzazione di polizia, purché tali restrizioni soddisfino il principio di proporzionalità e nella misura in cui i mezzi impiegati siano coerenti e sistematici” (cfr. Corte di Giustizia dell’Unione europea, sez. III, con sentenza 12 settembre 2013, n. 660/11);

– il sistema italiano delle concessioni per la raccolta delle scommesse basato sul “doppio binario”, non è incompatibile ex se con i principi del diritto comunitario, posto che restrizioni alle libertà garantite dagli artt. 43 CE e 49 CE «possono tuttavia essere ammesse in quanto rientranti tra le misure in deroga espressamente previste dagli articoli 45 CE e 46 CE, o possono essere giustificate da motivi imperativi di interesse generale, a condizione che esse rispettino i requisiti di proporzionalità risultanti dalla giurisprudenza della Corte» (sentenza Costa-Cifone del 16 febbraio 2012; sentenza Placanica del 6 marzo 2007; Consiglio di Stato, parere n. 137/2020; sentenze sez. III, 10 agosto 2018, n. 4905; id., 20 aprile 2015, n. 1992; id., 27 novembre 2013, n° 5636 e 5637);

– i titolari di C.T.D. non hanno nessun titolo sostanziale a chiedere l’autorizzazione ex art. 88 del TU.PL.S., né interesse a ricorrere contro il diniego del Questore, non potendo in ogni caso svolgere l’attività per cui è stata chiesta l’autorizzazione senza la qualificata presenza nel nostro ordinamento del soggetto nel cui interesse si agisce, ossia del legale concessionario; […] la provenienza della domanda di licenza da un CTD sostanzialmente privo del carattere legittimante determina incertezze presso gli stessi scommettitori; tale incertezza costituisce di per sé un valido e sufficiente motivo di ordine pubblico per denegare l’autorizzazione, in quanto si pone in contrasto con le esigenze di tutela del consumatore, anch’esse protette dal diritto comunitario;

– non è ravvisabile la dedotta violazione della libertà di iniziativa economica di cui all’art. 41 della Cost., atteso che la copertura costituzionale non richiede che ogni attività economica possa essere intrapresa prescindendo dal possesso dei titoli concessori richiesti dall’ordinamento giuridico, soprattutto se, come nel caso di specie, il possesso dei predetti titoli presuppone l’esercizio di poteri di controllo da parte della amministrazione statale per finalità di tutela dell’ordine pubblico.

– le disposizioni di cui all’art. 88 del t.u.l.p.s. non sono in contrasto con i principi comunitari della libertà di stabilimento e della libera prestazione dei servizi all’interno dell’Unione Europea, atteso che la normativa nazionale persegue razionalmente finalità di controllo per motivi di ordine pubblico idonee a giustificare le restrizioni nazionali ai citati principi comunitari (cfr. Cassazione penale, sez. III, 12 gennaio 2012, n. 7695);

– la licenza di cui all’art. 88 del t.u.l.p.s., anche alla luce dei sopra richiamati principi eurounitari, non può essere rilasciata a chi non sia in possesso della concessione ministeriale e, sotto tale profilo, l’attività demandata al Questore è vincolata, non essendo ammessa alcuna discrezionalità dell’Amministrazione, che in assenza della concessione, è tenuta ad emettere un provvedimento di rigetto per insussistenza di uno dei presupposti di legge (cfr. ex multis, T.a.r. Piemonte, sez. II, 18 agosto 2014 n. 1399; T.a.r. Emilia Romagna, Parma, 16 aprile 2014 n. 97).

7. Nel caso di specie, non si ravvisano ragioni per discostarsi dai su richiamati principi giurisprudenziali.

Pertanto, in considerazione di tutto quanto sopra esposto, il ricorso è infondato e va respinto.

8. Le spese di causa sono liquidate in base alla regola della soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania, sede di Napoli, Sez. V, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna parte ricorrente alla refusione delle spese di lite nei riguardi Ministero dell’Interno e della Questura di Caserta, complessivamente liquidandole in €. 1.500,00, oltre accessori come per legge”.