Il Tar Lombardia ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato da una società contro il Comune di Osnago (LC) in cui si chiedeva l’annullamento del Regolamento Comunale per la disciplina delle sale da gioco approvato con delibera consiliare n. 60 del 21.12.2011 e in particolare l’art. 11, nonché ogni atto presupposto e conseguente; dell’ordinanza n. 3 del 19.04.2016, notificata alla ricorrente in data 22.04.2016, con la quale il Comune di Osnago ordinava alla ricorrente il rispetto degli orari previsti dal vigente “Regolamento per la disciplina delle sale da gioco” approvato con D.C.C. n. 60 del 21.12.2011, nello specifico ordinando di indicare e rispettare il giorno di chiusura settimanale obbligatorio, in coerenza con l’art. 11 del citato regolamento.

Per il Tar: “La società (…) ha aperto in Osnago, nel mese di giugno 2015, una sala scommesse, per lo svolgimento di “giochi leciti”. In data 3.12.2015, la società ricorrente ha comunicato i giorni e gli orari di apertura della sala, dichiarando l’apertura dalle ore 11 alle ore 24 di tutti i giorni, senza soluzioni di continuità.

Con l’ordinanza sindacale n. 3 del 19.04.2016, il Comune ha ordinato alla società (…) sia di rispettare la previsione dell’art. 11 del regolamento comunale per la disciplina delle sale da gioco, che impone l’osservanza di un giorno di chiusura settimanale, sia di indicare il giorno di chiusura prescelto.

Mediante l’impugnazione in esame, la società ricorrente chiede l’annullamento sia dell’ordinanza appena indicata, sia dell’art. 11 del regolamento comunale per la disciplina delle sale da gioco.

2) La ricorrente lamenta, in primo luogo, l’incompetenza del Comune quanto all’adozione dell’ordinanza con la quale ha imposto il rispetto del giorno di chiusura, non potendo tale atto essere ricondotto alla previsione dell’art. 50, comma 7, del D.Lgs. n. 267/2000

La doglianza è infondata.

Il fondamento normativo del potere esercitato dal Comune è da ravvisarsi, contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso, proprio nell’art. 50 del D.Lgs. n. 267/2000, che assegna al Sindaco il compito di coordinare ed organizzare, sulla base degli indirizzi espressi dal Consiglio Comunale e nell’ambito dei criteri eventualmente indicati dalla Regione, gli orari degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi, e dei servizi pubblici, al fine di armonizzarne l’espletamento, con le esigenze complessive e generali degli utenti (sul punto già Tar Lombardia Milano, sentenze n. 1805/2015, n. 1865/2015, n. 2180/2017, oltre che sentenza n. 495/2019).

Secondo la giurisprudenza ormai consolidata, avvallata dall’ordinanza n. 220/2014 della Corte Costituzionale, in forza della generale previsione dell’art. 50, comma 7 cit., per esigenze di tutela della salute e della quiete pubblica, il Sindaco può infatti disciplinare gli orari delle sale giochi e degli esercizi nei quali siano installate apparecchiature per il gioco (cfr. C.d.S. n. 3271/2014, T.A.R. Lombardia, Brescia, n. 1484/2012, T.A.R. Campania, n. 2976/2011, T.A.R. Lazio, n. 5619/2010).

La disciplina in tema di sale da gioco non è diretta a garantire l’ordine pubblico, dovendo i relativi apparecchi essere considerati nel loro aspetto negativo di strumenti di grave pericolo per la salute individuale ed il benessere psichico e socio-economico della popolazione, la cui tutela è compresa tra le attribuzioni dell’ente locale, cui spettano altresì, in base alla generale previsione di cui all’art. 3 del D.Lgs. n. 267/2000, i poteri di ordinanza a tutela della salute dei cittadini in caso di emergenze sanitarie, attribuiti al Sindaco, ai sensi del medesimo art. 50 del TUEL, come ritenuto nella sentenza n. 2519/2016 del Consiglio di Stato.

La normativa in materia di gioco d’azzardo, con riguardo alle sue conseguenze sociali su fasce di consumatori psicologicamente più deboli, nonché del suo impatto sul territorio, non è quindi riferibile alla competenza statale esclusiva in materia di ordine pubblico e sicurezza, di cui all’art. 117, comma 2 lett. h), Cost., quanto, invece, alla tutela del benessere psico-fisico dei soggetti maggiormente vulnerabili e della quiete pubblica, ciò che rientra nelle attribuzioni del Comune, ex artt. 3 e 5, del D.Lgs. 2000 n. 267.

In conclusione, il potere esercitato dal Sindaco nel caso di specie, non interferisce con quello degli organi statali, atteso che la competenza di questi ultimi ha ad oggetto aspetti di pubblica sicurezza, laddove quella del Sindaco concerne in senso lato gli interessi della comunità locale (cfr. C.d.S., Sez. V, 20.10.2015, n. 4794).

3) Con un altro gruppo di censure, la ricorrente contesta sia il difetto di motivazione dell’ordinanza sindacale, sia l’art. 11 del regolamento comunale, sostenendo che la sua approvazione non sia supportata da un’approfondita e seria istruttoria.

In primo luogo, va osservato che l’art. 11 del regolamento contestato stabilisce che “gli orari di esercizio delle sale giochi sono fissati come segue: apertura ore 11:00 e chiusura ore 24:00 con rispetto della chiusura di un giorno settimanale a scelta”.

A fronte di tale dato normativo, è del tutto irrilevante la deduzione della ricorrente laddove evidenzia che per nove mesi all’anno la sua sala giochi è aperta dalle ore 11.00 alle ore 20.00 e solo per i restanti tre mesi (giugno, luglio e agosto) è aperta dalle ore 11.00 alle ore 24.00.

Il punto controverso non è la durata giornaliera dell’apertura, ma il mancato rispetto di un giorno di chiusura settimanale e, del resto, la circostanza che la ricorrente, per nove mesi l’anno, chiuda la sala da gioco prima dello scadere della mezzanotte integra una scelta gestionale che non fa venir meno l’obbligo di rispettare il giorno settimanale di chiusura.

Ecco, allora, che l’ordinanza impugnata, oltre ad indicare le esigenze preventive che la connotano in correlazione con la tutela della salute pubblica, richiama espressamente la disciplina regolamentare da applicare e ne impone l’osservanza, sollecitando la ricorrente ad indicare il giorno settimanale di chiusura, esponendo un corredo motivazionale del tutto idoneo a far comprendere le ragioni di fatto e di diritto sottese alla sua emanazione.

Ne deriva che la censura di carenza motivazionale è palesemente infondata.

Né può essere condivisa la tesi per cui la previsione dell’art. 11 del regolamento, laddove impone l’osservanza di un giorno di chiusura settimanale non sarebbe supportata da un’adeguata istruttoria, tale da rendere la misura effettivamente funzionale a prevenire il fenomeno della ludopatia.

La previsione di un giorno di chiusura settimanale, così come la limitazione degli orari di accesso alla sala giochi, costituiscono strumenti concretamente idonei a ridurne la possibilità di utilizzo, così da integrare una misura amministrativa funzionale a delimitare la diffusione del fenomeno del gioco patologico (v. anche da ultimo C. d.S., Sez. V, 5 giugno 2018, n. 3382; Tar Lombardia Milano sentenza n. 1865/15).

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 300/2011, ha riconosciuto che le norme che stabiliscono e contingentano il gioco d’azzardo sono finalizzate a tutelare soggetti ritenuti maggiormente vulnerabili, o per la giovane età, o perché bisognosi di cure di tipo sanitario o socio-assistenziale e a prevenire forme di gioco cosiddetto compulsivo, nonché ad evitare effetti pregiudizievoli per il contesto urbano, la viabilità, e la quiete pubblica.

Del resto, la giurisprudenza oramai unanime è assestata nel ritenere che un’illimitata o incontrollata possibilità di accesso al gioco, accresce oggettivamente il rischio di diffusione di fenomeni di dipendenza (C.d.S., Sez. V, 5.6.2018, n. 3382, T.A.R. Veneto, Sez. III, 4.6.2018, n. 598, 3.5.2017, n. 434), risultando pertanto la misura adottata idonea allo scopo perseguito, consistente nella prevenzione, nel contrasto, e nella riduzione del gioco d’azzardo patologico.

Non solo, la giurisprudenza precisa che “nell’attuale momento storico la diffusione del fenomeno della ludopatia in ampie fasce della società civile costituisce un fatto notorio, o comunque, una nozione di fatto di comune esperienza, come attestano le numerose iniziative di contrasto assunte dalle autorità pubbliche a livello europeo, nazionale e regionale” (T.A.R. Veneto, Sez. III, 7.2.2017 n. 128).

Va precisato che l’idoneità della norma regolamentare impugnata a realizzare l’obiettivo perseguito deve essere valutata tenendo presente che la sua finalità non è quella di eliminare ogni forma di dipendenza patologica, che a ben vedere, può trovare origine in altri giochi leciti, come il lotto, il superenalotto, i giochi on line, ecc. (T.A.R. Veneto, n. 434/17 cit.), ma solo quella di prevenire, contrastare e ridurre il rischio di dipendenza patologica derivante dalla frequentazione di sale da gioco o scommessa e dall’utilizzo di apparecchiature per il gioco.

In altre parole, malgrado la previsione di un giorno di chiusura settimanale, così come la riduzione degli orari di apertura delle sale pubbliche da gioco, siano solo alcuni degli strumenti attivabili a livello locale per la prevenzione delle ludopatie, affiancandosi ad altre misure, anche di carattere sociale e sanitario, che le autorità pubbliche, di volta in volta competenti, possono attivare per combattere il fenomeno, nondimeno, resta fermo che i provvedimenti impugnati sono idonei al loro scopo, incidendo sull’offerta del gioco d’azzardo, limitandone la fruibilità sul piano temporale, mediante uno strumento di carattere di portata generale, che pone le condizioni per la sua riduzione (T.A.R. Lombardia, Milano, Sez. I, 9.7.2018, n. 1669).

Ne deriva che il regolamento impugnato si basa su una coerente rappresentazione della situazione di fatto in ordine alla diffusione della ludopatia e alla distribuzione capillare degli apparecchi per il gioco d’azzardo, sicché la previsione di un giorno di chiusura settimanale risulta misura adeguata ad arginare il fenomeno e, nel contempo, proporzionata, poiché incide in misura davvero minima sullo svolgimento dell’attività imprenditoriale di gestione della sala da gioco.

Del resto, il Tribunale ha già chiarito (cfr. Tar Lombardia Milano, sez. I, 16 novembre 2017, n. 2180) che, a ben vedere, numerose fonti normative limitano il gioco d’azzardo, in attuazione dei principi di cui all’art. 41 Cost., essendo infatti la libertà di iniziativa economica suscettibile di contemperamento con l’utilità sociale, in modo da non recare danno alla sicurezza, alla libertà, ed alla dignità umana.

In sede comunitaria, la Raccomandazione 2014/478/UE del 14.7.2014, individua infatti i principi per la tutela dei consumatori e degli utenti dei servizi di gioco d’azzardo on line, mentre il D.L. 13.9.2012, n. 158, convertito con modificazioni nella L. 8.11.2012, n. 189, ha inserito le misure di contrasto al Gap nei Livelli Essenziali di Assistenza, ed ha fissato principi generali tesi a ridurre la tendenza e la dipendenza dal gioco d’azzardo. A sua volta, la L. 3.12.2014, n. 190 ha trasferito presso il Ministero della Salute l’Osservatorio per valutare le misure più efficaci per contrastare la diffusione del gioco d’azzardo ed il fenomeno della dipendenza grave, mentre la L. 28.12.2015 n. 208, all’art. 1, c. 936, ha espressamente enunciato di voler “garantire i migliori livelli di sicurezza per la tutela della salute, dell’ordine pubblico e della pubblica fede dei giocatori e di prevenire il rischio di accesso dei minori di età”.

Ne deriva che il diritto di iniziativa economica dei gestori delle sale gioco non è sistematicamente prevalente sulla tutela della salute degli utenti, che è al contrario riconosciuta e salvaguardata dalle citate fonti primarie, essendo infatti entrambi detti valori, di rango costituzionale, suscettibili di bilanciamento.

Nel caso di specie, il contemperamento tra la libertà di impresa e la tutela della salute pubblica ha avuto luogo nel rispetto del principio di proporzionalità, consentendosi all’operatore economico la prosecuzione della sua attività, sebbene con il limite, del tutto ragionevole e proporzionato, dell’osservanza di un giorno di chiusura settimanale.

Va, pertanto, ribadita l’infondatezza della censura in esame.

4) In definitiva, il ricorso è infondato e deve essere respinto.

Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Prima)

definitivamente pronunciando, respinge il ricorso indicato in epigrafe.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite, liquidandole in euro 2.000,00 (duemila), oltre accessori di legge”.