Proroga concessioni scommesse, l’avvocato Sbordoni: “I buoni motivi del ‘no'”

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(Jamma) – Nel corso dell’ultima settimana è circolata l’ipotesi di una proroga di 5 anni per le concessioni terrestri di scommesse: la logica dell’ipotesi sarebbe di riallineare tutte le concessioni per l’esercizio dei giochi pubblici al 2021.

Mera ipotesi in quanto allo stato non sembra esserci alcuna volontà di procedere in tal senso da parte degli addetti ai lavori. Certo un anno è già passato dalla scadenza (30 giugno 2016), e grazie al boicottaggio illegittimo del governo del territorio, si rischia che anche il 2017 trascorra senza bandi di gara. Eccezion fatta forse per il gioco on line, il cui bando dovrebbe essere pubblicato prima dell’estate. Un’ulteriore proroga per procedere con un allineamento al 2021 (ma allineamento di cosa? Se qualcuno ce lo spiega…) esporrebbe il nostro Paese a un duplice pericolo: la censura da parte della Corte di Giustizia Europea, ed il profilarsi di un nuovo e più fiorente mercato del gioco illegale, oltre ad un ulteriore sviluppo delle reti sempre illegali che operano incontrastate sul nostro territorio da decenni.

Forse qualcuno si è dimenticato della sentenza del 13 settembre 2009 della Corte di Giustizia europea (causa C-260/04), che ha ritenuto illegittimi i rinnovi senza gara nel corso del 2001 di 329 concessioni per l’esercizio delle scommesse ippiche. L’avvio al giudizio fu dato da un ricorso della Commissione Europea, che ex art. 226 del Trattato aveva in diverse occasioni (lettera di diffida del 24 luglio 2001, parere motivato del 16 ottobre 2002) richiamato l’Italia in relazione alle concessioni controverse. Dopo circa due anni, e più precisamente il 17 giugno 2004, la Commissione, non avendo ricevuto “alcuna informazione supplementare riguardo alla conclusione [della] ricognizione e … di una gara per la riattribuzione dele concessioni controverse” presentava ricorso per inadempimento contro l’Italia. La Commissione aveva sollevato nel predetto ricorso la seguente censura: “La Repubblica italiana, avendo rinnovato le 329 vecchie concessioni dell’UNIRE per la gestione delle scommesse ippiche senza previa gara d’appalto, è venuta meno agli obblighi ad esso incombenti in forza del Trattato, e in particolare ha violato il principio generale di trasparenza nonché l’obbligo di pubblicità derivante dagli artt. 43 e 49 CE” ed infatti “le autorità nazionali che procedono ad una tale attribuzione sono tenute ad osservare il divieto di discriminazione e il principio di trasparenza al fine di garantire un adeguato livello di pubblicità, che consenta l’apertura del mercato dei servizi alla concorrenza nonché il controllo sull’imparzialità dei procedimenti di aggiudicazione”.

La Corte di Giustizia, con la sentenza del 13 settembre 2007, accoglieva in toto le motivazioni della Commissione UE ritenendo e qualificando la condotta dell’Italia in aperta violazione del divieto di discriminazione in base alla cittadinanza – che comporta un imprescindibile obbligo di trasparenza – nonché dell’obbligo di garantire un adeguato livello di pubblicità. Il rinnovo senza gara peraltro avrebbe impedito l’apertura alla concorrenza ed il controllo sull’imparzialità delle operazioni di aggiudicazione. Seppure a dieci anni di distanza, è verosimile che l’orientamento della Corte di Giustizia sul tema non possa mutare, in quanto un’eventuale proroga senza gara non sarebbe supportata da motivazioni valide. Di certo non lo sarebbero le pretese isteriche degli Enti Territoriali.

Anzi la proroga, accompagnata dalla politica territoriale proibizionistica, garantirebbe il fiorire di nuove reti illegali. Gli impavidi bookmakers non sottoposti alle rigide regole territoriali in tema di vincoli di distanze dai luoghi sensibili e di orari, a danno – come già succede – della bistrattata rete legale, invocherebbero infatti l’inadempimento dello Stato italiano, che dal 2016 aveva promesso un bando di gara che non è stato in grado (rectius non è stato messo nelle condizioni) di fare.

Se veramente si vogliono fare gli interessi pubblici e salvare la rete sana dei giochi, sarà necessario con un atto di coraggio emanare un bando di gara che, assistito da norma primaria, travalichi le normative locali, garantendo la continuità in tema di ubicazioni per coloro che da anni operano sul territorio a tutela dell’ordine pubblico e della buona fede, canalizzano il gioco in circuiti leciti e pagano le tasse.

Avv. Stefano Sbordoni

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