Per i 66 imputati dell’operazione “‘Ndrangames”, accusati di associazione a delinquere transnazionale finalizzata alla raccolta dei proventi illeciti del gioco illegale online, l’udienza preliminare è stata fissata il 21 settembre a Potenza.

Diciannove misure cautelari personali e il sequestro di macchine da gioco e videoslot in circa 200 esercizi pubblici in ogni regione (ad eccezione del Trentino Alto Adige): fu questo il primo bilancio dell’operazione dei Carabinieri del comando provinciale di Potenza, al termine di anni di indagini sui rapporti fra la cosca Grande Aracri di Cutro (Crotone) e il clan Martorano del capoluogo lucano. 

I militari sequestrarono sette società con sede in Calabria, Puglia, Emilia-Romagna e Lazio (una anche all’estero). Erano le proprietarie, per un valore di diversi milioni di euro, di macchine da gioco e videoslot sequestrate in circa 200 locali pubblici sparsi in tutta Italia. L’operazione venne stata eseguita al termine di anni di indagini coordinate dalla Procura distrettuale antimafia di Potenza, che chiese e ottenne dal gip distrettuale le ordinanze di custodia e i sequestri.

Almeno tremila apparecchi da gioco, piazzati in tutta Italia, fruttavano annualmente un ricavo stimato in 200mila euro l’anno per ogni apparecchio: il sistema era protetto però da una sofisticatissima rete di server e cloud stranieri, e con un meccanismo di accesso realizzato da hacker, italiani ed europei, di altissimo livello, scoperto dalla Procura di Potenza nell’ambito dell’operazione che ha portato a 19 ordinanze di custodia cautelare. Il gip dispose una misura di custodia cautelare in carcere, undici arresti domiciliari, sette obblighi di dimora e il sequestro preventivo di sette società. Gli indagati inizialmente furono complessivamente 200.

Associazione per delinquere transnazionale pluriaggravata e raccolta dei proventi illeciti del gioco illegale on line attraverso strumenti informatici e telematici: questi i reati ipotizzati a vario titolo.

Le indagini si sono svolte tra il 2012 e il 2015, con un coordinamento investigativo con le Dda di Catanzaro e Bologna. Gli apparecchi erano privi delle autorizzazioni dell’Aams (l’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato) e sullo schermo riportavano semplici giochi dimostrativi: accedendo però al sistema criptato attraverso una card in possesso del gestore del locale pubblico, i giocatori entravano nel sistema vero e proprio, criptato e sostenuto da server stranieri, in Olanda, Grecia e negli Stati Uniti, architettato da hacker che potevano anche disattivarlo da un controllo remoto, per eludere i controlli delle forze dell’ordine e cancellare la cronologia delle operazioni.

Gli apparecchi sono stati scoperti in Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli, Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Lazio, Marche, Sardegna, Campania, Abruzzo, Molise, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia. Secondo le stime degli investigatori, il guadagno annuo ammontava a circa 593 milioni di euro, pari a circa 237.250 euro per apparecchio.