tribunale

Il Tar Lombardia ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato da una società contro Ministero dell’Interno, Questura di Brescia e Comune di Carpenedolo (BS) per l’annullamento del provvedimento con cui si è disposta la sospensione per giorni venti di tutte le licenze intestate al legale rappresentante della società; di ogni atto e provvedimento ad esso presupposto e conseguente, ivi espressamente compresa l’ordinanza del Sindaco del Comune di Carpenedolo n. 12 del 12 marzo 2018, recante “Disciplina degli orari di esercizio delle sale giochi, delle sale vlt, delle sale scommesse, degli orari di funzionamento degli apparecchi con vincita in denaro”, richiamata per relationem dal suddetto provvedimento.

“L’ordinanza con cui il Sindaco del Comune di Carpenedolo ha limitato gli orari di funzionamento degli apparecchi da gioco con vincita in denaro è stata impugnata avanti a questo Tribunale, che, con ordinanza 247/2018, ha ritenuto di non disporre la sospensione degli effetti del provvedimento impugnato, in quanto il ricorrente sarebbe risultato gestire una sala da giochi in violazione della distanza minima di 100 metri da un bancomat.

La nuova controversia, oggetto del ricorso in esame, trae origine dal fatto che la Questura di Brescia, avendo riscontrato plurime violazioni dell’obbligo di rispettare l’orario definito dal Comune con la suddetta ordinanza, la cui efficacia, si ribadisce, non è stata sospesa, ha provveduto alla sospensione dell’attività gestita dalla società ricorrente per venti giorni.

Avverso tale provvedimento, la società ha dedotto i seguenti vizi:

1. violazione dell’art. 7 della legge 241/90: tra i vizi propri del provvedimento censurato, il primo deriverebbe dall’omessa comunicazione di avvio del procedimento finalizzato alla sospensione dell’attività in questione;

2. violazione dell’art. 10 del TULPS, perché non sarebbe stato dimostrato alcun “accertato abuso” da parte della persona autorizzata, dal momento che alla ricorrente sarebbero stati notificati solo quattro verbali di accertamento e contestazione, rispetto a cui nel ricorso si rileva che:

– contengono contestazioni non nei confronti del titolare dell’autorizzazione, ma della rappresentante di sala e di un dipendente;

– è stata riscontrata la violazione della disciplina oraria riferita non all’attività principale di raccolta delle scommesse ippiche e sportive, ma esclusivamente di quella espletata mediante non meglio precisati “apparecchi per il gioco d’azzardo lecito con vincite in denaro”: ne deriverebbe la sproporzione della misura;

– si tratterebbe di accertamenti non definitivi;

– i citati verbali si palesano, altresì, non assistiti da pubblica fede fino a querela di falso, ai sensi dell’art. 2700 c.c., essendo stati redatti da soggetti sprovvisti di qualsiasi legittimazione;

– le dichiarazioni della responsabile di sala non farebbero fede fino a querela di falso, perché solo le affermazioni dei fatti rilevati dai pubblici ufficiali sono assistite da tale particolare fede pubblica;

3. violazione dell’art. 10 del TULPS, il quale imporrebbe all’Amministrazione procedente di preferire la misura “gradata”, che consenta ugualmente di raggiungere l’obiettivo avuto di mira con il minor sacrificio possibile dell’interesse privato. Nel caso di specie avrebbe dovuto rilevare il fatto che nessuna contestazione sarebbe stata mossa in relazione alla gestione delle scommesse ippiche e sportive, che rappresenterebbero l’attività principale della sala;

4. illegittimità derivata da quella dell’ordinanza che ha fissato gli orari di spegnimento degli apparecchi.

Si è costituita in giudizio la Questura, depositando un’articolata relazione sui fatti e sul quadro giuridico di riferimento.

Anche il Comune si è costituito in giudizio, eccependo la carenza di interesse alla decisione del ricorso, nonché l’infondatezza di quest’ultimo.

In vista della pubblica udienza, parte ricorrente ha depositato una memoria, nella quale ha affermato il proprio interesse alla decisione, essendo pienamente valida ed efficace l’autorizzazione di Polizia al momento della sospensione da parte della Questura.

Alla pubblica udienza del 31 gennaio 2019, la causa, su conforme richiesta dei procuratori delle parti, è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

Il ricorso, così articolato, non può trovare positivo apprezzamento.

In primo luogo la garanzia partecipativa attuata mediante l’avviso di avvio del procedimento non trova specifica tutela nell’ambito dell’attività preordinata a comminare sanzioni amministrative ai sensi dell’art. 10 del TULPS, laddove il provvedimento inibitorio abbia anche una finalità cautelare. Quest’ultima è stata espressamente rappresentata nel provvedimento di sospensione, che motiva l’omissione della garanzia di partecipazione facendo puntuale richiamo all’esigenza di prevenire l’ulteriore perpetrarsi della violazione che il titolare della licenza ha dichiarato non intendere cessare, ritenendo illegittima l’ordinanza comunale che ha fissato i contestati orari di spegnimento degli apparecchi di gioco.

Nemmeno la seconda censura può trovare positivo apprezzamento, non essendo ravvisabile, nella fattispecie, alcuna violazione dell’art. 10 del TULPS.

In primo luogo, i quattro verbali di accertamento e contestazione della cui notificazione dà atto parte ricorrente, rappresentano senz’altro il presupposto per l’accertamento dell’abuso posto a base del provvedimento impugnato, irrogativo della correlata sanzione.

Del resto, è lo stesso art. 1, comma 69 della legge 220/2010 (che ha modificato l’art. 15 del d.d. n. 78/2009, convertito in legge 102/2009) ad affermare che “I soggetti pubblici incaricati istituzionalmente di svolgere attività ispettive o di vigilanza e gli organi di polizia giudiziaria che, a causa o nell’esercizio delle loro funzioni, vengono a conoscenza di fatti o atti che possono configurare violazioni amministrative o tributarie in materia di giochi, scommesse e concorsi pronostici li comunicano all’ufficio dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato e al comando provinciale del Corpo della guardia di finanza territorialmente competenti.”.

Tale disposizione, nella sostanza, riconosce espressamente spazio all’ordinaria attività di vigilanza cui sono preposti i “soggetti pubblici incaricati”, tra cui rientrano anche la Polizia locale e i Carabinieri, salvo l’obbligo di informare di quanto accertato l’AAMS e la guardia di finanza, che sussiste, però, con esclusivo riferimento alle eventuali violazioni delle specifiche disposizioni regolanti l’attività di gioco in senso stretto.

Nella fattispecie, invece, sono state rilevate, da soggetti a ciò pienamente competenti, violazioni delle disposizioni comunali in ordine all’orario di esercizio dell’attività, come tali sanzionate.

Più precisamente, quelle riscontrate non sono state violazioni della specifica disciplina dettata in materia di gioco lecito, ma di disposizioni comunali in ordine alla regolamentazione dell’orario di svolgimento dell’attività, le quali ben potevano essere accertate anche ad opera della polizia municipale, piuttosto che dei Carabinieri, trattandosi di generica “attività ispettiva”, senza che sussistesse alcun obbligo di comunicazione all’Agenzia delle Dogane e dei monopoli, trattandosi di trasgressioni non attinenti agli specifici ambiti di competenza di quest’ultima.

A nulla rileva il fatto che le contestazioni non siano state rivolte nei confronti del titolare dell’autorizzazione, ma della rappresentante di sala e di un dipendente. Il preposto di sala, quale è stata definita la dipendente che ha ricevuto le contestazioni a verbale, infatti, è per definizione l’interfaccia amministrativo verso le autorità di ispezione e controllo, corresponsabile con il titolare della licenza, tra le altre cose, della conduzione della sala e, quindi, oltre che del corretto funzionamento degli impianti e del controllo sull’età degli avventori, anche, in primo luogo, del rispetto degli orari imposti.

Del tutto escluso, inoltre, deve ritenersi che, come invece sostenuto da parte ricorrente, l’affermazione contenuta nell’ordinanza di questo Tribunale n. 247/2018 circa la non manifesta infondatezza del ricorso presentato avverso l’ordinanza regolante la sospensione dell’attività nello specifico orario indicato dal Sindaco, legittimasse, in qualche modo la sua disapplicazione.

La suddetta ordinanza, infatti, ha espressamente e perentoriamente affermato l’insussistenza dei presupposti per disporre la sospensione degli effetti del provvedimento sindacale impugnato, con la conseguenza che il mancato rispetto di quest’ultimo, pienamente efficace, non può che integrare una violazione sanzionabile ex art. 650 c.p..

Anche il fatto che sia stata disposta la chiusura integrale della sala giochi, compresa l’attività principale di raccolta delle scommesse ippiche e sportive, nonostante la violazione riscontrata riguardasse la disciplina oraria della diversa attività rappresentata dall’esercizio del gioco mediante apparecchi slot machine e VLT, (genericamente definiti nei verbali come “apparecchi per il gioco d’azzardo lecito con vincite in denaro”) non può determinare l’illegittimità del provvedimento impugnato.

Premesso che l’ordinanza impositiva delle fasce orario “di spegnimento” si riferiva espressamente anche alle scommesse su competizioni ippiche, sportive e su altri eventi e che il titolare della licenza ha espressamente dichiarato di non intendere rispettare la limitazione orario in toto (circostanza confermata anche dalla responsabile di sale e comunque mai concretamente smentita), la sanzione può ritenersi legittimamente irrogata colpendo l’intera attività svolta nella sala, a prescindere dal fatto che le irregolarità, in concreto rilevate solo rispetto a taluni dei giochi presenti al suo interno, non potendosi, in ciò, ravvisare alcuna sproporzione della misura.

La norma, infatti, prevede che “Le autorizzazioni di polizia possono essere revocate o sospese in qualsiasi momento, nel caso di abuso della persona autorizzata”. Tale formulazione implica che, nella discrezionalità dell’autorità di polizia, rientri la facoltà di sospendere tutte le autorizzazioni di cui il soggetto autorizzato è titolare, a prescindere dal fatto che l’abuso riguardi una sola di esse, se ritenuta tanto grave da giustificarla. E nel caso di specie lo è senz’altro, considerato che il titolare delle autorizzazioni ha deliberatamente violato le prescrizioni comunali, la cui efficacia non è stata sospesa pur a fronte della specifica domanda formulata in tal senso, dando indicazioni ai propri dipendenti affinché gli stessi non tenessero in alcuna considerazione le conseguenti limitazioni, pienamente operative nel territorio comunale di Carpenedolo.

Pertanto, considerato che “È legittima la sospensione della licenza, ai sensi dell’art. 10 t.u.p.s. (R.D. n. 773 del 1931), non solo nel caso di abuso del titolo ma anche per la mera violazione delle modalità di svolgimento del servizio. Infatti l’autorizzazione di polizia va utilizzata conformemente alle prescrizioni contenute nelle leggi e nelle altre varie fonti sub-primarie e la loro violazione costituisce un uso anomalo e quindi un abuso del titolo, da sanzionare alla stregua dell’art. 10 richiamato” (Cons. Stato, sez. VI, 29 settembre 2010, n. 7185), il disprezzo della disciplina applicabile, manifestato con il comportamento adottato, ben giustifica la grave sanzione comminata.

A nulla rileva il fatto che si trattasse di accertamenti non definitivi, dal momento che non risulta che l’odierna ricorrente abbia contestato la veridicità dell’accertamento delle violazioni dell’ordinanza comunale relativa agli orari di funzionamento degli apparecchi da gioco lecito in questione.

Infine, a prescindere dal fatto che le dichiarazioni della responsabile di sala non facciano fede fino a querela di falso, perché solo le affermazioni dei fatti rilevati dai pubblici ufficiali sono assistite da tale particolare fede pubblica, le dichiarazioni contenute in un verbale di sommarie informazioni redatto il 30 agosto presso la stazione dei Carabinieri di Carpenedolo, in cui la responsabile di sala ammette di conoscere l’ordinanza, ma che il suo datore di lavoro le avrebbe ordinato di disapplicarla con riferimento a tutti gli apparecchi con vincita in denaro, non possono non rilevare quale elemento di prova della conoscenza della limitazione (peraltro innegabile vista la proposizione di un apposito ricorso per censurarne la legittimità) e del dolo nella loro violazione, con l’aggravante dell’induzione alla violazione anche dei dipendenti, non altrimenti smentita.

Ciò vale a dimostrare l’infondatezza anche della terza censura, volta a sostenere la violazione del principio secondo cui dovrebbe essere privilegiata la sanzione che garantisca il raggiungimento dell’obiettivo con il minor sacrificio del destinatario, attesa la gravità del comportamento rilevato e contestato.

Parte ricorrente ha, infine, dedotto l’invalidità derivata del provvedimento impugnato da quella dell’ordinanza limitativa dell’orario di funzionamento degli apparecchi di gioco e, prima ancora, del regolamento comunale.

Tale censura deve essere respinta, atteso che, a prescindere dalla sua potenziale illegittimità, l’ordinanza di regolazione dell’orario di esercizio di VLT e raccolta scommesse era, al momento della contestazione delle violazioni, pienamente efficace per quanto più sopra detto.

Essa, dunque, avrebbe dovuto essere rispettata, quantomeno fino alla definizione del ricorso nel merito e la sua violazione implica un chiaro illecito amministrativo, sanzionabile ai sensi dell’art. 650 c.p..

Così respinto il ricorso, le spese del giudizio seguono l’ordinaria regola della soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione staccata di Brescia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge”.

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