“Le investigazioni degli ultimi anni restituiscono, in maniera evidente, il segnale di un allargamento delle prospettive della criminalità organizzata, sempre capace di intercettare i settori potenzialmente più redditizi. Tra questi, si è imposto il settore dei giochi e delle scommesse, attorno al quale sono andati a polarizzarsi gli interessi di tutte le organizzazioni mafiose, dalla camorra alla ‘ndrangheta, dalla criminalità pugliese a cosa nostra, in alcuni casi addirittura consorziandosi tra di loro”. E’ quanto si legge nel focus “Mafia e Giochi” della relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento realizzata dalla Dia (Direzione Investigativa Antimafia) in merito all’attività svolta e i risultati conseguiti nel secondo semestre 2019.

“È noto quanto le mafie riescano a coniugare perfettamente tradizione e modernità. Il gioco ne è la massima espressione, perché ai sistemi tradizionali di scommessa i clan affiancano quelli più sofisticati sulle piattaforme on line. Le inchieste riportate nei capitoli precedenti dimostrano che l’infiltrazione del settore appartiene indistintamente a tutte le organizzazioni, che operano spesso in sinergia. Nel “paniere” degli investimenti criminali, il gioco rappresenta uno strumento formidabile, prestandosi agevolmente al riciclaggio e garantendo alta redditività: dopo i traffici di stupefacenti è probabilmente il settore che assicura il più elevato “ritorno” dell’investimento iniziale, a fronte di una minore esposizione al rischio. Nel tempo, si è infatti assistito alla progressiva limitazione dell’uso della violenza nell’ambito di questo settore, sostituita da proficue relazioni di scambio e di collusione finalizzate a infiltrare economicamente e in maniera silente il territorio. Con una metafora, si può dire che le mafie prediligono, oggi, il click-click del mouse al bangbang delle pistole. Una infiltrazione “carsica” certamente agevolata dallo sviluppo di meccanismi sofisticati, quali la gestione di piattaforme illegali di scommesse on line, raggiungibili attraverso siti web dislocati in Paesi esteri, privi di concessione per operare in Italia. Un sistema, questo, che richiede il contributo di figure professionali specializzate, in grado di applicare le nuove tecnologie informatiche e di adattarsi – per aggirarlo – all’evoluzione del quadro normativo di riferimento. Si tratta di soggetti spesso formalmente “esterni” alle organizzazioni, ma necessari. Sono figure professionali che rappresentano il punto di cesura tra la mafia della tradizione – la stessa che nel passato ricercava bravi chimici per raffinare la droga – e quella che sempre più diffusamente si manifesta come mafia imprenditrice, che adotta modelli manageriali per la gestione delle risorse e per intercettare settori economici emergenti. Altro elemento saliente – sempre più ricorrente nelle inchieste delle Procure italiane – è dato dai rapporti di alleanza funzionale tra consorterie appartenenti a matrici mafiose diverse. Sono, infatti, sempre più frequenti i casi in cui le organizzazioni, anche al di fuori dalle regioni di origine, per massimizzare i profitti gestiscono gli affari connessi al gioco stringendo veri e propri patti criminali. Se da un lato la Camorra è quella con un interesse storicamente più risalente, la ‘ndrangheta ha certamente “recuperato terreno” negli ultimi anni, operando anche nel settore dei giochi alla stregua di una vera e propria holding criminale, riconosciuta per la sua affidabilità. Sembra, infatti, aver traslato su questo settore i metodi e l’organizzazione gerarchico-piramidale già adottata nel traffico internazionale di stupefacenti. Perché l’evoluzione del settore dei giochi e delle scommesse illegali si gioca proprio sul piano internazionale, esattamente come i traffici di stupefacenti. Con una differenza, che rende il gioco più conveniente: all’estero, la logistica della droga richiede basi stabili, meccanismi corruttivi, infiltrazioni negli spazi doganali, carichi di copertura, ecc…; per realizzare affari milionari nel settore dei giochi basta stabilire la sede legale di una società in un paradiso fiscale e un server che raccoglie e gestisce le giocate in un Paese non collaborativo.

Allo stesso tempo, il gioco crea un reticolo di controllo del territorio, senza destare allarme sociale. E anche in questo caso il parallelismo con gli stupefacenti è d’obbligo. La disseminazione dei punti di raccolta scommesse è paragonabile alla rete di pusher di una piazza di spaccio, con l’evidente differenza che i primi raccolgono denaro “virtuale” – senza destare clamore – immediatamente canalizzato all’estero e quindi più facile da riciclare; i secondi raccolgono somme minime, con forte esposizione all’azione di Polizia. Somme che per essere riciclate nei circuiti legali, comportano costi notevoli. Solo per rendere l’idea di quanto sia permeato, in alcuni territori, il controllo del gioco, vale la pena di richiamare l’operazione “Golden Goal”, conclusa qualche anno fa contro un clan camorrista della provincia di Napoli. Dalle indagini è emerso che le scommesse su siti internet illegali venivano accettate “sulla parola”, con una semplice telefonata. I giocatori potevano usufruire di un “conto aperto”, senza che fosse prima depositato del denaro. Un sistema con il quale la camorra dava apparentemente fiducia al giocatore. In caso di perdita, però, la giocata doveva essere saldata con cadenza settimanale, pena la ritorsione violenta dell’organizzazione criminale.

Un controllo che punta ad alterare anche l’esito delle competizioni sportive, specie di quelle delle serie minori di calcio, allo scopo di trarre maggiori profitti o di non subire perdite. Se l’infiltrazione nel gaming on line appartiene trasversalmente a tutte le organizzazioni – che non a caso si sono “consorziate” in più occasioni per fare affari – quella nel settore delle corse ippiche sembra appannaggio prevalentemente di Cosa nostra. I riscontri in proposito sono numerosi, ma su tutti assume un valore emblematico l’operazione “Corsa nostra”, la cui denominazione è altamente evocativa degli interessi delle famiglie in questo settore. Si viene così a generare un fiume di denaro che necessita di essere riciclato. L’entità dei patrimoni sequestrati ai referenti delle cosche che gestivano le scommesse, nell’ordine di decine, più spesso di centinaia di milioni di euro, compresi quadri di artisti del calibro di Giorgio De Chirico, Antonio Ligabue e Renato Guttuso, danno la misura del fenomeno. Patrimoni che sono stati investiti e riciclati in tutta Italia e all’estero.

È proprio puntando al contrasto al riciclaggio internazionale che sarà possibile arginare anche la diffusione del gioco illegale. Un passo in avanti importante c’è stato, sul piano nazionale, con l’obbligo per i prestatori di gioco di effettuare le segnalazioni di operazioni sospette. Un obbligo confermato anche dalla V direttiva antiriciclaggio. C’è poi l’aspetto legato alle concessioni, in molti casi rilasciate in Paesi che richiedono requisiti meno stringenti sul piano delle condotte ostative. Tra queste, paradossalmente, potrebbe non essere presa in considerazione l’associazione di tipo mafioso, proprio perché reato non riconosciuto negli altri ordinamenti. Sarebbe, pertanto, auspicabile, anche con riferimento al settore in argomento, un allineamento delle normative penali. La mancanza di una visione strategica comune, anche solo a livello europeo, non ha sinora permesso di realizzare nel settore dei giochi e delle scommesse un corpus normativo condiviso. A ciò si aggiunga, in alcuni Paesi, anche europei, la ridotta percezione della gravità del “problema mafia”. All’estero, infatti, l’attenzione investigativa viene generalmente focalizzata non tanto sull’organizzazione criminale (cluster) ma sui “reati-scopo”, in primis il traffico di stupefacenti. Di certo non sul controllo illecito del gioco d’azzardo, che non comporta (almeno in apparenza) allarme sociale. Una regolamentazione condivisa a livello europeo, finalizzata a bandire il gioco illegale in tutte le sue forme, avrebbe molteplici effetti positivi sotto il profilo della tutela dell’ordine pubblico, della sicurezza urbana, della salute e della collettività, della libertà di attività economica, della protezione delle fasce deboli di consumatori (tra cui i minori) e, non ultimo, sul piano della prevenzione delle ludopatie, fondamentale per contenerne i costi sociali, economici e psicologici derivanti dal gioco d’azzardo, specie se illegale. Un aspetto, quest’ultimo, che incide fortemente sulla vita del giocatore e dei suoi familiari. Chi gioca illegalmente è consapevole di far parte di una filiera illecita. Tuttavia gioca. E gioca senza rendersi pienamente conto, tra l’altro, che molto spesso il software del gioco è manomesso, cosicchè le possibilità di vincita si riducono fino ad annullarsi. In tal senso, sarebbe utile avviare una campagna mediatica di sensibilizzazione verso i consumatori, che metta in evidenza tale criticità. Un impegno certamente per le istituzioni pubbliche, volte a garantire al cittadino l’esercizio di un gioco più responsabile, associato ad un contrasto deciso e determinato delle filiere criminali, che oggi – come nella Napoli di metà ottocento raccontata da Monnier – continuano a lucrare sui giochi e sulla vita delle persone”.