avv. Marco Ripamonti
avv. Marco Ripamonti
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(Jamma) – Una recente Corte di Cassazione penale (Ord.n.3723/18) depositata il 26 gennaio 2018, ci viene evidenziata dall’avv.Marco Ripamonti a proposito di un tema attuale e controverso, ormai trasversale cavallo di battaglia anche in politica, quale quello della ludopatia.

Il professionista, appassionato studioso delle problematiche legate al gioco e da venti anni alla ribalta nelle aule giudiziarie quanto al profilo applicativo della normativa di riferimento, commenta questa vicenda:

Si tratta di un’ordinanza di inammissibilità, che si articola in appena un paio di pagine, con cui la Settima Sezione penale, quella per l’appunto dedicata ai ricorsi inammissibili, risolve il caso di un soggetto, condannato per bancarotta fraudolenta per avere distratto importi di pertinenza di due società, poi dichiarate fallite. Il ricorso dell’imputato si è basato su due motivi: la mancata adeguata considerazione da parte del giudice di merito di un certificato medico attestante la ludopatia, a suo dire scagionante, atteso che i denari distratti sarebbero stati destinati al gioco d’azzardo; la mancata derubricazione del reato di bancarotta fraudolenta in bancarotta semplice, atteso che il ricorrente stesso avrebbe avuto la riserva di riaccreditare le auspicate vincite al gioco nelle aziende in questione. Aziende, però, dichiarate fallite.

La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e condannato lo stesso ricorrente alla conseguente ammenda. Lapidaria la motivazione: non è sostenibile il tema della patologia ludopatica, in quanto la stessa preordinata scelta di distrarre il denaro in questione con il proposito di riattribuirlo con tanto di vincite alle aziende stesse denota piena consapevolezza del proprio operato, escludendo così lo stato morboso patologico della ludopatia.

L’Ordinanza apre a delle riflessioni.

Mi astengo dall’entrare nel merito del caso concreto e del certificato medico, non conoscendone i dettagli, mi azzardo però a considerare come la Corte abbia ipotizzato un vero e proprio abuso, da parte del ricorrente, evidentemente a corto di argomenti migliori, del solito tema della ludopatia, per giustificare la distrazione delle somme in questione asseritamente destinate al gioco.

Mi limito anche a sottolineare come la Corte stessa abbia evidentemente ricondotto, in linea di principio, lo stato di ludopatico a quella condizione tale da compromettere la capacità di autodeterminarsi, escludendo che il disegno rappresentato dall’imputato potesse ricondursi alla patologia in parola, proprio perchè caratterizzato da una forma di pragmatismo, incompatibile con la febbre irrazionale del gioco tipica del giocatore malato.

Insomma, sembra proprio che per la Corte l’imputato abbia tentato di servirsi del solito ed inflazionato argomento della ludopatia per uscire da un processo il cui epilogo era stato una pesante condanna per bancarotta fraudolenta. Un uso, o meglio un abuso, evidentemente ritenuto strumentale e fin troppo disinvolto della ludopatia.

Sarebbe curioso, al di là della realtà processuale, comprendere se il protagonista della vicenda abbia davvero detto la verità sulla destinazione delle somme distratte al gioco oppure se l’argomento della ludopatia non si sia concretato in una scusa vera e propria.
La vicenda fa comunque riflettere anche su come, il tema ludopatia, certamente serio e concreto, venga spesso preso in prestito ed abusato. Anche da politici e dallo stesso Legislatore? Chissà…”.

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