Il Consiglio di Stato ha respinto – tramite sentenza – i ricorsi presentati da due sale bingo contro Roma Capitale in cui si chiedeva la riforma delle precedenti sentenze del Tar Lazio che confermavano i limiti orari imposti agli apparecchi da gioco.

Si legge: “1. Con distinti ricorsi al Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio le società (…), titolari di sale Bingo site in Roma per l’attività di raccolta del gioco lecito mediante apparecchi di cui all’art. 110, comma 6, del Testo Unico di Pubblica Sicurezza (di seguito “T.U.L.P.S.”) e per questo munite di autorizzazione ex art. 88 del medesimo Testo Unico, impugnavano l’ordinanza del Sindaco di Roma Capitale 26 giugno 2018, n. 111 contenente “disciplina degli orari di funzionamento degli apparecchi di intrattenimento e svago con vincita in denaro di cui all’art. 110, comma 6, del TULPS, installati nelle sale gioco e nelle altre tipologie di esercizi autorizzati ex artt. 86 e 88 del TULPS”.

Nell’ordinanza era fissato l’orario di funzionamento dei predetti apparecchi di intrattenimento “dalle ore 9,00 alle ore 12,00 e dalle ore 18,00 alle ore 23,00 di tutti i giorni, festivi compresi”, con ulteriore previsione di obbligo di spegnimento degli stessi “tramite l’apposito interruttore elettrico” nelle ore di sospensione del funzionamento, durante le quali, inoltre, dovevano essere mantenuti “non accessibili”.

Per il caso di violazione delle prescrizioni contenute nell’ordinanza, era prevista l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria di cui all’art. 7 bis, comma 1 bis, d.lgs. n. 267 del 2000 ed il pagamento di una somma da € 150,00 ad € 450,00, nonché, in caso di recidiva, l’applicabilità, ai sensi degli artt. 9 e 10 del TULPS, della sanzione accessoria della “sospensione del funzionamento di tutti gli apparecchi di intrattenimento e svago” per un periodo non superiore a cinque giorni, con la precisazione che la recidiva era configurata “qualora la violazione delle disposizioni [fosse] commessa per due volte in un anno solare, e per ogni ulteriore violazione successiva alla seconda, anche se il responsabile [avesse] proceduto al pagamento della sanzione mediante oblazione ai sensi dell’articolo 16 della legge 24 novembre 1981, n. 689”.

2. Avverso la suddetta ordinanza che riduceva l’orario di funzionamento degli apparecchi da gioco, da diciannove ad un massimo di otto ore al giorno, le ricorrenti articolavano i seguenti motivi di diritto:

1.Violazione di legge. Violazione dell’art. 7 d. l. n. 158/2012, dell’art. 1, comma 936 l. n. 208/2015, violazione e falsa applicazione dell’intesa adottata nell’ambito della Conferenza Unificata. Contraddittorietà e difetto di motivazione.

2.Violazione dell’art. 3 della legge 7.8.1990 n. 241, nonché dell’art. 50, comma 7, del T.U.E.L in combinato disposto con l’art. 12 del “Regolamento sale da gioco e giochi leciti”, approvato con deliberazione del Consiglio Comunale n. 31 del 9 giugno 2017. Eccesso di potere per difetto di motivazione, carenza o erronea valutazione dei presupposti nonché per difetto di istruttoria.

3.Violazione e falsa applicazione, sotto altro profilo, delle medesime norme rubricate nel secondo motivo. Violazione del principio di ragionevolezza e proporzionalità. Eccesso di potere per difetto di istruttoria ed illogicità manifesta.

4.Violazione e falsa applicazione dell’art. 8 bis, l. 689/1991. Violazione e falsa applicazione degli artt. 9 e 10 TULPS. Incompetenza. Sviamento di potere e/o eccesso di potere ed illogicità manifesta.

5.Violazione di legge. Violazione dell’art. 110, comma 6, del R.D. 18 giugno 1931, n. 773. Violazione dell’art. 1, del d.lgs. 14 aprile 1948, n. 496. Sviamento di potere. Illogicità, contraddittorietà ed ingiustizia manifesta.

In particolare, con i motivi di censura formulati, le ricorrenti lamentavano:

a) la violazione dell’Intesa (recante “Proposta di riordino dell’offerta del gioco lecito”) raggiunta in Conferenza Unificata Stato – Regioni – Enti locali il 7 settembre 2017, cui l’art. 1, comma 936 della l. n. 208 del 2015 aveva demandato il compito di dettare i criteri ai quali le Regioni e gli Enti locali avrebbero dovuto attenersi nel fissare i limiti e i divieti al funzionamento degli apparecchi di intrattenimento e svago di cui all’art. 110, comma 6, T.U.L.P.S., al fine di assicurare una disciplina uniforme per l’intero territorio nazionale; nell’Intesa, infatti, era previsto che le fasce di interruzione quotidiana del gioco non superassero le “6 ore complessive” giornaliere, con conseguente operatività degli apparecchi per le restanti 18 ore, ed inoltre che la distribuzione di dette fasce orarie andasse “definita, di intesa con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, in una prospettiva il più omogenea possibile nel territorio nazionale e regionale, anche ai fini del futuro monitoraggio telematico del rispetto dei limiti così definiti”;

b) la sussistenza di gravi vizi istruttori, oltre alla carenza motivazionale dell’atto impugnato: Roma Capitale aveva assunto l’ordinanza impugnata senza aver prima effettuato una puntuale attività istruttoria rivolta ad accertare l’effettiva esigenza di introdurre misure limitative del gioco in ragione di situazioni emergenziali connesse al c.d. GAP (gioco d’azzardo patologico), diffuse sul territorio comunale e, d’altra parte, senza premurarsi di acquisire dati utili a valutare l’incidenza delle scelte sugli interessi del settore imprenditoriale inciso; i dati della diffusione del gioco sarebbero indicati in modo generico e non riguarderebbero nello specifico il territorio del Comune di Roma, sicché non sarebbe giustificata la deroga alle prescrizioni dell’Intesa;

c) la violazione del principio di ragionevolezza e proporzionalità, nonché l’eccesso di potere per difetto di istruttoria e illogicità manifesta, delle misure restrittive adottate dall’ordinanza, tese a ridurre “drasticamente” il funzionamento degli apparecchi di gioco a determinate fasce orarie, senza aver compiuto un’adeguata istruttoria sui casi patologici di dipendenza dal gioco e senza valutare in alcun modo la congruità e la necessarietà delle misure imposte, come pure la praticabilità di misure alternative (o, comunque, meno restrittive) in grado di contemperare anche le esigenze degli imprenditori; si assumeva, inoltre, l’illogicità dell’ordinanza per aver posto sullo stesso piano pubblici esercizi, che hanno ad oggetto esclusivo o principale le attività di gioco, autorizzati dal Questore ai sensi dell’art. 88 T.U.L.P.S. (tra i quali figuravano i locali condotti dalle ricorrenti), al cui interno non possono accedere i minori degli anni diciotto, e sale giochi autorizzate dall’Autorità comunale ai sensi degli artt. 86 T.U.L.P.S. e 19 D.P.R. n. 616/1977, nonché gli altri pubblici esercizi ed esercizi commerciali, in cui le attività di gioco risultano meramente accessorie rispetto alle altre aventi carattere principale, all’interno dei quali possono invece accedere i minori degli anni diciotto, senza con ciò considerare il più elevato livello di salvaguardia assicurato ai consumatori-giocatori che si recano presso le sale bingo rispetto a quello offerto dai normali esercizi commerciali;

d) la violazione del principio di legalità discendente dall’art. 23 Cost., con riferimento alle sanzioni amministrative introdotte a presidio dei precetti recati dall’ordinanza, laddove essa aveva previsto, in caso di reiterate violazioni delle proprie prescrizioni, non solo l’irrogazione di sanzioni pecuniarie, ma anche l’applicazione della diversa misura di sospensione del funzionamento degli apparecchi per un periodo “non superiore a cinque giorni” ed “anche se il responsabile ha proceduto al pagamento della sanzione mediante oblazione ai sensi dell’art. 16 L. 689/1981 e successive modifiche”: così discostandosi dall’art. 8 bis della legge n. 689 del 1981 in base al quale “La reiterazione determina gli effetti che la legge espressamente stabilisce. Essa non opera nel caso di pagamento in misura ridotta”;

e) la violazione dell’art. 110, comma 6, del TULPS, nonché dell’art. 1 del d.lgs. 14 aprile 1948, n. 946, laddove l’ordinanza impugnata aveva previsto, nel periodo di sospensione del funzionamento, che gli apparecchi dovessero essere spenti con apposito interruttore e mantenuti non accessibili, in quanto l’obbligo di scollegare dalla rete e rendere inaccessibili gli apparecchi in questione mal si concilierebbe con la previsione contenuta nella convenzione di concessione che ne impone il costante collegamento alla rete telematica gestita dai concessionari per evitare manomissioni, truffe e sottrazioni di risorse erariali, con conseguente pregiudizio anche per gli interessi dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli; il che avrebbe reso vieppiù necessario il previo raggiungimento di un’Intesa con quest’ultima.

Si costituivano Roma Capitale e l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

3. I giudizi di primo grado, nella resistenza di Roma Capitale, erano rispettivamente definiti dalle sentenze indicate in epigrafe, numeri 1411 e 1413, depositate il 4 febbraio 2019, di reiezione dei ricorsi e compensazione tra le parti in causa delle spese di lite.

4. Con atti di appello, notificati nei tempi e nelle forme di rito, le società ricorrenti in primo grado, hanno impugnato le ridette statuizioni, di cui assumono la complessiva erroneità ed ingiustizia, domandandone l’integrale riforma.

Si è costituita in giudizio, per resistere ai gravami, Roma Capitale.

Si è altresì costituita l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Disposto, su istanza delle appellanti, l’abbinamento delle domande cautelari formulate alla trattazione del merito, all’udienza del 4 giugno 2020, le cause sono state trattenute in decisione, sulla base degli atti depositati.

La Sezione ritiene preliminarmente di disporre la riunione degli appelli in esame, ai sensi dell’art. 70 Cod. proc. amm., come richiesto dalle società appellanti (le quali hanno peraltro rappresentato, con memoria depositata in vista dell’udienza di merito, che la società (…) è stata fusa per incorporazione nella società (…)), sussistendo ragioni di connessione obiettiva e soggettiva, vista l’identità delle questioni di diritto sottese e dei motivi di censura rivolti avverso le sentenze impugnate.

6. Nel merito, gli appelli sono entrambi infondati e vanno respinti.

7. Con il primo motivo dei gravami proposti (rubricato “Error in iudicando. Violazione di legge. Violazione dell’art. 7 d. l. n.158/2012, dell’art. 1, comma 936 l. n. 208/2015, violazione e falsa applicazione dell’intesa adottata nell’ambito della Conferenza Unificata”) le appellanti si dolgono che i primi giudici abbiano respinto il motivo di ricorso diretto a far valere la violazione dell’Intesa sancita il 7 settembre 2017 in sede di Conferenza Unificata Stato – Regioni – Enti locali per assenza di valore cogente in quanto non ancora recepita da alcun atto normativo, sebbene tale efficacia sia espressamente riconosciuta dall’art. 1, comma 1049, l. 27 dicembre 2017, n. 205 (ove: “al fine di consentire l’espletamento delle procedure di selezione di cui ai commi 1047 e 1048, le regioni adeguano le proprie leggi in materia di dislocazione dei punti vendita del giuoco pubblico all’intesa sancita in sede di Conferenza unificata in data 7 settembre 2017”) come pure dai pareri resi dal Consiglio di Stato sugli atti funzionali all’affidamento delle concessioni di scommesse e del bingo (4 aprile 2019 nn. 1057 e 1058).

7.1. Richiamano altresì, a sostegno delle loro tesi, le motivazioni rese da altro precedente del medesimo T.a.r. adito, in analogo contenzioso (in particolare T.a.r. Lazio, Sez. II bis, 5 febbraio 2019, n. 1460), ove si è riconosciuto che “la mancata adozione del previsto decreto di recepimento non priva l’Intesa di qualsivoglia rilievo, e ciò in ragione del carattere condiviso del relativo contenuto” e che “pur non rivestendo , quindi, l’Intesa valore cogente- per non essere stata ancora recepita- la stessa assume la valenza di norma di indirizzo per l’azione degli Enti locali, costituendo al contempo parametro per valutare la legittimità dei provvedimenti dagli stessi adottati in materia”.

Aggiungono che l’intesa integrava di fatto gli estremi di un accordo tra Stato, Regioni e Comuni, e dunque, anche Roma Capitale, costituendo un vincolo a prescindere dall’attività di recepimento dello stesso.

Assumono, con ciò, errati gli argomenti con i quali il giudice di primo grado ha superato il vizio di contraddittorietà dell’azione amministrativa di Roma Capitale, la quale, da un lato, aveva ritenuto di soggiacere all’intesa, tanto da richiamarla nelle premesse dell’ordinanza (al fine di giustificare l’esercizio del potere limitativo del Sindaco), e ritenuto di dover interpellare l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, ma, poi, in maniera contraddittoria, non aveva rispettato il vincolo dalla stessa fissato della sospensione degli apparecchi di intrattenimento e svago per non più di sei ore.

Sostengono, pertanto, che l’Amministrazione comunale avrebbe dovuto declinare in concreto, nell’arco della giornata, il funzionamento e la chiusura quotidiana del gioco, nel proprio ambito territoriale di competenza, entro tale limite massimo e definirne le fasce di interruzione d’intesa con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Lamentano, in definitiva, l’erroneità del ragionamento del primo giudice che, limitandosi all’acritica constatazione dell’assenza del decreto di recepimento dell’Intesa, ha omesso di valutarne la portata comunque vincolante, quale espressione di principi e regole comuni, raggiunta, sulla base del principio di leale collaborazione tra enti, nella Conferenza unificata, quale sede di esercizio condiviso della funzione e di scelte concertate, con il fine di creare un quadro regolatorio omogeneo ed uniforme sul territorio nazionale, in materia che involge una pluralità di competenze concorrenti ed anche con riguardo alla disciplina degli orari di funzionamento degli apparecchi di gioco, riservata agli enti locali.

Contestano, infine, le statuizioni spese sul punto dell’Intesa dalle sentenze appellate laddove si è rilevato che, con nota del 4 giugno 2018, l’Amministrazione comunale aveva informato l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli “sia dell’avvenuta adozione del Regolamento, sia dell’avvio di un’istruttoria finalizzata all’individuazione degli orari di apertura delle sale da gioco al fine di contrastare la ludopatia”, nonché dell’intenzione di assumere limitazioni orarie, e che tale nota era rimasta priva di riscontro da parte dell’Agenzia interpellata: in tal modo, ad avviso dell’appellante, le stesse sentenze impugnate avrebbero riconosciuto che l’ordinanza sindacale censurata era stata adottata senza previa concertazione con l’Agenzia e, in definitiva, senza alcuna valutazione e ponderazione degli interessi statali. Sotto altro concorrente profilo, ne risulterebbe compromesso anche il regolare adempimento della convenzione della concessione quanto all’obbligo di assicurare il costante collegamento degli apparecchi di gioco alla rete al fine di rendere possibile, in ogni momento, le verifiche tecniche di Sogei: aspetti anche questi puntualmente dedotti dalle società ricorrenti, ma non adeguatamente valutati dapprima dall’ordinanza sindacale e poi dalle sentenza appellate.

7.2. Il motivo è infondato.

7.3. Come già ritenuto dalla Sezione in fattispecie analoghe (cfr., tra le altre, Cons. Stato, sez. V, 30 giugno 2020, n. 4119; sez. V, 13 luglio 2020, n. 4496; sez. V, 26 agosto 2020, n. 5223), l’intesa alla quale fanno riferimento le società appellanti è prevista dall’art. 1, comma 936, l. 28 dicembre 2015, n. 208 (legge di stabilità per il 2016) in questi termini: “Entro il 30 aprile 2016, in sede di Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, sono definite le caratteristiche dei punti di vendita ove si raccoglie gioco pubblico, nonché i criteri per la loro distribuzione e concentrazione territoriale, al fine di garantire i migliori livelli di sicurezza per la tutela della salute, dell’ordine pubblico e della pubblica fede dei giocatori e di prevenire il rischio di accesso dei minori di età. Le intese raggiunte in sede di Conferenza unificata sono recepite con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, sentite le Commissioni parlamentari competenti”.

È, dunque, espressamente previsto che l’intesa raggiunta in sede di Conferenza unificata sia recepita in un decreto del Ministero dell’economia e delle finanze.

Prevedendo l’adozione di un decreto ministeriale che abbia ad oggetto profili di regolamentazione del gioco pubblico, l’amministrazione statale si è attribuita un potere di indirizzo e coordinamento per aver ritenuto che in tale specifico settore (quello del gioco lecito) si incrociano materie attribuite dalla Costituzione alla competenza di diversi livelli di governo, anche regionale, ma si avverte l’esigenza di una regolamentazione unitaria; ed in effetti, accanto al tradizionale (per il settore dei giochi) riferimento all’ordine pubblico e alla pubblica fede, rientrante nella competenza esclusiva dello Stato per l’art. 117, comma 2, lett. h) Cost., è richiamata anche la tutela della salute, rientrante nelle competenza concorrente (art. 117 Cost.), in cui la Regione può legificare nel rispetto dei principi fondamentali della legislazione statale, cui la Corte costituzionale ha aggiunto anche il riferimento alla pianificazione e governo del territorio (con la sentenza 18 luglio 2014, n. 220, quanto meno in relazione al potere di fissazione delle distanze minime dai c.d. luoghi sensibili).

In questi casi – quando cioè lo Stato attribuisce per legge a sé stesso un potere di indirizzo e coordinamento in relazione ad un settore che investe in maniera trasversale materie di competenza anche delle Regioni – è dovuta nella legge statale la previsione del previo raggiungimento dell’Intesa in sede di Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del d.lgs. 28 agosto 1997, n. 28, quale strumento tipico di coinvolgimento delle Regioni in attuazione del principio di leale collaborazione (da ultimo, in tal senso Corte cost., 2 dicembre 2019, n. 246; Id., 20 marzo 2019, n. 56).

7.4. Il potere di indirizzo e coordinamento non è stato, tuttavia, ancora esercitato perché il decreto del Ministero dell’economia e delle finanze non è stato adottato, mentre è stata conclusa l’intesa nell’ambito della Conferenza Unificata Stato Regioni Enti locali il 7 settembre 2017.

Per essere prevista quale atto prodromico all’esercizio del potere statale di coordinamento ed indirizzo con finalità di coinvolgimento delle Regioni, all’Intesa non può riconoscersi ex se, e senza che i suoi contenuti siano recepiti nel decreto ministeriale, alcuna efficacia cogente.

La sentenza di primo grado merita, pertanto, piena conferma sul punto.

7.5. Né porta ad una diversa conclusione la previsione dell’art. 1, comma 1049, l. 27 dicembre 2017, n. 205 (legge di bilancio per il 2018), che, prevede che “al fine di consentire l’espletamento delle procedure di selezione di cui ai commi 1047 e 1048, le regioni adeguano le proprie leggi in materia di dislocazione dei punti vendita del gioco pubblico all’intesa sancita in sede di Conferenza unificata in data 7 settembre 2017” (normativa che, giusto lo specifico profilo considerato, è finalizzata alla “dislocazione dei punti vendita del gioco pubblico”, con la precisa finalità di adeguare l’assetto territoriale in vista delle procedure di affidamento della concessione per la raccolta delle scommesse su eventi sportivi e non sportivi).

Del resto, anche il Consiglio di Stato, nei pareri citati dall’appellante, richiamava l’Intesa raggiunta il 7 settembre 2019 proprio in relazione alle procedure di gara per l’affidamento delle predette concessioni, evidenziando la necessità di tenerne presenti i contenuti all’atto della redazione degli atti di gara.

7.6. A ciò si aggiunga, inoltre, con riferimento allo specifico profilo inerente alla definizione delle fasce orarie di interruzione del gioco, che, come chiarito dalla Sezione in precedente su analoghe fattispecie (Cons. di Stato, sez. V, 30 giugno 2020, n. 4119), rileva anche la seguente clausola: “Le disposizioni specifiche in materia, previste in ogni Regione o Provincia autonoma, se prevedono una tutela maggiore, continueranno comunque ad esplicare la loro efficacia.”

7.7. Alla luce dei riportati contenuti dell’Intesa è dunque corretto affermare che principio generale della materia è la previsione di limitazioni orarie come strumento di lotta al fenomeno della ludopatia.

7.8. Non cogente l’intesa, non lo era neppure la previsione ivi contenuta di definire la distribuzione oraria delle fasce di interruzione del gioco nell’arco della giornata in accordo con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, cui pure Roma Capitale, con nota 4 giugno 2018, dava conto di quali sarebbero stati gli orari di utilizzo e funzionamento degli apparecchi di intrattenimento che aveva intenzione di prevedere nell’ambito delle futura regolamentazione.

La circostanza, allora, che l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli non abbia dato riscontro, evidenziando eventuali perplessità per l’eccessiva durata del periodo di sospensione, non può ridondare ora a vizio dell’ordinanza di Roma Capitale che, infine, ha fissato le fasce orarie di interruzione del gioco.

8. Il secondo e il terzo motivo di appello possono essere trattati congiuntamente, stante la loro connessione.

8.1. In particolare, con il secondo motivo si lamenta che le sentenze impugnate risulterebbero inficiate da “Error in iudicando. Violazione dell’art. 3 della legge 7.8.1990 n. 241, nonché dell’art. 50, comma 7, del T.U.E.L in combinato disposto con l’art. 12 del “Regolamento sale da gioco e giochi leciti”, approvato con deliberazione del Consiglio Comunale n. 31 del 9 giugno 2017. Eccesso di potere per difetto di motivazione, carenza o erronea valutazione dei presupposti nonché per difetto di istruttoria”.

8.2. Con il terzo motivo, si censura sempre la violazione e falsa applicazione, sotto altro profilo, delle medesime norme rubricate nel secondo motivo, oltre alla violazione del principio di ragionevolezza e proporzionalità, nonché eccesso di potere per difetto di istruttoria e illogicità manifesta.

Con tali censure le appellanti contestano le sentenze di primo grado per aver respinto i motivi di ricorso (secondo e terzo) diretti a far valere la carenza di motivazione e di istruttoria alla base dell’ordinanza impugnata, nonché la violazione del principio di proporzionalità.

8.3. In tesi, la disciplina finalizzata a limitare l’orario di funzionamento degli apparecchi da gioco lecito di cui all’art. 110, comma 6 T.U.L.P.S. installati presso i pubblici esercizi imporrebbe, per un verso, nell’esercizio del relativo potere di regolamentazione, il rispetto di un canone di ragionevolezza e proporzionalità in relazione agli obiettivi perseguiti e, per altro vero, il radicamento su una istruttoria completa e attendibile: l’esercizio del potere in questione dovrebbe ritenersi consentito soltanto in caso di accertate esigenze di tutela della salute, delle quali l’Amministrazione avrebbe dovuto dare compiuto, specifico e pertinente conto, non potendo fondarsi su un astratto riferimento al generale fenomeno del c.d. “gioco d’azzardo lecito” e ai suoi effetti sociali e sanitari, né potendosi prescindere da attendibili indagini e studi correlati allo specifico ambito territoriale attinto dalle misure in concreto adottate. Le limitazioni di orario in discorso sono, infatti, consentite per motivi di interesse generale, che devono concretarsi in ragioni specifiche, da esplicitare e documentare in modo puntuale.

8.4. Taluni passaggi delle sentenze appellate renderebbero così evidente il tentativo di eterointegrare la motivazione carente dell’ordinanza sindacale, laddove affermano, in modo contraddittorio, che “nel corso degli anni sono stati altresì acquisiti dagli Uffici numerosi dati, non menzionati nelle premesse del provvedimento”: per tale via, anche i primi giudici avrebbero tentato di rimediare all’istruttoria deficitaria posta in essere dall’Amministrazione mediante il richiamo a dati generici e indeterminati.

Nella specie, invero, nessuna rilevanza avrebbe potuto essere ascritta ai presupposti istruttori e alle supposte fonti scientifiche su cui in concreto si regge l’ordinanza impugnata (richiamati anche nelle motivazioni delle sentenze), ovvero: a) i dati sul fenomeno della ludopatia forniti dal Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio ed il relativo aggiornamento; b) i dati relativi alla diffusione sul territorio delle sale da gioco autorizzate ex artt. 86 e 88 TULPS.

Nonostante le sentenze di primo grado si sforzino, con autonomo giudizio di disvalore nei confronti del gioco lecito, di affermare la sussistenza di “un’attenta istruttoria da parte dell’Amministrazione capitolina”, i dati acquisiti sarebbero del tutto indeterminati, oltre che non riferiti, in modo certo, allo specifico ambito territoriale di competenza, né regionale né, tantomeno, comunale. Allo stesso modo, anche lo studio “Dipendenze comportamentali/gioco d’azzardo patologico” curato dal Ministero della Salute fa esplicito riferimento alle lotterie istantanee e non a SLOT e VLT.

8.5. Dal mero richiamo ai dati statistici sull’aumento del fenomeno del GAP ed a quelli inerenti all’ammontare della raccolta di gioco (questi ultimi, peraltro, neppure riportati nell’ordinanza impugnata), in assenza di una compiuta indagine sulla concreta realtà sociale del territorio interessato, non sarebbe dato dunque inferire una maggiore pericolosità degli apparecchi di intrattenimento di cui all’art. 110, comma 6, T.U.L.P.S. rispetto alle altre tipologie di gioco, né l’esistenza di una diretta correlazione tra la particolare offerta di gioco in questione e la lesione alla salute e, tanto meno, l’oggettiva utilità delle controverse limitazioni orarie.

I dati acquisiti dal Dipartimento di Epidemiologia della Regione (ove si fa riferimento a 323 casi di ludopatia trattati a Roma, 613 nella Regione Lazio) non rivelerebbero, ad avviso delle società appellanti, alcun fenomeno emergenziale, rappresentando circa lo 0,01% della popolazione residente nel Comune.

Di fatto poi i dati genericamente indicati non avrebbero alcuna finalità istruttoria in quanto essi non conterrebbero alcuno specifico riferimento al territorio capitolino né tantomeno agli apparecchi da gioco lecito di cui all’art. 110, comma 6 T.U.L.P.Si: sicché non sarebbe dato indurre dove i non meglio identificati giocatori “patologici” risiedano o dimorino abitualmente, né sarebbe dato sapere se gli stessi soggetti abbiano contratto la c.d. “ludopatia” attraverso l’utilizzo di detti apparecchi ovvero, piuttosto, mediante l’utilizzo di altri prodotti e servizi di gioco (su “rete fisica” o “a distanza”), che non formano oggetto, a differenza dei primi, di alcuna limitazione oraria.

Parimenti fuorviante si rivelerebbe anche il riferimento al numero delle SCIA/comunicazioni di installazione, produzione, importazione e gestione anche indiretta autorizzate ex art. 86, comma 3, atteso che queste sono rilasciate a gestori che esercitano la propria attività (di importazione, gestione e produzione di apparecchi) anche al di fuori del territorio comunale.

8.6. Non sarebbe, poi, sufficiente a legittimare le misure approntate l’apodittico richiamo operato alla “diffusione del fenomeno della ludopatia in ampie fasce della popolazione” alla stregua di “fatto notorio” o “nozione di comune esperienza”, in assenza di approfondite indagini scientifiche a riscontro di tali asserzioni: tanto più che il fatto notorio deve essere inteso in senso rigoroso e acquisito alla conoscenza della collettività con un incontestabile grado di certezza.

Del resto, se è certamente “notorio” che il “gioco d’azzardo patologico” (“G.A.P.”) può considerarsi una patologia (sociale o sanitaria) non sarebbe invece affatto “notorio”, né tantomeno rientrerebbe nella “comune esperienza” che il fenomeno della ludopatia sia diffuso nell’ambito dell’intero territorio di Roma Capitale; così come non costituirebbe fatto “notorio” o di “comune esperienza” che la rigida e indifferenziata disciplina degli orari al funzionamento degli apparecchi approntata dall’Autorità sindacale rappresenti un rimedio adeguato e proporzionato al suo contenimento.

8.7. Con le censure articolate nel terzo motivo di gravame, le appellanti si dolgono che i primi giudici non abbiano rilevato la violazione del principio di proporzionalità nelle misure restrittive adottate dall’ordinanza ed abbiano altresì considerato come “fatto notorio” la circostanza che i casi patologici di dipendenza dal gioco che emergono costituiscono solo una minima parte di quelli effettivi, poiché la maggior parte delle volte essi restano sottaciuti, finanche alla cerchia più stretta dei parenti ed amici “non risultando perciò contabilizzati, né contabilizzabili”.

8.8. Per le appellanti, si tratterebbe di assunti indimostrati, fondati su una aprioristica e tautologica esaltazione della gravità e della diffusione del GAP e dell’accrescimento del rischio della sua diffusione determinata da un’incontrollata possibilità di accesso al gioco: tali affermazioni sconfinerebbero poi in valutazioni di merito, precluse in un giudizio sulla legittimità del provvedimento impugnato e sulla congruità e ragionevolezza delle sue motivazioni.

8.9. L’ordinanza sindacale impugnata risulterebbe così del tutto incentrata a suffragare l’idoneità delle misure restrittive adottate rispetto all’obiettivo della prevenzione del GAP, senza ricercare un equilibrato bilanciamento dei contrapposti interessi in gioco, e, in particolare, con l’interesse del settore imprenditoriale colpito dalle restrizioni orarie.

L’assoluto difetto di indagine circa il pregiudizio economico subito dagli operatori del settore e la completa mancanza di una qualche considerazione degli interessi contrapposti e di un loro ragionevole contemperamento non consentirebbero così di valutare la proporzionalità delle misure restrittive in questione.

Inoltre, le sentenze appellate non avrebbero colto esattamente la censura di disparità di trattamento sollevata nel terzo motivo di ricorso: con essa si lamentava, in particolare, l’irrazionalità dell’ordinanza sindacale che, nel disporre drastiche limitazioni orarie a carico di tutti gli apparecchi, ovunque collocati, non avrebbe in alcun valutato il differente impatto economico derivante dalle restrizioni in parola alle sale giochi autorizzate ai sensi dell’art. 88 T.U.L.P.S., aventi ad oggetto esclusivo o principale le attività di gioco con vincita in denaro, destinate alla totale inattività per 14 ore, rispetto alle altre sale da gioco o esercizi generalisti in cui tali attività sono non esclusive o meramente accessorie, tutte autorizzate ai sensi dell’art. 86 del medesimo Testo unico ed invece accessibili ai minori.

Le appellanti contestano le motivazioni di rigetto delle sentenze di primo grado, rese sull’assunto che “l’uniformità degli orari per il funzionamento degli apparecchi per tutte le tipologie di esercizi che possano prevederli appare ragionevolmente giustificata dall’intento di prevenire la trasmigrazione degli utenti dall’una all’altra tipologia di esercizi, fenomeno che verosimilmente si verificherebbe invece in caso di diversificazione di orari”.

Contrariamente a quanto sostenuto dai primi giudici, una simile indiscriminata equiparazione si rivelerebbe manifestamente irragionevole e sproporzionata, oltre che in contrasto con l’orientamento della giurisprudenza amministrativa secondo cui sarebbe viziata da illogicità una disciplina restrittiva degli orari che accomuni le autorizzazioni ex artt. 86 o 88 T.U.L.P.S., caratterizzate da evidenti differenziazioni proprio sotto il profilo dell’accessibilità ai minori, decisamente più agevole nel caso di apparecchi presenti in esercizi commerciali non specificamente destinati al gioco.

9. Il motivo, ampiamente articolato, è tuttavia infondato.

9.1. Ribadito, invero, che l’intesa raggiunta in sede di Conferenza Unificata Stato – Regioni – Comuni non ha efficacia cogente e che, come già affermato in giurisprudenza in casi analoghi (Cons. Stato, sez. V, 5 giugno 2018, n. 3382), alla luce dei suoi contenuti “è corretto affermare che principio generale della materia è la previsione di limitazioni orarie come strumento di lotta al fenomeno della ludopatia”, va condivisa la sentenza di primo grado per aver escluso il vizio di istruttoria lamentato dalla ricorrente.

9.2. L’analisi dell’ordinanza sindacale n. 111 del 2018, che ha dato luogo alla presente controversia, dimostra con una dettagliata motivazione che l’istruttoria è stata del tutto completa.

Si inizia con il richiamare, nelle premesse, gli studi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che hanno portato alla definizione della ludopatia come “patologia che caratterizza i soggetti affetti da sindrome da gioco con vincita in denaro”; si cita poi l’edizione di maggio 2013 del DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, noto anche con la sigla DSM derivante dall’originario titolo dell’edizione statunitense Diagnostic and Statistica) Manual of Mental Disorders), in cui il gioco d’azzardo è stato inquadrato nella categoria delle cosiddette “dipendenze comportamentali’”; si richiama altresì la sentenza della Corte Costituzionale n. 300/2011, nella quale si precisa che le norme che stabiliscono e contingentano il gioco d’azzardo sono finalizzate a tutelare i soggetti ritenuti maggiormente vulnerabili, o per la giovane età o perché bisognosi di cure di tipo sanitario o socio-assistenziale, nonché a prevenire forme di gioco “compulsivo” ed evitare possibili effetti pregiudizievoli per il contesto urbano, la viabilità e la quiete pubblica.

Quindi l’Amministrazione comunale dà atto dei riscontri nella giurisprudenza amministrativa, in particolare di vari precedenti di questa Sezione, ormai costante nell’affermare, in materia di regolamentazione di orario di aperture di sale giochi, che “la circostanza che il regime di liberalizzazione degli orari sia applicabile indistintamente agli esercizi commerciali e a quelli di somministrazione non preclude all’Amministrazione comunale la possibilità di esercitare il proprio potere di inibizione delle attività per comprovate esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, oltre che del diritto dei terzi al rispetto della quiete pubblica, in caso di accertata lesione di interessi pubblici quali quelli in tema di sicurezza, libertà, dignità umana, utilità sociale, salute” (così, Consiglio di Stato, sez. V, ord. 26 agosto 2014, n. 3845).

9.3. L’ordinanza sindacale prende poi atto della già citata Intesa della Conferenza Unificata n.103/U del 7 settembre 2017 tra Governo, Regioni e Enti locali sul documento che prevede una progressiva riduzione del numero di apparecchi e di sale giochi autorizzabili, confermando e ampliando, inoltre, la possibilità per gli Enti locali di adottare limitazioni di orario di utilizzo dei giochi e stabilendo, peraltro, che la distribuzione oraria delle fasce di interruzione del gioco nell’arco della giornata sia definita, d’intesa con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, anche ai fini del futuro monitoraggio telematico del rispetto dei limiti così definiti.

Quindi si richiamano le risultanze di cui alla citata nota Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio circa i dati tratti dal Sistema Informativo Regionale Dipendenze del Lazio presso i Ser.D (Servizi pubblici per le Dipendenze) delle ASL del Lazio relativi a persone in trattamento per problematiche relative al gioco d’azzardo patologico, ed inoltre la nota del 1° giugno 2018, inerente i dati riferiti ai primi mesi del 2018 (che confermano la tendenza ad un aumento dei soggetti che richiedono interventi socio-sanitari per problemi legati al disturbo da gioco d’azzardo nel periodo compreso tra gennaio e maggio 2018), oltre a fonti scientifiche, fra le quali viene segnalato lo studio “Dipendenze Comportamentali/gioco d’azzardo patologico: progetto sperimentale nazionale di sorveglianza e coordinamento/monitoraggio degli interventi’ curato dal Ministero della Salute.

9.4. È dunque pienamente dimostrato che l’istruttoria svolta dall’Amministrazione appellata è stata ampia e del tutto esauriente sui rischi derivanti alla salute psichica dei consociati dalla diffusione della ludopatia e sulla correlazione esistente tra fenomeni di dipendenza e l’incontrollata possibilità di accesso al gioco: di ciò il giudice di prime cure ha preso correttamente atto, bene ritenendo, senza sconfinamenti nel merito, che la tutela del benessere e della salute della cittadinanza risulta comunque prevalente rispetto agli interessi economici degli imprenditori di settore, alla luce dei dati acquisiti sulla diffusione dei fenomeni di dipendenza e sui pregiudizi che essa determina sulla vita dei cittadini, con riflessi negativi a carico del servizio sanitario e i servizi sociali, chiamati a contrastare patologie e situazioni di disagio connesse alle ludopatie.

9.5. Come già statuito dalla Sezione in analoghe fattispecie (cfr. per tutte Cons. Stato, V, n. 4496 del 2020 cit.), la documentazione acquisita da Roma Capitale dimostrava, infatti, in maniera inequivocabile un aumento del numero di pazienti affetti da GAP trattati nel territorio comunale (e regionale) nel corso degli anni (dal 2012 al 2017), e se è vero che, in termini assoluti, non si trattava di numeri elevati, il dato allarmante consisteva proprio nell’aumento progressivo ed ininterrotto. Per convincersene è sufficiente richiamare i dati contenuti nella citata nota del 1°giugno 2018 (prot. n. QH/31769) elaborata dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario regionale della Regione Lazio ove al numero di 82 pazienti trattati nel 2012 (165 nella Regione Lazio) corrisponde il numero di 323 del 2017 (613 nell’intera Regione).

9.6. In detta situazione l’aumento del numero di esercizi presso i quali risultano collocati gli apparecchi di intrattenimento, come pure l’aumento della raccolta monetaria, non può essere considerato, come assunto dalle appellanti, un dato ininfluente; esso, invece, dà conto dell’aumento dell’offerta, evidentemente indotta dall’aumento del numero dei giocatori e fa ragionevolmente presumere anche l’aumento tra questi di persone affette da GAP.

9.7. Né, infine, meritano critiche le sentenze appellate per aver riportato una considerazione che sfugge, per se stessa, ad ogni rilevamento statistico, vale a dire l’esistenza di un numero di persone affette da GAP di gran lunga superiore a quello riportato nelle statistiche elaborate da fonti ufficiali per la naturale ritrosia di coloro che versano in tale situazione a manifestare il problema e a ricorrere ai servizi sanitari (o sociali) per aiuto.

In conclusione sul punto, il trend in crescita, non contestato, costituisce un dato correttamente acquisito in sede istruttoria, che vale a sorreggere la decisione di Roma Capitale di un intervento in via precauzionale per arrestare la diffusione del fenomeno della ludopatia; il numero di ore di spegnimento degli apparecchi da intrattenimento rileva sul piano della proporzionalità della misura, essendo irrilevante, per quanto spiegato in precedenza, che esso sia superiore a quello previsto dall’Intesa raggiunta in Conferenza Unificata.

9.8. La giurisprudenza amministrativa si è occupata in numerose pronunce dell’eventuale contrasto della limitazione oraria del funzionamento degli apparecchi di intrattenimento e di svago con il principio di proporzionalità, esaminando misure che, proprio come quella di Roma Capitale, prevedevano lo spegnimento degli apparecchi per otto ore giornaliere (Cons. Stato, sez. V, 8 agosto 2018, n. 4867; Id., sez. V,, 13 giugno 2016, n. 2519; Id., sez. V, 22 ottobre 2015, n. 4861; Id., sez. V, 20 ottobre 2015, n. 4794; Id., sez. V, 30 giugno 2014, n. 3271).

Precisato che il principio di proporzionalità impone all’amministrazione di adottare un provvedimento non eccedente quanto è opportuno e necessario per conseguire lo scopo prefissato (ex multis, Cons. Stato, sez. V, 20 febbraio 2017, n. 746; Id., sez. V, 23 dicembre 2016, n. 5443; Id., sez. IV, 22 giugno 2016, n. 2753; Id., sez. IV, 3 novembre 2015, n. 4999; Id., sez. IV 26 febbraio 2015, n. 964), e che, definito lo scopo avuto di mira, esso è rispettato se la scelta concreta dell’amministrazione è in potenza capace di conseguire l’obiettivo (idoneità del mezzo) e rappresenta il minor sacrificio possibile per gli interessi privati attinti (stretta necessità), tale, comunque, da poter essere sostenuto dal destinatario (adeguatezza), si è ritenuto:

– che la limitazione oraria fosse proporzionata, in primo luogo, poiché in potenza capace di conseguire l’obiettivo: mediante la riduzione degli orari è ridotta l’offerta di gioco (Cons. Stato, sez. V, 5 giugno 2018, n. 3382);

– che l’argomento secondo cui l’amministrazione non abbia tenuto conto di altre forme di gioco verso le quali i soggetti affetti da ludopatia si indirizzerebbero prova troppo poiché dimostra che comunque è opportuno limitare già una delle possibili forme di gioco (le slot machines, appunto) se altre ve ne sono a disposizione;

– che la limitazione oraria di otto ore comporta il minor sacrificio possibile per l’interesse dei privati gestori delle sale da gioco in relazione all’interesse pubblico perseguito: resta consentita l’apertura al pubblico dell’esercizio, che potrà, dunque, continuare a svolgere la sua funzione ricreativa (con eventuale vendita di alimenti, snack, bevande), mentre sono limitati i tempi di funzionamento degli apparecchi per la comprensibile ragione di indurre i soggetti maggiormente a rischio ad indirizzare l’inizio della giornata verso altri interessi, lavorativi, culturali, di attività fisica, distogliendo l’attenzione dal gioco;

– che si tratta, infine, di misura adeguata perché, pur comportando certamente una riduzione dei ricavi, e, in questo senso, un costo per i privati, può essere efficacemente sostenuta mediante una diversa organizzazione dell’attività di impresa.

9.9. È solo da aggiungere che, riguardo al dedotto omesso bilanciamento fra gli interessi coinvolti, “la Sezione ha osservato come le Amministrazioni con l’adozione di ordinanze analoghe a quella qui in esame, abbiano realizzato un ragionevole contemperamento degli interessi economici degli imprenditori del settore con l’interesse pubblico a prevenire e contrastare i fenomeni di patologia sociale connessi al gioco compulsivo, non essendo revocabile in dubbio che un’illimitata o incontrollata possibilità di accesso al gioco accresca il rischio di diffusione di fenomeni di dipendenza, con conseguenze pregiudizievoli sia sulla vita personale e familiare dei cittadini, che a carico del servizio sanitario e dei servizi sociali, chiamati a contrastare patologie e situazioni di disagio connesse alle ludopatie” (Cons. Stato, sez. V, 8 agosto 2018, n. 4867) e che, anche alla luce delle decisioni della Corte di giustizia dell’Unione Europea nel settore dell’esercizio dell’attività imprenditoriale del gioco lecito, le esigenze di tutela della salute vengono ritenute del tutto prevalenti rispetto a quelle economiche (cfr. Cons. Stato, sez. V, 8 agosto 2018, n. 4867; Id., sez. V, 6 settembre 2018, n. 5237; Id., sez. VI, 11 marzo 2019, n. 1618), come già statuito dalla giurisprudenza precedente, che aveva posto in rilievo che il Trattato CE “fa salve eventuali restrizioni imposte dai singoli Stati membri giustificate, tra l’altro, anche da motivi di tutela della salute pubblica e della vita delle persone; nel territorio di uno stato membro sono ammissibili restrizioni che vadano sino al divieto delle lotterie e di altri giochi a pagamento con vincite in denaro, trattandosi di un divieto pienamente giustificato da superiori finalità di interesse generale” (Cons. Stato, sez. V, 23 ottobre 2014, n. 5251; Id., sez. VI, 20 maggio 2014, n. 2542).

10. Con il quarto motivo le sentenze appellate sono censurate per violazione e falsa applicazione dell’art. 8-bis, l. 689/1991 e degli artt. 9 e 10 TULPS, nonché per incompetenza, sviamento di potere e/o eccesso di potere ed illogicità manifesta.

Con tale motivo di gravame, le appellanti tornano a lamentare, in relazione alla appendice sanzionatoria del provvedimento impugnato, violazione del principio di legalità: soltanto una norma di legge (statale o regionale), e non certo un atto proveniente da un organo amministrativo (Sindaco di Roma Capitale), avrebbe potuto individuare ed enucleare le potestà amministrative sanzionatorie in funzione di prevenzione e contrasto al fenomeno della c.d. “ludopatia”.

10.1. Le sentenze appellate hanno ritenuto infondato le doglianze in applicazione dell’orientamento espresso dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 1933 del 2018, secondo cui a fronte del potere del Sindaco di disciplinare l’orario di apertura delle sale da gioco e di funzionamento degli apparecchi con vincite in danaro “deve…affermarsi la sussistenza anche di un corrispondente potere sanzionatorio, che sia effettivo e dunque non meramente simbolico o sproporzionato, in modo da garantire l’effettività della stessa disciplina sindacale”.

Le appellanti sostengono che tale assunto sarebbe criticabile in quanto competente ad irrogare la sospensione dell’attività di gioco, a fronte della mancata osservanza delle prescrizioni imposte nel pubblico interesse e nel caso di abuso della persona autorizzata, e a garantirne l’osservanza sarebbe soltanto il Questore (ai sensi degli artt. 9 e 10 del T.U.L.P.S.), mentre al Sindaco è consentito irrogare solo sanzioni pecuniarie per l’inosservanza dei regolamenti comunali.

10.2. Quanto alla recidiva, riconosciuta dall’ordinanza anche in caso di pagamento in misura ridotta della sanzione, se ne ribadisce il contrasto con la previsione di cui all’art. 16 l. 689 del 1981.

10.3. Il motivo è infondato.

10.4. Il Collegio ritiene (cfr., sul punto, ancora, Cons. Stato, sez. V, 13 luglio 2020, n. 4496), che gli argomenti addotti dalle appellanti non inducano ad un ripensamento della legittimità della sanzione di sospensione del funzionamento di tutti gli apparecchi di intrattenimento e svago collocati nel locale (o nel punto di vendita di gioco) irrogabile dal Sindaco in caso di reiterata inosservanza degli orari di funzionamento disposti nell’ordinanza, come affermato da questa Sezione nella sentenza 28 marzo 2018, n. 1933.

10.5. Nella richiamata sentenza, infatti, si precisa che con il passaggio dall’autorità di pubblica sicurezza ai Comuni delle funzioni di cui al T.U.L.P.S. per opera dell’art. 19, comma 1, del d.P.R. n. 616 del 1977 (Attuazione della delega di cui all’art. 1 della l. 22 luglio 1975, n. 382), tra le quali rientrano “la licenza per alberghi, compresi quelli diurni, locande, pensioni, trattorie, osterie, caffè ed altri esercizi in cui si vendono o consumano bevande non alcooliche, sale pubbliche per biliardi o per altri giuochi leciti, stabilimenti di bagni, esercizi di rimessa di autoveicoli o di vetture e simili di cui all’art. 86”, sono transitati nella competenza dei Comuni anche i poteri sanzionatori, utilizzabili in presenza di violazione delle discipline specifiche che attengono alla tutela degli interessi pubblici diversi da quello dell’ordine e della sicurezza pubblica (anche in ragione della dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 19 del d.P.R. n. 616 del 1977 con la sentenza della Corte costituzionale 24 marzo 1987, n. 77).

10.6. Tra le misure sanzionatorie l’art. 10 del T.U.L.P.S. prevede proprio la revoca o la sospensione dell’autorizzazione nel caso di abuso della persona autorizzata; l’abuso consisterebbe anche nella violazione delle disposizioni dirette a garantire il corretto esercizio dell’attività autorizzata, nel caso di specie, proprio, l’orario di funzionamento degli apparecchi di intrattenimento e svago.

10.7. Escluso, pertanto, che la misura sanzionatoria della sospensione del funzionamento degli apparecchi di intrattenimento sia riconducibile alle sanzioni amministrative previste dalla l. 689 del 1981 (trattandosi, invece, di potere rientrante nell’ambito del c.d. rapporto amministrativo instauratosi tra amministrazione comunale e privato autorizzato), l’ordinanza impugnata non può ritenersi viziata non solo con riferimento all’asserita violazione del principio di legalità, ma neanche per aver disciplinato la recidiva in maniera diversa rispetto a quanto previsto dalla richiamata normativa (art. 8 bis l. 689 del 1981), vale a dire ammettendola anche in caso di pagamento della sanzione in misura ridotta.

10.8. Né si può dire che sia ivi sancito un principio generale sulla determinazione della recidiva, considerato che disciplina identica a quella fissata dall’ordinanza impugnata si rinviene nella disposizione dell’art. 22 (Sanzioni e revoca) d.lgs. 31 marzo 1998, n. 114 (Riforma della disciplina relativa al commercio).

10.9. In conclusione, la sentenza di primo grado, che ha fatto proprio l’insegnamento della pronuncia del Consiglio di Stato citata nei suoi passaggi rilevanti, merita conferma.

11. Con il quinto motivo le appellanti assumono infine la violazione dell’art. 110, comma 6, del R.D. 18 giugno 1931, n. 773 e l’art. 1, del d.lgs. 14 aprile 1948, n. 496, deducendo altresì i vizi di sviamento di potere, illogicità, contraddittorietà ed ingiustizia manifesta.

11.1. In particolare, con tale mezzo si sostiene che il previsto obbligo di spegnimento degli apparecchi per il periodo di non funzionamento degli stessi, in uno alla correlata prescrizione di mantenerli, durante lo stesso periodo, “non accessibili”, possa contrastare con le prescrizioni a carico dei concessionari di rete nella convenzione di concessione (e nel capitolato tecnico) sottoscritta con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che impongono (pena la revoca della convenzione) il collegamento costante alla rete, stabilendo l’obbligo di rendere gli apparecchi sempre disponibili alla supervisione di Sogei, al fine di evitare manomissioni sugli apparecchi e sottrazioni di risorse erariali.

11.2. Da tali considerazioni deriverebbe secondo le appellanti la necessità della previa acquisizione in ambito procedimentale del relativo apporto dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, al fine di garantire l’emersione di tutti gli interessi coinvolti sì da attuarne una ponderata comparazione: solo per tale via sarebbe possibile contemperare le esigenze erariali, attribuite alla competenza esclusiva dello Stato, con le conseguenze sociali del gioco, che è materia affidata a più livelli di governo, ivi compresi gli Enti locali.

11.3. Il motivo è infondato.

11.4. Come già affermato dalla giurisprudenza (cfr. per tutte Cons. di Stato, V, 26 agosto 2020, n. 5226) è evidente che, per il principio di non contraddizione che governa l’ordinamento, non potrebbe qualificarsi inadempimento ad un obbligo convenzionale il rispetto di una prescrizione imposta da un’ordinanza comunale.

Occorrerà, dunque, por mano alla disciplina convenzionale al fine di rendere omogenee le previsioni, considerato che, come in precedenza chiarito, le prescrizioni contenute nell’ordinanza sono rivolte alla tutela di primari interessi pubblici.

11.5. L’inaccessibilità degli apparecchi da gioco durante il periodo di spegnimento, imposta dall’ordinanza sindacale, è poi volta a garantire unicamente l’effettiva sottrazione alla disponibilità della clientela nelle fasce di blocco orario stabilite, e non già a precludere i necessari controlli di sicurezza da parte degli organi preposti (dal che anche l’infondatezza dell’assunto con cui si lamenta il mancato coinvolgimento dell’Agenzia): del resto, come evidenziato dalla giurisprudenza in analoga fattispecie, anche in relazione a tale profilo, deve ritenersi che la tutela del bene della salute è del tutto prevalente rispetto ai rischi richiamati all’appellante, rischi sì esistenti, ma comunque ovviabili con i necessari apprestamenti.

12. In conclusione, gli appelli vanno respinti e le sentenze di primo grado integralmente confermate.

13. La peculiarità della vicenda e la parziale novità e complessità delle questioni trattate giustificano la compensazione delle spese tra tutte le parti in causa.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta), definitivamente pronunciando sugli appelli, come in epigrafe proposti, così dispone: 1) riunisce gli appelli; 2) li respinge.

Spese compensate”.