Il Tar Sicilia ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato da una società contro Comune di Messina, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Ministero dell’inteno-Questura Messina in cui si chiedeva l’annullamento dell’Ordinanza Sindacale avente ad oggetto “Orari di esercizio delle sale giochi autorizzate ai sensi dell’art.86 del T.U.L.P.S. e degli orari di funzionamento degli apparecchi con vincita in denaro installati negli esercizi autorizzati ex art. 86 e 88 T.U.L.P.S. R.D. 773/1931 e negli altri esercizi commerciali ove è consentita la loro installazione” nella parte in cui stabilisce gli orari di funzionamento degli apparecchi di intrattenimento e svago con vincita in denaro “…negli esercizi autorizzati ex art.88 del T.U.L.P.S. (agenzie di scommesse, sale bingo, sale VLT) dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 17.00 alle ore 22.00 di tutti i giorni, compresi i festivi. Gli apparecchi di cui sopra, nelle ore di sospensione del funzionamento, devono essere spenti tramite l’apposito interruttore elettrico di ogni singolo apparecchio ed essere mantenuti non accessibili”.

La (…) è una concessionaria di Stato, autorizzata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che ha in affidamento da anni la gestione del gioco del Bingo e l’intrattenimento con vincita in denaro a mezzo di appositi apparecchi. Tali apparecchi (Video Lottery Terminal e New Slot) sono autorizzati a funzionare col seguente orario: dal lunedì al giovedì dalle ore 11.00 alle ore 3.00, e dal venerdì alla domenica dalle ore 11.00 alle ore 4.00.

Il Comune di Messina, con l’ordinanza n. 393 del 28 settembre 2017, ha modificato l’orario di esercizio dei concessionari di Stato o autorizzati dal Ministero, ossia degli esercizi autorizzati ex art. 88 del T.U.L.P.S. (sale bingo e sale VLT), prescrivendo il più seguente più restrittivo orario: dalle ore 10.00 alle ore 13.00, e dalle ore 17.00 alle ore 22.00 di tutti i giorni, compresi i festivi.

Per il Tar: “Il ricorso è infondato, e pertanto va respinto.

1.- In relazione al primo motivo, deve escludersi ogni possibile effetto invalidante sull’ordinanza, derivante dal mancato coinvolgimento del soggetto ricorrente, trattandosi di atto generale, di natura pianificatoria e programmatoria, sottratto per espressa scelta normativa (v. art. 13 della L. 241/90), alle procedure che prevedono comunicazione ed intervento di soggetti portatori di interessi particolari.

2.- Sulle altre censure va premesso che – secondo diffusa e condivisibile giurisprudenza – “In forza della generale previsione dell’art. 50, comma 7, del d.lgs. n. 267 del 18 agosto 2000, il sindaco può disciplinare gli orari delle sale giochi e degli esercizi nei quali siano installate apparecchiature per il gioco d’azzardo” (Tar Cagliari 754/2018; Tar Salerno 1291/2018; Tar Roma 12320/2019: “Al Sindaco deve essere riconosciuto il potere di disciplinare gli orari delle sale da gioco, nonché l’orario di accensione e spegnimento degli apparecchi durante l’orario di apertura degli esercizi in cui gli stessi sono installati”). Deve anche premettersi che, anche secondo il Parlamento europeo, il gioco d’azzardo non è un’attività economica ordinaria, dati i suoi possibili effettivi negativi per la salute, e dati i suoi costi sociali, quali il gioco compulsivo (le cui conseguenze e i cui costi sono difficili da stimare), la criminalità organizzata, il riciclaggio di denaro e la manipolazione degli incontri sportivi.

Anche il Consiglio di Stato ha rilevato che dal “composito e complesso quadro giuridico emerge non solo e non tanto la legittimazione, ma l’esistenza di un vero e proprio obbligo a porre in essere da parte dell’amministrazione, nel caso di specie quella comunale, interventi limitativi nella regolamentazione delle attività di gioco, ispirati per un verso alla tutela della salute, che rischia di essere gravemente compromessa per i cittadini che siano giocatori e quindi clienti delle sale gioco, per altro verso al principio di precauzione, citato nell’art. 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), il cui scopo è garantire un alto livello di protezione dell’ambiente grazie a precise prese di posizione preventive in caso di rischio, ma il cui campo di applicazione è molto più vasto e si estende anche alla politica dei consumatori, alla legislazione europea sugli alimenti, alla salute umana, animale e vegetale.” (Cons. Stato, V, 4867/2018).

Infatti, deve ritenersi che nell’attuale momento storico la diffusione del fenomeno della ludopatia in ampie fasce della società civile costituisca un fatto notorio o, comunque, una nozione di fatto di comune esperienza, per quanto emerge dalle numerose iniziative di contrasto assunte dalle autorità pubbliche a livello europeo, nazionale e regionale (T.A.R. Piemonte, Sez. II, 11 luglio 2017, n. 829; Tar Catania, IV, 28 dicembre 2018 n. 2566)

In ordine alla consistenza del fenomeno, ed alla sua insidiosità sociale, appare al Collegio utile richiamare anche il cd. Decreto Balduzzi, che costituisce la conferma “normativa” della riconosciuta esigenza di contenere gli effetti socialmente negativi di un fenomeno ormai pericolosamente diffuso.

Sullo specifico della censura in esame, è sufficiente richiamare la recente decisione del Consiglio di Stato (V, 4867/2018), secondo la quale “Non può invero sottacersi la innegabile notorietà del fenomeno della diffusione della ludopatia (…), anche in mancanza di più specifici dati statistici epidemiologici relativi alle singole parti del territorio nazionale, tenuto anche conto del fatto che, come già rilevato dalla Sezione nell’ambito dei precedenti sopra citati, molti dei soggetti coinvolti o ancora non si sono rivolti ai presidi sanitari ovvero neppure sono consapevoli della loro patologia.”

Sotto altro dedotto profilo, va ricordato che la libertà di iniziativa economica non è assoluta, non potendo essa svolgersi – per preciso precetto costituzionale – in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (art. 41 Cost.). Sicchè, l’apertura in concreto consentita con l’ordinanza impugnata risulta proporzionata rispetto agli obiettivi perseguiti (prevenzione, contrasto e riduzione del gioco d’azzardo patologico), in quanto realizza un ragionevole contemperamento degli interessi economici degli imprenditori del settore con l’interesse pubblico perseguito, sintetizzabile nell’esigenza di ridurre il rischio di dipendenza patologica derivante dalla frequentazione di sale da gioco o scommessa e dall’utilizzo di apparecchiature per il gioco.

In ordine all’ultimo motivo, deve osservarsi che: per quanto attiene alla ragionevolezza e proporzionalità della misura adottata dal Comune, è opportuno richiamare le recenti considerazioni del Consiglio di Stato, secondo le quali:

– “l’adozione di ordinanze analoghe a quella qui in esame, abbiano realizzato un ragionevole contemperamento degli interessi economici degli imprenditori del settore con l’interesse pubblico a prevenire e contrastare i fenomeni di patologia sociale connessi al gioco compulsivo, non essendo revocabile in dubbio che un’illimitata o incontrollata possibilità di accesso al gioco accresca il rischio di diffusione di fenomeni di dipendenza, con conseguenze pregiudizievoli sia sulla vita personale e familiare dei cittadini, che a carico del servizio sanitario e dei servizi sociali, chiamati a contrastare patologie e situazioni di disagio connesse alle ludopatie.” (sez. V, 4867/2018);

– “Il contenimento dell’orario di apertura di una sala giochi entro il limite di 8 ore giornaliere, effettuato anche con apposite ordinanze del Sindaco del luogo è rispettoso in concreto del principio di proporzionalità, in funzione del quale i diritti e le libertà dei cittadini possono essere limitati solo nella misura in cui ciò risulti indispensabile per proteggere gli interessi pubblici, e per il tempo necessario e commisurato al raggiungimento dello scopo prefissato dalla legge.” (sez. III^, 4509/2019).

Con riguardo alla medesima realtà territoriale oggi in esame, questa Sezione ha già osservato che “una tutela a macchia di leopardo nei confronti della ludopatia, legata alla maggiore o minor sensibilità nei confronti di questo problema da parte dei Sindaci dei diversi comuni d’Italia, è una mera circostanza di fatto inidonea a determinare la illegittimità di misure diverse adottate in contesti territoriali differenti. La tesi di parte ricorrente secondo cui “il provvedimento sindacale adottato appare dunque inutilmente restrittivo, in quanto sostanzialmente inefficace” non persuade, in quanto esso conserva invece la propria massima efficacia all’interno del territorio di Messina – quali che siano i rapporti con le altre contigue realtà territoriali” (Tar Catania, IV, 2566/2018).

In conclusione, il ricorso risulta infondato e va respinto.

Devono anche essere estromesse dal giudizio le amministrazioni ed agenzie statali evocate, in quanto prive di legittimazione passiva in relazione alla presente controversia.

Le spese processuali seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta.

Dichiara prive di legittimazione passiva le amministrazioni ed agenzie statali evocate.

Condanna la ricorrente al rimborso delle spese processuali in favore di tutte le parti costituite, liquidate in euro 3.305,00 a favore di ciascuna di esse”.