Dimenticati dai ristori, esclusi dai sostegni economici. Anche se raccolgono, solo a Torino, quasi un miliardo di euro l’anno, tra puntate sportive e Superenalotto; e restituiscono ai giocatori circa 730 milioni di vincite e all’Erario 121 milioni di entrate tributarie. «Ci considerano brutti, sporchi e cattivi ma anche noi siamo imprese, come tutte le altre» spiega Juri Vespa in una intervista rilasciata a Christian Benna de Il Corriere della Sera, una vita con il bollettino in mano, prima con il Totocalcio nella ricevitoria di papà al caffè Santa Rita e oggi con un’agenzia tutta sua. «Se non riapriamo e nemmeno ci aiutano rischiamo di chiudere per sempre. In questo caso non vince nessuno ma ci perdiamo tutti».

Lo Stato non sembra disposto a scommettere più di tanto sul futuro delle agenzie di sommesse. «Ad oggi ho ricevuto 6.500 euro di ristori, relativi al primo lockdown. La mia agenzia impiega 9 dipendenti. E vorrei aprirne un’altra, in via Arnaldo da Brescia, assumendo altre persone. Non si capisce perché le nostre agenzie non siano incluse dei ristori nazionali e regionali. Tanto più che il sistema scommesse in Italia fa incassare allo Stato più di 15 miliardi di euro l’anno con il 20% di tasse sulla raccolta». Ma è questione di codici Ateco: il governo prevede ristori per le sale bingo e lotterie e la gestione di apparecchi quindi (le sale slot) per vincite di denaro. Il codice 99001 non è previsto. «Le agenzie di scommesse restano fuori. Ed è un abbaglio. Solo in Piemonte diamo all’Erario quasi un miliardo di euro», spiega Vespa. Brutti, sporchi e cattivi. E ultimi della classe. Gli imprenditori piemontesi delle scommesse come Juri Vespa si sentono un po’ così nei giorni dell’Italia a colori, «se passiamo al bianco forse si riapre», si decide chi e come può tenere le serrande alzate, «ma io devo dare risposte ai miei dipendenti già oggi». Solo a Torino ci sono più 50 agenzie di scommesse, e ci lavorano circa 400-500 persone

«Mio padre ha iniziato a Santa Rita negli anni cinquanta. Era il mondo del Totocalcio, la gente si accalcava per comprare la schedina, era un rituale. Mio papà si inventava modelli matematici e ha regalato belle soddisfazioni ai clienti. Era un’altra Italia, un po’ meno moralista ma che credeva nel futuro. E perché no anche in una bella vincita al Lotto o al Totocalcio». Il gioco è finito da tempo nel mirino delle istituzioni per contrastare la ludopatia. La lotta alle slot ne ha ridotto il campo di attività. In Piemonte la raccolta del gioco d’azzardo rimane sostanziosa, oltre sei miliardi di euro l’anno. E continua a crescere, nonostante tutto, rilanciata dall’online. «Si tratta di attività legali che hanno che vedere più con la socialità che con il gioco». «Le persone vengono da noi per guardare le partite delle coppe e del campionato e le corse di cavalli. e scommettono qualche euro. Ci vuole competenza e un pizzico fortuna». Secondo Juri Vespa tutto quel mondo che ruota attorno alla fortuna in modo legale rischia di finire in ben altri mani. «Non si capisce che l’alternativa alle nostre agenzie di scommesse è l’illegalità. Questo sì che è un rischio».