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(Jamma) – La Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, con recentissima sentenza n. 43244 depositata il 13 ottobre scorso, si è pronunciata ancora una volta sulla tematica dell’intermediazione non consentita per conto di operatori esteri non titolari di concessione in Italia. Sul punto, preme rilevare che a fronte dei risultati in termini di imposta unica recuperata in ragione della regolarizzazione fiscale per emersione dei centri raccoglienti scommesse in assenza dei titoli abilitativi (riferiti dal Sottosegretario Baretta in sede di risposta all’interrogazione del senatore Vacciano), il fenomeno dei c.d. Centri Trasmissione/Elaborazione Dati, almeno dal punto di vista giuridico, non risulta aver trovato uno sbocco risolutivo, con la conseguenza di meritare ancora un’opportuna attenzione. Nella sentenza in commento, la Corte respinge pressoché in toto i motivi di ricorso della difesa del gestore di un centro collegato ad un operatore transfrontaliero avverso la sentenza della Corte d’Appello di Lecce, confermativa della condanna inflitta in primo grado, per fatti di reato risalenti all’anno 2009. Rilevata più volte l’infondatezza dei motivi di ricorso tesi a provocare un inammissibile nuovo accertamento fattuale, il Supremo Consesso si sofferma sulle singole doglianze per evidenziarne inconsistenza e contraddittorietà, senza, peraltro, trattare il noto profilo del carattere discriminatorio (o meno) del sistema concessorio italiano alla luce delle sentenze della CGUE, già più volte affrontato in precedenti pronunce che hanno disapplicato la norma penale in oggetto e da ultimo rimesso al Giudice di merito (Tribunale di Frosinone), con recentissima sentenza n. 43955, depositata il 18 ottobre us, in applicazione della nota sentenza sul caso Laezza del 28/01/16, circa la valutazione sulla concreta natura discriminatoria dell’art. 25 dello schema di convenzione di cui al cd Bando di Gara Monti, con riguardo alla posizione di un centro collegato all’operatore anglo-maltese Stanleybet. Venendo alla sentenza in commento, appare degno di nota, anche per il rilievo riguardo al differente fenomeno dell’intermediazione per conto di concessionari ADM (autorizzati alla raccolta a distanza dei giochi e delle scommesse), il passaggio motivazionale con il quale viene respinta la linea difensiva tesa a configurare il centro (denominato c.e.d.) quale mero “promoter” del bookmaker estero, in sostanza quale “punto di commercializzazione” collegato a detto operatore al solo fine di promuovere i giochi a distanza dallo stesso offerti agli scommettitori italiani. A tal proposito, la difesa sosteneva che non vi sarebbe, nel caso di specie, alcuna concreta prova sul fatto che le eventuali vincite fossero corrisposte in contante dal gestore ricorrente e non, invece, tramite accredito sul conto gioco dell’utente, regolarmente registrato. Assumeva, quindi, che non vi sarebbe stata una vera e propria organizzazione, bensì un’attività consistente nella messa a disposizione degli utenti di “un terminale in forza di contratto commerciale” stipulato con l’allibratore estero. Nel caso specifico, la Corte di Cassazione, a differenza dell’orientamento formatosi in ordine alla intermediazione per conto di concessionari dei Giochi a distanza (GAD), precisa che è sufficiente fornire anche un mero supporto tecnico all’attività dell’allibratore per integrare il reato contestato al ricorrente (art. 4 co. 4 bis L. 401/89) (cfr., in particolare, la già citata Cass. Sez. III, 16 aprile 2016 n. 41773). Altro profilo di interesse, affrontato nella sentenza in commento, è quello afferente la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato che, a detta della difesa, nel caso di specie mancherebbe, giacché per gli stessi fatti, altri imputati sarebbero stati assolti, dopo le pronunce della Corte di Giustizia Europea. Il ricorrente avrebbe, quindi, agito in presenza di fattori esterni e oggettivi che l’avrebbero indotto a ritenere tale attività legittima e, comunque, in una situazione di oscurità della norma e incertezze giurisprudenziali tali da configurare una ignoranza scusabile sulla legge penale. La Corte, dopo aver ribadito l’inammissibile accertamento di fatto richiesto al giudice di legittimità, rileva, in particolare, sul punto, richiamando la sentenza gravata, che l’imputato era stato oggetto di ben due analoghi controlli, nell’ottobre del 2008, guardandosi bene dal mettersi in regola con la normativa vigente, che era dunque quam minime da quel momento, non più oscura e scarsamente interpretabile. Alcun rilievo rispetto alla configurabilità del reato riveste, a mente della Corte, la circostanza che la Questura di Lecce avesse ritenuto inammissibile l’istanza di rilascio della licenza di ps ex art. 88 Tulps per l’attività di CED. Infine, è da evidenziare la parte motiva della sentenza con la quale viene confermata l’esclusione dell’applicabilità, nel caso in oggetto, della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p., per la particolare tenuità dell’offesa, parametrata con la modalità della condotta e l’esiguità del danno o del pericolo. La difesa lamentava l’erronea esclusione, da parte del giudice di appello, di detta causa di non punibilità, sulla scorta del carattere permanente del reato. La Corte, richiamando quanto affermato dallo stesso giudice di secondo grado, rileva che la permanenza del reato è stato escluso sia assolutamente incompatibile con l’applicabilità dell’art. 131 bis, occorrendo in tal caso una valutazione alla luce dell’ “indice criterio” della particolare tenuità, nel senso che questa sarà tanto più difficilmente sussistente quanto più tardi la permanenza sarà cessata (cfr. Cass. Sez. III, 8/10/15 n. 47039 e n. 50215). Correttamente il giudice di appello, espletando il suo accertamento fattuale, ha escluso la tenuità del fatto, rilevando (come rilevato in precedenza) che v’è prova in atti che gli appellanti fossero già stati oggetto di ben due analoghi controlli, nell’ottobre 2008, guardandosi bene dal mettersi in regola con la normativa vigente che era dunque, da quel momento, non più oscura e scarsamente interpretabile. La Corte, quindi, conclusivamente, accoglie solo il motivo di ricorso fondato sulla omessa decisione in ordine alla concessione o meno del beneficio di legge della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale ex art. 175 c.p., confermando per il resto la sentenza appellata, con condanna del ricorrente alle spese di lite.
di Andrea Strata

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