Dal 26 aprile sono state riaperte alcune attività, il coprifuoco è rimasto alle 22, ed è stata comunicata una road map con ripartenze graduali fino a luglio per la maggior parte delle imprese.

Il decreto legge dell’Esecutivo Draghi non ha modificato le linee essenziali dei precedenti interventi del Governo Conte anche se resta aperta la possibilità di un ‘tagliando’ a metà maggio per allentare le misure nel caso che i contagi si riducano ulteriormente.

Sappiamo che il 15 giugno ripartiranno le fiere, dal primo luglio i congressi e i parchi tematici, i ragazzi sono tornati in classe ma per la raccolta dei giochi in presenza è tutto rimandato a dopo il 31 luglio. Non è stata nemmeno fissata una previsione per la data di riapertura.

A tener vive le speranze degli imprenditori di settore le dichiarazioni del Sottosegretario Claudio Durigon che promette di riaprire il 2 giugno. Una data che è accreditata, però, solo dalle promesse del Sottosegretario, non è scritta in alcun documento ufficiale.

Di ristori e sostegni meglio non parlare. Alle aziende di gioco è arrivato pochissimo o nulla. Molti imprenditori dopo questo lungo lockdown non riapriranno più, tutti sono in grandissima sofferenza.

Ma non basta. A ciò che possiamo definire un pregiudizio a livello nazionale sulle riaperture per i giochi, che relega in secondo piano le istanze di oltre 150mila lavoratori del gioco pubblico, si somma l’ostinazione degli amministratori territoriali che contrastano il settore (attualmente chiuso!) con l’adozione di provvedimenti locali di limitazione o espulsione delle offerte legali in presenza.

In Piemonte e nel Lazio gli ultimi esempi di questo fenomeno che penalizza il gioco legale mentre favorisce, forse involontariamente, il gioco illegale e clandestino.

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