Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Quater) ha respinto – tramite ordinanza – il ricorso presentato da alcuni concessionari di scommesse sportive contro Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ministero per le Politiche Giovanili e lo Sport, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento Politiche Giovanili e Servizio Civile Universal, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, in cui si chiedeva l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, per quanto riguarda il ricorso introduttivo: del Decreto del 29 maggio 2020, adottato dall’Ufficio per lo sport della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, in ossequio alla previsione contenuta all’art. 217, co. 3, del d-l 19 maggio 2020, n. 34, recante “Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”, con il quale sono individuati i criteri di gestione del “Fondo per il rilancio del sistema sportivo nazionale”, istituito dal comma 1 della medesima disposizione; di ogni atto eventualmente presupposto, connesso e/o consequenziale ancorché allo stato non conosciuto;

per quanto riguarda i motivi aggiunti presentati in data 11 novembre 2020: della Determinazione direttoriale di ADM – Agenzia delle Dogane e Monopoli, prot. n. 307276/RU del 8 settembre 2020;  di ogni atto eventualmente presupposto, connesso e/o consequenziale ancorché allo stato non conosciuto.

Si legge: “Ritenuto che i provvedimenti impugnati costituiscono diretta attuazione del disposto di cui all’art. 217 del d.l. 19 maggio 2020, n. 34, convertito dalla l. 17 luglio 2020, n. 77, che si inserisce nel contesto delle misure emergenziali volte a fronteggiare la fase di ripresa connessa e consequenziale alla diffusione epidemiologica del virus SARS-CoV-2 (COVID-19); ritenuto che la misura oggetto di ricorso appare circoscritta temporalmente e limitata nella sua entità; ritenuta la astratta ammissibilità, sotto il profilo costituzionale, di disposizioni normative volte ad incidere sfavorevolmente sulla disciplina dei rapporti di durata, così come più volte statuito dalla Corte Costituzionale (cfr., da ultimo, Corte Costituzionale 31 marzo 2015, n. 56, pubblicata in G.U. 8 aprile 2015, n. 14 secondo cui “il valore del legittimo affidamento riposto nella sicurezza giuridica trova sì copertura costituzionale nell’art. 3 Cost., ma non già in termini assoluti e inderogabili. Per un verso, infatti, la posizione giuridica che dà luogo a un ragionevole affidamento nella permanenza nel tempo di un determinato assetto regolatorio deve risultare adeguatamente consolidata, sia per essersi protratta per un periodo sufficientemente lungo, sia per essere sorta in un contesto giuridico sostanziale atto a far sorgere nel destinatario una ragionevole fiducia nel suo mantenimento. Per altro verso, interessi pubblici sopravvenuti possono esigere interventi normativi diretti a incidere peggiorativamente anche su posizioni consolidate, con l’unico limite della proporzionalità dell’incisione rispetto agli obiettivi di interesse pubblico perseguiti. Con la conseguenza che «non è affatto interdetto al legislatore di emanare disposizioni le quali vengano a modificare in senso sfavorevole per i beneficiari la disciplina dei rapporti di durata, anche se l’oggetto di questi sia costituito da diritti soggettivi perfetti», unica condizione essendo «che tali disposizioni non trasmodino in un regolamento irrazionale, frustrando, con riguardo a situazioni sostanziali fondate sulle leggi precedenti, l’affidamento dei cittadini nella sicurezza giuridica, da intendersi quale elemento fondamentale dello Stato di diritto (sentenze n. 302 del 2010, n. 236 e n. 206 del 2009)» (ex plurimis, ordinanza n. 31 del 2011). A maggior ragione ciò vale per rapporti di concessione di servizio pubblico, come quelli investiti dalle norme censurate, nei quali, alle menzionate condizioni, la possibilità di un intervento pubblico modificativo delle condizioni originarie è da considerare in qualche modo connaturata al rapporto fin dal suo instaurarsi. E ancor più, si può aggiungere, ciò deve essere vero, allorché si verta in un ambito così delicato come quello dei giochi pubblici, nel quale i valori e gli interessi coinvolti appaiono meritevoli di speciale e continua attenzione da parte del legislatore”);

– rilevato, sotto il profilo del diritto unionale, che le scelte di politica fiscale degli Stati membri, pur avendo effetti disincentivanti, possono essere messe in discussione solo qualora non siano sostenute da motivi di interesse generale ovvero appaiano discriminatorie e sproporzionate;

– ritenuto che la misura in questione risulta sostenuta da un motivo di interesse generale quale quello di fronteggiare l’emergenza sanitaria derivante dal COVID-19 ed i suoi riflessi sulla attività sportiva;

– ritenuto, peraltro, che il prelievo forzoso trova applicazione alla intera attività di raccolta da scommesse relative a eventi sportivi di ogni genere, anche in formato virtuale, effettuate in qualsiasi modo e su qualsiasi mezzo, sia on-line, sia tramite canali tradizionali e, conseguentemente, a tutti gli operatori del settore in Italia, indipendentemente dallo Stato membro in cui abbiano stabilito la propria sede legale e che, conseguentemente, la misura in oggetto non osta alla libertà di stabilimento ed alla libera prestazioni di servizi;

– rilevato che, sotto tale profilo, la fattispecie differisce da quella sottoposta dal Consiglio di Stato al vaglio del giudice europeo che aveva ad oggetto la compatibilità con il diritto unionale della riduzione dell’aggio per una sola categoria di operatori di gioco, anzichè per tutti gli operatori del settore (cfr. Cons. Stato, ordinanza 31 agosto 2020, n. 5301, avente ad oggetto compatibilità con le norme del diritto europeo dell’art. 1 comma 649, della legge 23 dicembre 2014 n. 190, a seguito del quale è stata disposta la “riduzione” di 500 milioni di euro su base annua, a decorrere dall’anno 2015, delle risorse statali a disposizione, a titolo di compenso, dei concessionari e dei soggetti che, secondo le rispettive competenze, operano nella gestione e raccolta del gioco praticato mediante apparecchi di cui all’articolo 110, comma 6, del testo unico di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773);

– ritenuto ancora, che la misura in esame, trovando applicazione in misura percentuale sulle scommesse relative ad ogni evento sportivo, appare rispettare il principio di proporzionalità, non sfavorendo alcuna categoria di operatori del settore;

– ritenuta, per i motivi esposti, la insussistenza di sufficienti motivi di fumus boni juris e rilevato che, sotto il profilo del periculum, il contestato regime impositivo non appare idoneo allo stato ad arrecare alla ricorrente un pregiudizio grave ed irreparabile venendo in rilievo un danno di natura meramente economica, come tale pienamente ristorabile in caso di esito favorevole del giudizio di merito;

– ritenuto, infine, che sussistano giusti motivi, in considerazione della natura degli interessi azionati, per compensare le spese della presente fase.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Quater), respinge la suindicata istanza cautelare.

Compensa le spese della presente fase cautelare”.