Associazione Astro gioco
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(Jamma) – La decisione del T.A.R. del Lazio relativa al “congelamento” delle erogazioni statali alle Regioni per i relativi piani regionali anti-ludopatia è già stata ampiamente descritta dai media.

La “bocciatura giudiziaria” è di carattere procedurale e metodologico, e non inficia il disposto normativo che vincola – comunque – la destinazione di determinate somme (del Bilancio Statale) a finanziare le iniziative regionali per la prevenzione e la cura del gioco patologico.

Ai fini dello “blocco” dei fondi, infatti, sarà “solo” necessario ripristinare un iter amministrativo che possa consentire all’Osservatorio Nazionale sul G.A.P. di conoscere e giudicare: i contenuti specifici delle iniziative “messe a bando” dalle Regioni; gli specifici curricula tematico-professionali dei soggetti e delle strutture candidate nei bandi; le specifiche motivazioni a sostegno dell’attività valutativa/selettiva/aggiudicatrice delle Regioni e delle Province Autonome di TN e BZ; le specifiche “sanitarie” delle prestazioni erogate o pianificate di erogazione, anche in termini di “risultato” e di verifica postuma di esito.

Appena il giorno prima della sentenza del T.A.R. Lazio, un noto quotidiano di “inchiesta” aveva segnalato alcune peculiarità “confusionarie” che caratterizzavano l’uso dei “50 milioni” del Fondo anti-ludopatia, evidenziando soprattutto come la “genesi-media” dei progetti finanziati prescindesse dall’esatta conoscenza (qualitativa – quantitativa) del fenomeno G.A.P., a livello locale. Il tutto aggravato da un contesto nazionale in cui l’impatto epidemiologico di una “malattia” si presenta ancora oggi fondato solo su previsioni statistiche elaborate con questionari a campione (il metodo ESPAD), sicuramente ben fatte (in quanto validate dal C.N.R.), ma insufficienti a certificare quel dato sanitario che oltre all’intuizione, deve consentire il planning delle attività preventive e una verifica d’esito delle attività di cura.

I dipartimenti competenti si daranno da fare, e la questione “burocratica” pertanto sarà – prima o poi – risolta, ma alcune esperienze passate (peraltro segnalate anche dal sito AS.TRO) inducono a ritenere che “un buon lavoro” richiederebbe una piccola “svolta” culturale e politica sul gioco.

Sono ancora “freschi” i ricordi di quei comuni lombardi finanziati per decine di migliaia di euro al fine di “censire le slot sul territorio” (in buona sostanza delle gite per replicare l’anagrafica RIES di AAMS), e ri-finanziati con i nuovi bandi lombardi per “censire il nome del concessionario installante” (il cui cambio è vietato dalla normativa regionale): da cittadini si auspica un cambio di registro, e una seria iniezione di professionalità su tale fronte, e da industria si auspica che ogni azione preventiva e curativa “raggiunga l’obiettivo”. In fondo “meno” giocatori problematici e/o malati significa abbattimento delle criticità connesse al gioco e un’utenza in grado di accedere ai servizi senza contrarre quei problemi che poi conducono alle restrizioni.

Alcuni interrogativi restano tuttavia irrisolti:

1. Come è possibile “prevenire e curare” l’effetto indesiderato di un fenomeno lecito, regolamentato, controllato (il gioco legale) prescindendo da chi “decide” qualità-quantità-modalità di gioco da offrire al pubblico, ed estromettendo “per Legge” l’impresa che “attua” le decisioni istituzionali citate;

2. Come è possibile “prevenire e curare” un effetto che colpisce una aliquota “incerta ma universalmente decretata come minoritaria” degli utenti-giocatori, senza pensare che tutto il territorio nazionale debba avere quel medesimo protocollo di cura – prevenzione – verifica di risultato, in grado di garantire:
a. i diritti della maggioranza (che gioca continuando a star bene),
b. il diritto “al buon esito delle campagne di prevenzione e cura” della minoranza (che se gioca, o gioca troppo, sta male).

3. Come è possibile che nelle aree a più alta incidenza epidemiologica del G.A.P., le “ricette” preventive e curative ivi proposte da anni (e che da anni peggiorano, in luogo di migliorare, le statistiche di affezione), debbano essere politicamente tutelate e non “tecnicamente” giudicate per il loro esito.

A questi interrogativi il T.A.R. non può rispondere, e non è lecito neppure attendersi che sia sempre o solo la Magistratura a decretare la fine di un errore, l’evidenziazione della prassi che ha portato all’errore, per poi concludere con l’auspicio che detto errore non sia replicato sotto forme analoghe.

AsTro

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