La Corte di appello di Brescia, con sentenza del 6 novembre 2020, ha confermato la sentenza del Tribunale di Bergamo del 3 maggio 2019, con la quale l’imputato era stato condannato, per il reato di cui all’art. 4, comma 4, del d.lgs. n. 401 del 1989, perché, privo della licenza per la raccolta di scommesse per conto di società sedenti all’estero, esercitava abusivamente suddetta attività all’interno di una sala scommesse, consentendo ad alcuni avventori di effettuare scommesse attraverso postazioni appositamente predisposte dotate di PC.

Avverso la sentenza l’imputato ha proposto, tramite il difensore, ricorso per cassazione, lamentando: a) l’incompatibilità dell’art. 4, comma 4, del d.lgs. n. 401 del 1989 con gli artt. 4, n. 3, TUE e 49 e 56 TFUE, in quanto norma discriminatoria nei confronti degli operatori stranieri, che non consentirebbe il pieno esercizio delle libertà comunitarie di stabilimento e di prestazione di servizi nel mercato interno; b) l’inosservanza dell’art. 131-bis cod. pen.

Per la Cassazione “il ricorso è inammissibile, perché basato su censure formulate in modo non specifico, che hanno ad oggetto profili sui quali la motivazione della sentenza impugnata risulta pienamente sufficiente e logicamente coerente. Quanto alla pretesa violazione della normativa comunitaria, va rilevato come non si possa ravvisare alcuna illegittima esclusione dalla gara inerente all’aggiudicazione delle concessioni (c.d. Bando Monti) o, comunque, un comportamento discriminatorio tenuto dallo Stato nazionale nei confronti della società estera per cui veniva esercitata l’attività di raccolta di scommesse, dal momento che la stessa non aveva mai espresso alcuna volontà di partecipare alla predetta gara, denunciandone l’irregolarità solo successivamente e al fine di legittimare la propria operatività nel territorio italiano. Le censure del ricorrente si rivelano, pertanto, prive di decisività e di novità rispetto a quanto esaminato e motivatamente rigettato dalla Corte d’appello. 3.2. In ordine al mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, la Corte d’appello di Brescia ha bene argomentato, con considerazioni aderenti alle emergenze processuali, lineari e conformi a logica, le ragioni per le quali ha ritenuto che non poteva pervenirsi ad una sentenza di assoluzione ex art. 131-bis cod. pen., stante l’interruzione dell’attività illecita, protrattasi per diversi giorni a seguito del diniego della licenza, soltanto a seguito dell’intervento delle forze dell’ordine. 4. Tenuto conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità», alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., l’onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in C 3.000,00. P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di C 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende”.