Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Questura di Aosta e Ministero dell’Interno in cui si chiedeva la riforma della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale della Valle D’Aosta n. 20/2020, resa tra le parti, concernente la revoca della licenza di sala giochi, ex art. 88 T.U.L.P.S, rilasciata in data 06/06/11.

Si legge: “La revoca è motivata dalla applicazione della legge regionale 15 giugno 2015, n. 14 e successive modifiche e integrazioni e, in particolare, dall’articolo 4, comma 1, che vieta l’attività di esercizi commerciali con licenza ex articolo 88 se esercitata a una distanza – da misurarsi in linea d’aria – inferiore a mt. 500 dai luoghi sensibili come disposto dalla Legge regionale 14/2015.

A sostegno del ricorso, l’odierno appellante, ha articolato, in primo grado, le seguenti censure e precisamente: vizi di illegittimità propri, violazione di legge (contrasto del decreto con normativa regionale e nazionale, incostituzionalità della normativa regionale in materia), violazione del principio del legittimo affidamento nella certezza dei rapporti giuridici e del principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.), e ha chiesto l’annullamento dell’atto gravato.

In particolare, parte ricorrente, ha sostenuto che solo in data 19.3.2018 era stata introdotta, dalla circolare 19 marzo 2018 del Ministero dell’Interno – avente ad oggetto “Licenza ex art. 88 del TULPS per l’esercizio di attività di raccolta di scommesse, di sale giochi con apparecchi videolottery e sale bingo. Distanze minime da luoghi sensibili. Indicazioni operative” – la competenza delle Questure a verificare il rispetto delle distanze da luoghi sensibili dei locali sede di attività di gioco lecito, di tal che risalendo l’autorizzazione oggetto di revoca al 2011 essa non sarebbe rientrata nell’ambito applicativo della vista circolare.

La società ricorrente ha sostenuto, ancora, il contrasto del decreto impugnato con la legislazione regionale e nazionale in materia, posto che l’art. 110 comma 9 bis, lett. f), del T.u.l.p.s prevede la sola sanzione amministrativa pecuniaria per chi installa o distribuisce apparecchi o congegni (indicati al comma 7 del medesimo articolo), senza essere munito delle prescritte autorizzazioni e, non già, la misura della revoca, la quale viceversa avrebbe postulato violazioni reiterate.

In subordine, l’odierna appellante, aveva eccepito la incostituzionalità della normativa regionale in materia.

Nel primo grado del giudizio si è costituito il Ministero dell’Interno, deducendo l’infondatezza del ricorso.

Il Tribunale amministrativo regionale della Valle D’Aosta, con la sentenza n. 20 del 26.6.2020 ha accolto, limitatamente all’indennizzo derivante dal pregiudizio subito dalla parte ricorrente a seguito della disposta revoca ed ha compensato le spese di lite tra le parti.

Avverso tale sentenza ha proposto appello il sig. (…), in proprio e quale legale rappresentante della società menzionata, e ha articolato quattro motivi di censura, chiedendone, previa sospensione dell’esecutività anche inaudita altera parte, la riforma, con il conseguente annullamento del diniego e, comunque, il risarcimento in dipendenza della ritenuta illegittimità del decreto impugnato; contesta altresì la natura errata e immotivata della sentenza nella parte in cui il primo giudice ha ritenuto di dover compensare le spese.

Si è costituito il Ministero dell’Interno, con un’articolata memoria difensiva, depositata il 27.7.2020 per chiedere la reiezione del gravame.

Con il decreto n. 4169 del 10.7.202 è stata respinta l’istanza cautelare di tutela provvisoria formulata dagli appellanti.

Con l’ordinanza 4622 del 30.7.2020 è stata respinta, inoltre, la domanda cautelare dei medesimi appellanti.

Infine, nella pubblica udienza del 28 gennaio 2021, il Collegio, sentiti i difensori delle parti, ha trattenuto la causa in decisione.

L’appello è infondato.

Con il primo motivo (pp. 7 – 13 del ricorso), anzitutto, gli odierni appellanti hanno eccepito la violazione degli art. 21 octies, in quanto il primo giudice avrebbe erroneamente fatto applicazione dei principi ivi previsti in ragione de fatto che l’intervento della amministrazione si sarebbe dovuto estrinsecare come annullamento e non già come revoca.

Ma la censura, nella sua formulazione, non appare fondata perché, contrariamente a quanto ritenuto da parte appellante il primo giudice ha correttamente qualificato il decreto questorile quale atto di revoca, ai sensi dell’articolo 21 quinquies della legge n. 241 del 1990, non sussistendo nella specie – diversamente da quanto sostenuto dalla difesa appellata – i presupposti dell’annullamento d’ufficio invocato dalla parte appellata: ciò per la assorbente ragione che, come chiarito dalla recente giurisprudenza amministrativa (Cons. St. Sez.VI 25.5.2020, n. 3277), la previsione di cui all’art.21 nonies postula l’originaria illegittimità dell’atto e, quindi, una diversa valutazione dell’interesse pubblico riferito al momento dell’adozione dell’atto, trattandosi di una illegittimità originaria che, diversamente dalla revoca, colpisce l’atto sin dalla sua adozione.

Nella specie il ritiro del provvedimento è stato, infatti, determinato da un diverso apprezzamento dovuto alla normativa regionale sopravvenuta la quale, come detto, ha anticipato il venir meno della licenza indirizzando, del tutto coerentemente, l’amministrazione a un diverso apprezzamento delle esigenze di interesse pubblico. La revoca determinando l’inidoneità dell’atto ritirato a produrre ulteriori effetti, in dipendenza della nuova valutazione dell’interesse pubblico, nella specie dovuta alla nuova disciplina anticipatoria della chiusura del locale, comporta -per espressa previsione normativa – un generale obbligo di indennizzo in favore di coloro che hanno subito un pregiudizio dall’atto revocato. Nella seconda parte del citato art. 21 quinquies è, invero, stabilito che, se la revoca comporta pregiudizi in danno dei soggetti direttamente interessati, l’amministrazione ha l’obbligo di provvedere al loro indennizzo.

Nella specie, del tutto correttamente ed in ossequio alla suestesa previsione normativa, il giudice di prime cure ha fatto corretta applicazione di detta norma, accogliendo il ricorso proprio con riferimento all’indennizzo.

L’affidamento che l’atto ritirato ha provocato con il venir meno della licenza, con conseguente chiusura immediata del locale è stato, infatti, valutato dal primo giudice, il quale ha riconosciuto i pregiudizi derivanti dall’affidamento ingenerato sul ricorrente riguardo alla durata della licenza fino al 2023.

Non si pone, dunque, la questione adombrata, in via sussidiaria, dall’odierno appellante sulla coerenza di tale indennizzo con la disposizione dell’art. 21 nonies, dovendosi ribadire che il tenore semantico dell’atto questorile non lascia adito a dubbi sull’esatta qualificazione dell’atto riconducibile all’istituto della revoca, per il quale, quindi, non viene in rilievo alcun impedimento riguardo alla previsione dell’indennizzo.

Anche sotto tale profilo la sentenza del primo giudice appare immune da censure, avendo ben qualificato oltre alla natura dell’indennizzo, quale responsabilità da atto lecito, la ricostruzione dei criteri di qualificazione dell’indennizzo, distinguendoli da quelli risarcitori che, nella specie, non possono trovare applicazione per la assorbente ragione che non è configurabile in capo alla amministrazione appellata, alcuna violazione del principio di buona fede per il quale la quantificazione del danno avrebbe seguito certamente criteri ed oneri probatori diversi in capo al privato.

Alla stregua di tali ultime considerazioni deve dunque essere confermato il capo di sentenza che ha riconosciuto l’obbligo dell’indennizzo sull’amministrazione, anche con riguardo ai criteri utilizzati per la sua liquidazione.

Anche questo motivo dunque, con le precisazioni aggiuntive qui esposte, deve essere respinto.

In conclusione, anche per tutte le ragioni esposte, l’appello deve essere respinto, con la conseguente conferma della sentenza impugnata.

La sentenza ha anche dichiarato manifestamente infondata la questione di costituzionalità della legislazione regionale Valle D’Aosta in considerazione, in ragione della copiosa giurisprudenza della corte costituzionale che negli ultimi anni ha reiteratamente evidenziato la legittimità delle normative regionali proprio in ragione della tutela del prevalente interesse alla salute e del contrasto al fenomeno della ludopatia.

L’odierno appellante ripropone anche in sede di gravame la questione – respinta dal tribunale – di legittimità costituzionale della legge regionale Valle D’Aosta n. 14/2015, dell’art. 1, della legge regionale L.R. n. 10/2018 e degli artt. 2, 3 e 4 della legge regionale n. 2/2019, in riferimento agli artt. 3, 41, della Costituzione.

Anche a tacere della apoditticità della questione sollevata, ai fini della sua infondatezza è sufficiente richiamare quanto osservato dal primo giudice in relazione all’obiettivo dei valori tutelati dalle predette disposizioni regionali, cui si è indirizzata l’azione della Autorità questorile e la legge regionale Valle D’Aosta n. 2/2019 e alla non assoluta preminenza del principio di libertà dell’attività economica privata di cui all’art. 41 Cost., oltre al puntuale rispetto nella materia de qua del principio della potestà legislativa concorrente dello Stato e delle Regioni.

In conclusione, l’appello va rigettato.

Le spese di giudizio si possono compensare tra le parti, tenuto conto della complessità delle questioni trattate.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull’appello (…) lo respinge e per l’effetto conferma la sentenza impugnata. Pone definitivamente a carico di parte appellante il contributo unificato richiesto per la proposizione dell’appello”.