tribunale
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(Jamma) – Il Tar Lecce ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato dal titolare di un centro scommesse contro Comune di Gallipoli e Regione Puglia in cui chiedeva l’annullamento della determinazione del Comune di Gallipoli con cui è stata disposta la cessazione immediata della gestione del punto di raccolta su rete fisica di scommesse in considerazione della violazione del divieto sancito dall’art. 7, comma 2 della Legge Regionale pugliese n. 43/2013, stante l’ubicazione dell’esercizio in un raggio inferiore a cinquecento metri dai cc.dd. “luoghi sensibili” (come risultante dagli accertamenti della Polizia Locale).

“0. – Il ricorso introduttivo del giudizio e i motivi aggiunti proposti in corso di causa sono infondati nel merito e devono essere respinti.

1. – Il ricorrente, innanzitutto, lamenta (prima censura dell’atto introduttivo del giudizio) l’incompetenza assoluta del Comune di Gallipoli, asserendo che la competenza funzionale inderogabile all’adozione del provvedimento inibitorio de quo spetterebbe all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, ai sensi della disciplina cogente nazionale di cui all’art. 7, comma 10 del Decreto Legge 13 settembre 2012, n. 158 (c.d. “Decreto Balduzzi”). Rileva, poi, la “(più che sospetta) incostituzionalità” delle norme della Legge Regionale pugliese n. 43/2013, e, in particolare, dell’art. 7, comma 2 relativo alle distanze minime dai luoghi (applicate “meccanicamente” dal civico Ente), già sottoposte a scrutinio di costituzionalità, giusta ordinanza di rimessione (della Prima Sezione di questo Tribunale 22 luglio 2015, n. 2529) al Giudice delle Leggi, per violazione degli artt. 117, comma 3 e 117, comma 2, pett. H) della Carta Fondamentale. Invoca la sospensione c.d “impropria” del giudizio de quo,in attesa della relativa pronuncia della Corte Costituzionale (istanza, sostanzialmente, reiterata con i motivi aggiunti depositati il 7 marzo 2017, pag. 13).

1.1 – In primo luogo, non può essere accolta la richiesta di sospensione del giudizio, essendo manifestamente infondata la sottesa questione di legittimità costituzionale, prospettata tramite il richiamo all’ordinanza di questo T.A.R. n. 2529 del 22 luglio 2015.

In proposito, è sufficiente rilevare che la Corte Costituzionale (proprio nel pronunciarsi sulla predetta ordinanza di rimessione n. 2529/2017), con la sentenza 11 maggio 2017, n. 108, ha dichiarato <<non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 7 della L.R. Puglia 13 dicembre 2013, n. 43, recante “Contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo patologico (GAP)”, sollevate dal Tribunale amministrativo regionale per la Puglia, sezione staccata di Lecce, in riferimento all’art. 117, commi secondo, lettera h), e terzo, della Costituzione>>.

Pertanto, il Collegio integralmente si riporta alle motivazioni della citata pronuncia della Consulta n. 108/2017.

1.2 – Ciò premesso, nel merito, la doglianza di incompetenza di che trattasi va disattesa.

1.2.1 – Al riguardo è dirimente osservare che l’art. 7, comma 10, del Decreto Legge 13 settembre 2012, n. 158, convertito dalla Legge 8 novembre 2012, n. 189, si limita a stabilire che: “L’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato e, a seguito della sua incorporazione, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, tenuto conto degli interessi pubblici di settore, sulla base di criteri, anche relativi alle distanze da istituti di istruzione primaria e secondaria, da strutture sanitarie e ospedaliere, da luoghi di culto, da centri socio-ricreativi e sportivi, definiti con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro della salute, previa intesa sancita in sede di Conferenza unificata, di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, da emanare entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, provvede a pianificare forme di progressiva ricollocazione dei punti della rete fisica di raccolta del gioco praticato mediante gli apparecchi di cui all’articolo 110, comma 6, lettera a), del testo unico di cui al regio decreto n. 773 del 1931, e successive modificazioni, che risultano territorialmente prossimi ai predetti luoghi”.

E’ agevole concludere, quindi, che, in proposito, <<spettano all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli unicamente le funzioni pianificatorie di “progressiva ricollocazione” >> (T.A.R. Puglia, Lecce, Sezione Terza, 1° agosto 2017, n. 1336).

1.2.2 – Invece, il provvedimento impugnato attiene all’esercizio (doveroso) dell’attività di controllo di spettanza comunale (essendo stata, peraltro, l’autorizzazione del Questore di Lecce rilasciata, in data 20 aprile 2016, ai soli fini di pubblica sicurezza, ex art. 88 T.U.L.P.S.), ai sensi del combinato disposto dei commi 2 e 9 dell’art. 7 della Legge Regionale della Puglia n. 43/2013 (e, quindi, non in applicazione di disposizioni regolamentari locali), in base al quale – per quanto di rilievo – “L’accertamento delle violazioni e l’applicazione delle sanzioni amministrative di cui ai commi 2…” (cioè, in materia di distanze dai “luoghi sensibili”) “… spettano al Comune territorialmente competente” (nel caso di specie, appunto, il Comune di Gallipoli).

1.2.3 – Resta (solo), in proposito, da evidenziare che “La pianificazione prefigurata dalla disposizione statale invocata come norma interposta non è, peraltro, mai avvenuta, non essendo stato emanato, malgrado il tempo trascorso, il decreto interministeriale che doveva definirne i criteri. Il che rende l’intiero meccanismo inoperante, non potendosi ritenere che la mancanza di detto decreto paralizzi sine die la competenza legislativa regionale (al riguardo, sentenza n. 158 del 2016)” (Corte Costituzionale, cit., n. 108/2017, punto n. 4.1).

2. – Con la seconda censura prospettata nell’atto introduttivo del giudizio, il ricorrente deduce la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1, commi 643 e 644 della Legge 23 dicembre 2014, n. 190 (c.d. “Legge di Stabilità 2015”), sostenendo che il punto di raccolta di scommesse in parola rientrerebbe nel regime “derogatorio” speciale di cui all’articolo 1, comma 643, della L. 23 dicembre 2014 n.190, finalizzato all’ “emersione” delle strutture in questione (tramite “procedura di regolarizzazione fiscale”), nonché alla tutela dell’ordine pubblico e dell’Erario, senza previsione alcuna di rispetto di “distanze minime” dai luoghi sensibili.

2.1 – Anche tale doglianza non coglie nel segno.

Ed invero, proprio l’art. 1, comma 643 della Legge n. 190/2014 esordisce richiamando l’art. 14 della Legge Delega in materia fiscale 11 marzo 2014, n. 23, il quale, in particolare, al comma 2, lett. e) – nel delegare il Governo a “introdurre e garantire l’applicazione di regole trasparenti e uniformi nell’intero territorio nazionale in materia di titoli abilitativi all’esercizio dell’offerta di gioco, di autorizzazioni e di controlli, garantendo forme vincolanti di partecipazione dei comuni competenti per territorio al procedimento di autorizzazione e di pianificazione, che tenga conto di parametri di distanza da luoghi sensibili validi per l’intero territorio nazionale, della dislocazione locale di sale da gioco e di punti di vendita in cui si esercita come attività principale l’offerta di scommesse su eventi sportivi e non sportivi, nonché in materia di installazione degli apparecchi idonei per il gioco lecito di cui all’articolo 110, comma 6, lettere a) e b), del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, e successive modificazioni, comunque con riserva allo Stato della definizione delle regole necessarie per esigenze di ordine e sicurezza pubblica” – ha assicurato “la salvaguardia delle discipline regolatorie nel frattempo emanate a livello locale che risultino coerenti con i princìpi delle norme di attuazione della presente lettera”.

Sicchè, “al momento, le norme emanate in sede regionale e locale …. nelle more dell’intervento del detto provvedimento di riordino godono …. della salvaguardia prevista dalla detta disposizione, così superando sostanzialmente la problematica del contrasto con il cd. decreto Balduzzi (in questo senso, T.A.R. Lombardia, Milano, sez. II, 22 luglio 2015, n. 1761)” (T.A.R. Toscana, Firenze, Sezione Seconda, 4 marzo 2016, n. 388).

Ad ogni buon conto, <<la “regolarizzazione” della posizione degli esercenti, ex art. 1, comma 643 della L. 23 dicembre 2014, n. 190, rileva unicamente ai fini fiscali>> (T.A.R. Puglia, Lecce, Sezione Terza, 1° agosto 2017, n. 1336).

3. – Né può condividersi (terza censura del ricorso introduttivo) il rilievo per cui (sostanzialmente) l’atto comunale gravato, nel disporre la cessazione immediata sine die del centro scommesse di che trattasi, avrebbe “obliterato” il sistema sanzionatorio (tipico) previsto dall’art. 7 della L.R. Puglia n. 43/2013 (il cui comma 8, in particolare, dispone che “L’inosservanza delle disposizioni di cui ai commi 2, 3, 4, 5, 6 e 7 è punita con una sanzione amministrativa pecuniaria da 6 mila a 10 mila euro. Nel caso di reiterazione delle violazioni stesse, si applica la sanzione amministrativa accessoria della sospensione temporanea dell’esercizio dell’attività da dieci a sessanta giorni”), con violazione del principio di proporzionalità, di matrice comunitaria (come recepito dall’art. 1, comma 1 della Legge n. 241/1990).

In proposito, è opportuno, innanzitutto, rammentare che l’art. 7 (“Apertura ed esercizio dell’attività”), comma 2 della Legge Regionale pugliese 13 dicembre 2013, n. 43 – “Contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo patologico (GAP)” – stabilisce che: “Fuori dai casi previsti dall’articolo 110, comma 7, del r.d. 773/1931, l’autorizzazione all’esercizio non viene concessa nel caso di ubicazioni in un raggio non inferiore a cinquecento metri, misurati per la distanza pedonale più breve, da istituti scolastici di qualsiasi grado, luoghi di culto, oratori, impianti sportivi e centri giovanili, centri sociali o altri istituti frequentati principalmente da giovani o strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio-assistenziale e, inoltre, strutture ricettive per categorie protette”.

Orbene, il requisito oggettivo e sostanziale della distanza minima dai cc.dd. “luoghi sensibili” per l’esercizio dell’attività (di cui alla sopra riportata disposizione regionale, a carattere immediatamente precettivo) è “connaturato” all’ubicazione del punto vendita e la relativa carenza non può che comportare l’inibizione della relativa attività.

Sicchè l’ordine di cessazione immediata dell’attività medesima è provvedimento vincolato e doveroso (anche in applicazione analogica dell’art. 19, terzo comma, e dell’art. 21 della Legge 7 agosto 1990 n. 241 e ss.mm.) in mancanza della distanza minima di cinquecento metri dai cc.dd. “luoghi sensibili”: tale oggettiva mancanza, ex se, giustifica e impone l’adozione del provvedimento gravato, con la conseguente insussistenza della (anche dedotta) violazione dell’obbligo motivazionale di cui all’art. 3 della Legge n. 241/1990.

3.1 – Neppure coglie nel segno l’ulteriore rilievo (pure formulato con la terza doglianza dell’atto introduttivo) per cui il provvedimento impugnato sarebbe stato adottato in violazione anche del canone “gradualista”, espressione del prefato principio di proporzionalità, di cui all’art. 19, terzo comma della Legge n. 241/1990 e ss.mm.ii. (essendo, pure, asseritamente possibile conformare l’attività intrapresa e i suoi effetti alla normativa vigente, tramite spostamento del locale in altro sito idoneo, conforme alla richiamata normativa regionale).

Al riguardo, è sufficiente:

– da un lato, ribadire le considerazioni già esposte al precedente punto n. 3;

– dall’altro, osservare che l’art. 19 della Legge n. 241/1990 è norma speciale in materia di S.C.I.A., nel mentre, ai sensi dell’art. 1, comma 1 della L.R. Puglia n. 43/2013, “L’esercizio delle sale da gioco e l’installazione di apparecchi da gioco di cui all’articolo 110, comma 6, del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, emanato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, nonché ogni altra tipologia di offerta di gioco con vincita in denaro sono soggetti al regime autorizzatorio previsto dalle norme vigenti”.

Né, comunque, l’odierno ricorrente ha mai comunicato alla P.A. la disponibilità di altro locale idoneo (non risultando, peraltro, convincenti le deduzioni esposte nei successivi motivi aggiunti, relative all’asserita impossibilità di collocazione in altro luogo, giusta produzione della successiva perizia tecnica; cfr. il punto n. 6.1.2, cui si rinvia).

4. – Infondata, poi, è la dedotta violazione del principio del giusto procedimento e dell’onere motivazionale, sotto il profilo dell’omessa indicazione (“oltre all’art. 7, co. 8 della L.R. citata”) di alcuna altra norma che attribuisca alla P.A. intimata il potere di disporre la cessazione immediata dell’attività.

4.1 – Sotto tale aspetto valgano le osservazioni di cui al precedente punto 1.2.2, cui si rinvia.

Peraltro, lo stesso Questore di Lecce ha rilasciato (in data 20 aprile 2016) la licenza ex art. 88 del T.U.L.P.S. (provvedimento non impugnato), “ai soli fini di Pubblica Sicurezza”, fatte (a ragione) espressamente “salve le limitazioni imposte da norme di Legge …Regionali …. e, in particolare, da quelle inerenti alla nuova collocazione di apparecchi a distanza dai luoghi sensibili, ai sensi della Legge Regionale n. 43…”, chiarendo, poi (cfr. la nota del 31 maggio 2016) di aver “circoscritto le relative istruttorie alla verifica dei profili dell’ordine e della sicurezza pubblica e dei requisiti soggettivi in capo ai richiedenti”, nel rispetto di “tutti gli obblighi di legge inerenti l’esercizio dell’attività autorizzata ed, in particolare, quelli posti dalla L.R. n. 43/2013, nell’ambito di una doverosa distinzione di competenze rispetto agli altri interessi pubblici legati al contrasto delle ludopatie, che fanno capo alle Amministrazioni locali, fra i quali vanno certamente ricompresi i profili relativi alla collocazione dei punti di rete fisica di raccolta del gioco (cfr. Sentenza n. 300/2011 della Corte Costituzionale e, da ultimo , Ordinanza n. 3648/2015 del T.A.R. Lazio)”.

5. – Quanto ai motivi aggiunti, con cui il ricorrente ha impugnato il provvedimento prot. n. 9023/2017 (conferma della precedente determinazione dirigenziale inibitoria n. 1837/2016), va, innanzitutto, disattesa l’eccezione di inammissibilità del gravame formulata in limine dal Comune resistente.

5.1 – Ed invero, la giurisprudenza consolidata e condivisibile ha chiarito che, qualora l’Amministrazione adotti un atto di identico contenuto dispositivo di un altro precedente, “allo scopo di stabilire se un atto amministrativo sia meramente confermativo, e perciò non impugnabile, o di conferma in senso proprio e, quindi, autonomamente lesivo e da impugnarsi nei termini, occorre verificare se l’atto successivo sia stato adottato o meno senza una nuova istruttoria e una nuova ponderazione di interessi. In particolare, non può considerarsi meramente confermativo rispetto a un atto precedente l’atto la cui adozione sia stata preceduta da un riesame della situazione che aveva condotto al precedente provvedimento, giacché solo l’esperimento di un ulteriore adempimento istruttorio, sia pure mediante la rivalutazione degli interessi in gioco e un nuovo esame degli elementi di fatto e di diritto che caratterizzano la fattispecie considerata, può dare luogo a un atto propriamente confermativo in grado, come tale, di dare vita a un provvedimento diverso dal precedente e quindi suscettibile di autonoma impugnazione. Ricorre, invece, l’atto meramente confermativo (di c.d. conferma impropria) quando l’Amministrazione, a fronte di una istanza di riesame, si limita a dichiarare l’esistenza di un suo precedente provvedimento senza compiere alcuna nuova istruttoria e senza una nuova motivazione” (Consiglio di Stato, Sezione Quinta, 3 ottobre 2012, n. 5196; in termini, Consiglio di Stato, Sezione Quinta, 25 febbraio 2009, n. 1115; Consiglio di Stato, Sezione Sesta, 31 marzo 2011, n. 1983; Consiglio di Stato, Sezione Quarta, 14 aprile 2014, n. 1805).

5.2 – Orbene, l’istanza di riesame de qua è stata presentata dall’interessato il 16 febbraio 2017, “sulla base delle sopravvenienze palesate” e cioè: per un verso, della sentenza del T.A.R. Bolzano, Sezione Prima, 31 ottobre 2016, n. 301 (che avrebbe sancito l’illegittimità del c.d. “effetto espulsivo”, conseguente all’impedimento, di fatto, dell’erogazione del gioco legale sull’intero territorio comunale di Bolzano); e, per altro verso, della Perizia tecnica di parte asseritamente “attestante l’inesistenza di aree nel territorio gallipolino non sottoposte al vincolo di cui all’art. 7 della L.R. n. 43/2013” (con la conseguente “impossibilità giuridica di volturare il … centro di raccolta scommesse in altro luogo del territorio gallipolino”).

Indi, il provvedimento prot. n. 9023/2017 è stato adottato all’esito della valutazione della predetta istanza e ha ribadito le precedenti determinazioni inibitorie, (da un lato) richiamando le pronunce cautelari dei Giudici Amministrativi di primo e secondo grado (che hanno, sia pure interinalmente, acclarato la sostanziale legittimità delle statuizioni già assunte), e (dall’altro) ritenendo inconferente l’invocata pronuncia del T.A.R. Bolzano, “attesa la sua riferibilità alla situazione sottoposta al vaglio del T.A.R. di Bolzano certamente caratterizzata da specifiche peculiarità ( territoriali e soggettive) non scontatamente coincidenti con quelle riferibili al territorio del Comune di Gallipoli”.

E’ evidente, quindi, che il provvedimento de quo ha natura giuridica di atto di conferma propria, in quanto adottato all’esito di una rinnovata istruttoria e di una nuova (complessiva) (ri)valutazione degli elementi di fatto e di diritto veicolati con la suddetta istanza di riesame (con la conseguente rinnovata lesività).

5.3 – Ciò premesso, nel merito, i motivi aggiunti sono infondati.

6. – Il ricorrente deduce, in primo luogo, che il provvedimento di conferma impugnato sarebbe fondato su di una motivazione apparente, non rilevando le ragioni poste a base del gravato atto: ciò in quanto, essenzialmente, il civico Ente non avrebbe valutato le “sopravvenienze” costituite dalla intervenuta conoscenza dell’impossibilità (secondo l’assunto) di esercitare (nel rispetto dell’art. 7, comma 2 della L.R. n. 43/2013) l’attività di raccolta scommesse nel territorio gallipolino, acclarata, appunto, tramite la Perizia tecnica del febbraio 2017 (la quale ha concluso – cfr. par. 5 – che “parametri così stringenti imposti dall’attuale L.R. n° 43/2013, stabiliti in 500 mt dai luoghi sensibili, siano da considerarsi per il Comune di Gallipoli improponibili ed inattuabili sia per l’attuale dislocazione dei punti sensibili, sia per il numero elevato degli stessi”). Peraltro, “l’effetto espulsivo per gli operatori del settore del gioco legale” sarebbe il medesimo rispetto alla fattispecie di cui alla menzionata pronuncia del T.A.R. Bolzano (98,6% del territorio di Bolzano, a fronte del 95% di quello gallipolino).

Il ricorrente lamenta, altresì, che la P.A. non avrebbe applicato l’art. 7, comma 2 della Legge Regionale pugliese secondo il criterio dell’interpretazione conforme/compatibile/costituzionalmente orientata, sulla base di “plurimi parametri costituzionali”, e precisamente delle seguenti norme della Carta Fondamentale: l’art. 3 (“sotto il profilo della ragionevolezza”), l’art. 41 (sotto il profilo delle limitazioni all’iniziativa economica privata), l’art. 97 (<<atteso che il “proibizionismo” di cui all’effetto espulsivo predetto>> costituirebbe “l’antitesi del perseguimento del buon andamento dell’azione amministrativa”), l’art. 117, comma 3 (“sotto il profilo della tutela della salute”).

Asserisce, poi, che la suddetta interpretazione costituzionalmente orientata imporrebbe: da un lato, di ricondurre alla discrezionalità mista e non all’attività vincolata la prefata norma regionale; e, dall’altro, “di escluderne la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale (sotto profili diversi, ovviamente, da quelli sollevati dall’ordinanza collegiale n. 1529/13 …” di questo T.A.R.).

In definitiva, il Comune di Gallipoli si sarebbe limitato ad applicare “direttamente” e pedissequamente il più volte citato art. 7, comma 2 della Legge Regionale n. 43/2013, senza svolgere alcuna istruttoria sull’ <<effettiva incidenza, nel territorio gallipolino, del predetto distanziometro, in relazione alle ricadute “positive” sulla salute pubblica e “negative” per gli operatori del settore del gioco lecito>>, né accertare la possibilità di esercizio di tale attività in altro punto del territorio comunale (territorio, questo, connaturato da forte antropizzazione, cui corrisponde la presenza di numerosi luoghi “sensibili”), in conformità alla normativa regionale de qua.

6.1 – L’articolata censura non merita accoglimento.

6.1.1 Quanto alla questione di legittimità costituzionale (prospettata – genericamente – “sotto profili diversi, ovviamente, da quelli sollevati dall’ordinanza collegiale n. 1529/13 …” di questo T.A.R.), il Collegio ritiene che la stessa sia: per un verso, irrilevante (non essendo stata adeguatamente dimostrata l’allegata impossibilità di gestione di un punto di raccolta scommesse nell’intero ampio territorio comunale di Gallipoli, in quanto – tra l’altro – le previsioni urbanistiche di differente destinazione d’uso degli immobili possono anche essere modificate su istanza di parte); e, per altro verso, comunque, manifestamente infondata, non ravvisandosi violazione alcuna dei principi di ragionevolezza, di libertà d’iniziativa economica e di buon andamento dell’azione amministrativa.

Ed invero, le disposizioni regionali censurate si basano su di un ragionevole bilanciamento di interessi costituzionalmente rilevanti, non incidendo direttamente sulla individuazione e sulla installazione dei giochi leciti, bensì su fattori (quali la prossimità a determinati luoghi e la pubblicità) che potrebbero indurre al gioco un pubblico costituito da soggetti psicologicamente più vulnerabili od immaturi e, quindi, maggiormente esposti alla capacità suggestiva dell’illusione di conseguire, tramite il gioco, vincite e facili guadagni (con le inevitabili conseguenze sociali) (arg. ex in tal senso, T.A.R. Puglia, Bari, Sezione Prima, 13 maggio 2015, n. 700).

In definitiva, “La circostanza che una determinata attività sia considerata lecita non comporta, di per sé, che essa possa essere svolta in qualsiasi luogo: limitazioni alla libera iniziativa economica sono sempre possibili, se poste a difesa di interessi di rango costituzionale” (in tal senso proprio l’invocata sentenza del T.A.R. Bolzano n. 301/2016, nel ribadire la legittimità costituzionale della Legge Provinciale n. 13/2012, statuente distanze minime dai luoghi cc.dd. “sensibili”).

D’altro canto, “la Corte di Giustizia Europea ha specificato che, in subiecta materia, eventuali restrizioni alla disciplina Europea sono giustificate da esigenze imperative connesse all’interesse generale, come ad esempio la tutela dei destinatari del servizio e dell’ordine sociale, la protezione dei consumatori, la prevenzione della frode e dell’incitamento dei cittadini ad una spesa eccessiva legata al gioco medesimo (v. in tal senso, ex plurimis, sentenza 24 gennaio 2013, nelle cause riunite C-186/11 e C-209/11; sentenza 19 luglio 2012, nelle cause riunite C-213/11, C-214/11 e C-217/11), con conseguente legittima introduzione, da parte degli Stati membri (e delle loro articolazioni ordinamentali), di restrizioni all’apertura di locali adibiti al gioco, a tutela della salute di determinate categorie di persone maggiormente vulnerabili in funzione della prevenzione della dipendenza dal gioco (interesse fondamentale, salvaguardato dallo stesso Trattato CE)…” (Consiglio di Stato, Sezione Sesta, 11 settembre 2013, n. 4498).

In conclusione, le disposizioni normative regionali sui limiti di distanza imposti alle sale da gioco dai luoghi “sensibili” sono dirette al perseguimento di finalità (anzitutto) di carattere socio-sanitario e sono riconducibili, principalmente, nell’ambito della materia della tutela della salute, rientrante nella competenza legislativa concorrente Stato – Regione, ex art. 117, comma 3 della Costituzione, senza che possa configurarsi, in subiecta materia, violazione alcuna dei principi espressi da norme statali (sotto tale aspetto, si vedano – pure – le considerazioni espresse, in particolare, al punto n. 4.1 della più volte citata sentenza della Corte Costituzionale n. 108/2017).

6.1.2 – Quanto al merito dei motivi aggiunti, osserva la Sezione (come già innanzi esposto) che il Comune di Gallipoli, accertata – nel caso di specie – l’oggettiva violazione delle distanze de quibus (non oggetto di contestazione alcuna in punto di fatto), ha correttamente e doverosamente applicato, nell’esercizio di attività vincolata, l’art. 7 della Legge Regionale n. 43/2013 (non sussistendo, quindi, la dedotta necessità di ulteriore istruttoria).

E’ evidente, poi, che un’interpretazione costituzionalmente orientata non può estendersi fino alla disapplicazione dei precisi limiti chiaramente e direttamente imposti dalla norma regionale medesima (disposizione, come visto, immune da qualsivoglia censura di illegittimità costituzionale).

Occorre, a questo punto, solo aggiungere che la perizia tecnica prodotta dal ricorrente non può escludere la dovuta applicazione della norma della Legge Regionale, (norma) che opera una valutazione di “prevenzione logistica” (tramite il c.d. “distanziometro”) operante su tutto il territorio della Regione Puglia.

Né, comunque, come pure innanzi esposto, risulta, nella specie, convincentemente dimostrata l’allegata impossibilità di gestione di un punto di raccolta di scommesse nell’intero ampio territorio comunale di Gallipoli, nel rispetto della distanza di cinquecento metri dai luoghi “sensibili”, considerato (tra l’altro) che le previsioni urbanistiche di differente destinazione d’uso degli immobili possono anche essere modificate su istanza di parte.

In ogni caso, poi, resta ferma la fissazione dei citati limiti di distanza ad opera direttamente della Legge Regionale, posto che, in base ad un giudizio di bilanciamento degli opposti interessi (costituzionalmente rilevanti), risulta “prevalente l’esigenza di tutelare gli interessi sensibili indicati nella L.R. Puglia 13 dicembre 2013, n. 43 che paiono comunque, eventualmente ed in ipotesi, idonei ad inibire in toto l’attività…., ove non sia possibile in concreto collocare la sede dell’attività nel territorio comunale senza violare le distanze di cui alla predetta legge, funzionali a garantire la protezione di tali interessi” (come già chiarito, sia pure in sede cautelare, dalla Quinta Sezione del Consiglio di Stato con l’ordinanza 11 maggio 2017, n. 1981).

7. – Per tutto quanto innanzi esposto, il ricorso e i motivi aggiunti devono essere respinti.

8. – Sussistono i presupposti di legge (l’assoluta novità di taluna delle questioni trattate) per disporre l’integrale compensazione tra le parti delle spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce – Sezione Terza, definitivamente pronunciando sul ricorso indicato in epigrafe, integrato dai motivi aggiunti proposti in corso di causa, lo respinge”.

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