«Ho piena fiducia nella giustizia, una decisione della Corte di Cassazione va accettata anche quando è negativa. Una cosa però deve essere chiara: il contenzioso sul passato continuerà. Reagiremo all’ordinanza pubblicata ieri, a tutela dei nostri diritti nei modi consentiti dall’ordinamento interno ed europeo». È il primo commento di Giovanni Garrisi (nella foto), CEO Stanleybet, all’ordinanza con cui la Corte di Cassazione ha confermato l’obbligo di versamento dell’imposta scommesse per i gestori dei centri senza concessione.

Ma, aggiunge Garrisi, «Non è la prima volta che la Suprema Corte, in altre composizioni, ha poi cambiato orientamento. Sono convinto che ci sarà una lettura e una disamina ulteriore delle molteplici istanze difensive rimaste senza risposta. Per la Cassazione Penale l’attività della compagnia è pienamente lecita, ma ci viene chiesto dal regolatore di pagare l’imposta unica sulla base di una legge che ha come presupposto lo scoraggiamento del gioco illecito. Insomma, anziché dirci che, dato che la nostra attività è lecita, abbiamo anche il dovere di pagare l’imposta unica (il che è pacificamente accettabile) ci viene detto che dobbiamo pagare l’imposta unica sulla base di una legge fatta per gli operatori illeciti, il che, anche moralmente, è difficile da accettare. Che si creda o no, questo è il nocciolo del problema. Stiamo cercando, nella nostra interlocuzione con ADM, di trovare soluzioni per il pagamento dell’imposta unica sulle scommesse per il futuro. Una mia lettera in tal senso, spedita al Direttore ADM in data 01.03.2021, ove è contenuta addirittura la proposta di iniziare a pagare l’imposta unica in Italia con decorrenza retroattiva 01.01.2021, è in attesa di risposta. Lettere di disponibilità al pagamento dell’imposta unica in Italia sono state inviate dalla Stanley ad ADM fin dal 30.06.2016. Ma una vera interlocuzione è iniziata, con l’attuale Direttore, solo dall’inizio dello scorso anno e sicuramente sono stati fatti progressi nella giusta direzione. Continueremo ad impegnarci per far comprendere in tutte le sedi giudiziarie di tutti i gradi le ragioni del nostro dissenso dalla recente ordinanza della Cassazione, che lascia aperte vaste aree di incertezza e non affronta diverse questioni costituzionali e di diritto europeo. Sotto altro riguardo, non posso non ricordare che l’ordinanza appena pubblicata è stata resa con procedura di camera di consiglio non partecipata, vale a dire, senza udienza pubblica e senza audizione orale dei difensori, nonostante specifiche istanze depositate e reiterate in ogni singola causa, che sono state espressamente rigettate. Questa scelta procedurale della Suprema Corte, non realmente motivata e francamente poco comprensibile, trattandosi di una vicenda giunta per la prima volta al suo massimo grado di giurisdizione, che ha impegnato per anni e anni i giudici di ogni ordine e grado in migliaia di cause, la Corte Costituzionale e la Corte di Giustizia Europea, ha visto nella oggettività violato un elemento-chiave del giusto processo: il diritto fondamentale all’udienza pubblica con la presenza fisica in udienza dei difensori e il contradditorio reale con il Procuratore Generale ed il Collegio giudicante. La compagnia inizierà immediatamente a lavorare su un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Non è sorprendente che l’atto finale di un immenso contenzioso lungo ben 11 anni – che coinvolge l’economia e, in definitiva, il reddito e la vita di migliaia di famiglie, per di più, nei tempi difficili della pandemia – sia stato celebrato senza la presenza fisica e il contraddittorio della difesa dei CTD e della Stanley? Ma c’è di più: è ora sotto attenta valutazione anche il rifiuto da parte del Collegio giudicante di considerare, e dare giusto seguito, alla nostra richiesta di un nuovo rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia per fare chiarezza sulla quanto mai oscura sentenza ‘Stanleyparma’. Un rifiuto che noi non possiamo accettare e, per il quale, ben conosciamo i rimedi consentiti dal nostro ordinamento. È forte l’impressione che l’ordinanza della Cassazione, che ha, in sostanza, completamente ignorato gli argomenti della difesa, possa apparire, per così dire, “già scritta” e che le sue motivazioni abbiano ricostruito in ‘buona forma’ una conclusione già raggiunta. Ciò nonostante, ribadisco la mia fiducia nella giustizia, ed il mio rispetto per la decisione della Corte. Quindi, fatto salvo l’esercizio in parallelo dei nostri diritti, e ogni ulteriore iniziativa giudiziaria, la compagnia intende proseguire il dialogo con il regolatore per cercare di delineare una applicazione quanto più possibile condivisa delle conseguenze dell’ordinanza».

Tra i passaggi più significativi della sentenza della Cassazione si legge: “Sin dalle origini il tributo sui giochi e le scommesse, che è frutto del percorso evolutivo iniziato con la tassa di lotteria (art. 6 del d.lgs. 14 aprile 1948, n. 496), è stato pensato in relazione alle attività di gioco: già nella relazione ministeriale al disegno di legge istitutivo dell’imposta unica n. 2033 presentato il 15 giugno 1951, si leggeva, quanto ai giochi riservati al CONI e all’UNIRE, che questi «…debbono allo Stato, per l’esercizio delle attività di giuoco predette, la corresponsione di una tassa di lotteria…». Sicché il presupposto dell’imposizione non è stato correlato alla giocata in sé, ma alla prestazione di un servizio, che è, appunto, il servizio di gioco. Il prelievo colpisce dunque il prodotto che è offerto al consumatore tramite l’organizzazione dell’attività, sotto forma di servizio. 5. E queste ragioni di ordine storico e sistematico innervano il quadro normativo applicabile, che è così articolato: – conformemente all’art. 1 del d.lgs. 23 dicembre 1998 n. 504, volto al riordino dell’imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse, a norma dell’art. 1, comma 2, I. 3 agosto 1998 n. 288, l’imposta unica è dovuta per i concorsi pronostici e le scommesse di qualunque tipo, relativi a qualunque evento, anche se svolto all’estero; l’art. 3 del suddetto d.lgs. n. 504/88, intitolato ai soggetti passivi, stabilisce che «Soggetti passivi dell’imposta unica sono coloro i quali gestiscono, anche in concessione, i concorsi pronostici e le scommesse»; – a norma dell’art. 1, comma 66, della I. n. 220/10 «(…) a) (…) l’imposta unica (…) è comunque dovuta ancorché la raccolta del gioco, compresa quella a distanza, avvenga in assenza ovvero in caso di inefficacia della concessione rilasciata dal ministero dell’economia e delle finanze -amministrazione autonoma dei monopoli di Stato; b) l’art. 3 del d. Igs. [n. 504/1998] si interpreta nel senso che soggetto passivo d’imposta è chiunque, ancorché in assenza o in caso di inefficacia della concessione rilasciata dal ministero dell’economia e delle finanze -amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, gestisce con qualunque mezzo, anche telematico, per conto proprio o di terzi, anche ubicati all’estero, concorsi pronostici o scommesse di qualsiasi genere. Se l’attività è esercitata per conto di terzi, il soggetto per conto del quale l’attività è esercitata è obbligato solidalmente al pagamento dell’imposta e delle relative sanzioni»; – l’art. 16 del d.m. economia e finanze 1° marzo 2006 n. 111 prevede che il concessionario effettui il pagamento delle somme dovute a titolo di imposta unica. 5.1.- L’intera disciplina dei tributi sui giochi risponde d’altronde a un impianto sistematico coerente. (…)

È chiara, d’altra parte, la ratio di una simile impostazione: lo Stato ha interesse, sia fiscale sia extrafiscale, che le attività di gioco che si realizzano sul proprio territorio -ossia, nel luogo dove si trova fisicamente lo scommettitore e comunque esse siano svolte- siano soggette al proprio ordinamento. 6.- Ad ogni modo, il quadro normativo dell’imposta unica sulle scommesse è stato sottoposto all’esame e della Corte costituzionale e della Corte di giustizia, che ne hanno compiutamente esaminato le relazioni rispettivamente con la Costituzione e col diritto unionale prospettate nell’odierno ricorso, fornendo chiari elementi per la soluzione anche dei dubbi ulteriori avanzati con la memoria illustrativa. 6.1.- La Corte costituzionale (con la sentenza 23 gennaio 2018, n. 27) ha dato atto dell’incertezza correlata all’interpretazione dell’art. 3 del d.lgs. 504/98 per il periodo antecedente alla disposizione interpretativa del 2010. L’art. 1, comma 66, della legge n. 220/10, tuttavia, ha sottolineato, ha sciolto ogni dubbio. Anzitutto, il legislatore ha chiarito, in generale, che l’imposta è dovuta anche nel caso di scommesse raccolte al di fuori del sistema concessorio: anche il bookmaker privo di concessione gestisce le scommesse, realizzando in tal modo il presupposto impositivo, e comunque assume il rischio proprio dei contratti di scommessa.

7.- Inoltre, il legislatore ha stabilito (in un punto della motivazione la Corte costituzionale specifica che «…il legislatore ha così esplicitato….») che pure le ricevitorie operanti, come nel caso in esame, per conto di bookmakers privi di concessione, svolgono un’attività gestoria che costituisce il presupposto dell’imposizione e, per conseguenza, sono obbligate al versamento del tributo e delle relative sanzioni. L’attività consiste nella raccolta delle scommesse, il volume delle quali determina anche la provvigione della ricevitoria e per conseguenza il suo stesso rischio imprenditoriale. Il titolare della ricevitoria, dunque, benché non partecipi direttamente al rischio connaturato al contratto di scommessa, comunque assicura la disponibilità di locali idonei e la ricezione della proposta, si occupa della trasmissione al bookmaker dell’accettazione della scommessa, dell’incasso e del trasferimento delle somme giocate, nonché del pagamento delle vincite secondo le procedure e le istruzioni fornite dal bookmaker.

7.1.- La stessa giurisprudenza penale citata in memoria dai contribuenti (ossia Cass. 9 luglio-9 settembre 2020, n. 25439) evidenzia la rilevanza del ruolo del ricevitore appartenente alla rete distributiva del bookmaker (punto 5), consistente nella «…raccolta e trasmissione delle scommesse per conto di quest’ultimo, rilasciando le ricevute emesse dal terminale di gioco -con le annesse attività di incasso delle poste e di pagamento delle eventuali vincite-…». Il rilievo autonomo dei ruoli di bookmaker e ricevitore si riverbera d’altronde anche sul piano civilistico, nella relazione con lo scommettitore: sia pure con riguardo al gioco del lotto, si è chiarito che sono due i rapporti obbligatori, quello concluso tra lo scommettitore e il raccoglitore e quello che si instaura tra lo scommettitore ed il gestore (Cass. 27 luglio 2015, n. 15731).

8.- Non si attaglia quindi al rapporto tra bookmaker e ricevitore, diversamente da quanto sostenuto in ricorso e in memoria, lo schema della solidarietà dipendente, che ricorre, invece, quando uno dei coobbligati, pur non avendo realizzato un fatto indice di capacità contributiva, si trova in una posizione collegata con il fatto imponibile o con il contribuente, sulla base di un rapporto a cui il fisco resta estraneo (in termini, da ultimo, Cass. n. 26480/20, cit.). Entrambi i soggetti, difatti, partecipano, sia pure su piani diversi e secondo differenti modalità operative, allo svolgimento dell’attività di “organizzazione ed esercizio” delle scommesse soggetta a imposizione.

8.1.- Non è allora irragionevole, ha sottolineato la Corte costituzionale (ancora con la sentenza n. 27/18), l’equiparazione, ai fini tributari, del “gestore per conto terzi” (ossia del titolare di ricevitoria) al “gestore per conto proprio” (ossia al bookmaker).

9.- La scelta di assoggettare all’imposta i titolari delle ricevitorie operanti per conto di soggetti privi di concessione, inoltre, ha aggiunto quella Corte, non viola il principio di capacità contributiva, se il rapporto tra il bookmaker e il titolare della ricevitoria che agisce per suo conto sia disciplinato da un contratto che regoli anche le commissioni dovute al ricevitore per il servizio prestato. Ciò perché attraverso la regolazione delle commissioni il titolare della ricevitoria ha la possibilità di trasferire il carico tributario sul bookmaker per conto del quale opera.

9.1.- Per conseguenza la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3 del d.lgs. n. 504/98 e dell’art. 1, comma 66, lettera b), della I. n. 220/10, nella sola parte in cui prevedono che, nelle annualità d’imposta precedenti al 2011, siano assoggettate all’imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse le ricevitorie operanti per conto di soggetti privi di concessione. In quel periodo non si può difatti procedere alla traslazione dell’imposta, perché l’entità delle commissioni già pattuite fra ricevitorie e bookmaker si era già cristallizzata sulla base del quadro precedente alla I. n. 220/10.

10.- Quella Corte ha anche chiarito (punto 4.5) che, in mancanza di regolazione degli effetti transitori e in considerazione della natura interpretativa dell’art. 1, comma 66, lettera b), della I. n. 220/10, la disposizione va applicata anche ai rapporti negoziali perfezionatisi prima della sua entrata in vigore. La disposizione interpretativa del 2010 costituisce altresì parametro normativo di riferimento per definire negozialmente l’assetto di interessi delle parti, sia in caso di rapporti sorti successivamente sia per quelli già sorti e destinati a protrarsi. Le parti, difatti, possono rimodulare la regolazione negoziale delle commissioni al fine di trasferire il carico tributario sul bookmaker per conto del quale opera la ricevitoria. E ciò perché la configurazione legale, come definita dalla Corte costituzionale, conforma la regolazione negoziale.

10.1.- In conclusione, per tutti i periodi d’imposta quanto al bookmaker e, in relazione al ricevitore, per i periodi d’imposta a decorrere dal 2011, la censura complessiva è infondata. Né può in alcuna maniera incidere, in relazione al bookmaker, con riguardo al quale non si configura alcun vulnus di capacità contributiva, l’annullamento in autotutela che ha riguardato il ricevitore, in base alle considerazioni che precedono. (…)

La Corte di giustizia ha escluso qualsivoglia discriminazione tra bookmakers nazionali e bookmakers esteri. L’imposta unica si applica difatti a tutti gli operatori che gestiscono scommesse raccolte sul territorio italiano, senza distinzione alcuna in funzione del luogo in cui essi sono stabiliti (punto 21 di Corte giust. in causa C-788/18), di modo che «…rispetto a un operatore nazionale che svolge le proprie attività alle stesse condizioni di tale società, la Stanleybet Malta non subisce alcuna restrizione discriminatoria a causa dell’applicazione nei suoi confronti di una normativa nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale» (punto 24).

12.1.- Anzi, come ha sottolineato la Corte costituzionale (ancora con la sentenza n. 27/18), a seguire la tesi prospettata in ricorso e ribadita in memoria si giungerebbe ad una discriminazione al contrario: la scelta legislativa «risponde ad un’esigenza di effettività del principio di lealtà fiscale nel settore del gioco, allo scopo di evitare l’irragionevole esenzione per gli operatori posti al di fuori del sistema concessorio, i quali finirebbero per essere favoriti per il solo fatto di non aver ottenuto la necessaria concessione…».

13.- Né v’è l’incongruenza, segnalata in memoria, tra i punti 17, 26 e 28 della sentenza resa dalla Corte di giustizia nella causa C-788/18, cit. Col punto 17, in relazione al bookmaker, ci si limita a stabilire in via generale che la libera prestazione di servizi non tollera restrizioni idonee a vietare, ostacolare o a rendere meno attraenti le attività del prestatore stabilito in un altro Stato membro; ma col punto 24 si specifica, in concreto, che la normativa italiana «non appare atta a vietare, ostacolare o rendere meno attraenti le attività di una società, quale la Stanleybet Malta, nello Stato membro interessato».

13.1.- Quanto al centro trasmissione dati, col punto 26 ci si limita a ribadire che il bookmaker estero esercita un’attività di gestione di scommesse «allo stesso titolo degli operatori di scommesse nazionali» ed è per questo che il centro di trasmissione dati che opera quale suo intermediario risponde dell’imposta, a norma dell’art. 1, comma 66, lett. b), della I. n. 220/10. Ma ciò non toglie, si aggiunge col punto 28, che la situazione del centro trasmissione dati che trasmette i dati di gioco per conto degli operatori di scommesse nazionali è diversa da quella del centro trasmissione che li trasmette per conto di un operatore che ha sede in altro Stato membro. La statuizione non è affatto oscura, come si deduce in memoria. La diversità della situazione è in re ipsa, per il fatto stesso che si tratta di soggetto che raccoglie scommesse per conto di un bookmaker estero, tenuto conto, come puntualmente rimarcato dalla Corte di giustizia, degli obiettivi perseguiti dal legislatore italiano, tra i quali si colloca, come si è visto, oltre alle azioni di tutela sopra richiamate, anche quella di recupero di base imponibile e gettito, a fronte dei fenomeni di elusione e di evasione fiscale. In questo contesto, il ricorso al sistema delle concessioni costituisce «…un meccanismo efficace che consente di controllare gli operatori attivi in questo settore, allo scopo di prevenire l’esercizio di queste attività per fini criminali o fraudolenti» (Corte giust. 19 dicembre 2018, causa C-375/17, Stanley International Betting e Stanleybet Malta, punto 66, richiamata al punto 18 della sentenza in causa C-788/18, cit.; coerente, nella giurisprudenza interna, Cass., sez. un., 29 maggio 2019, n. 14697, punto 10). Di qui l’esclusione, anche con riguardo alla posizione del centro trasmissione dati, di qualsiasi restrizione discriminatoria e di pregiudizio della libertà di prestazione di servizi”.

Leggi il testo pronuncia della Cassazione a questo link.