Stop alle scommesse anche nelle sale di via Calamattia e via Brigata Sassari. L’amministratore Massimiliano Orlandini: “Tavoli distanziati e gel, tante spese per garantire sicurezza. La gente stava tornando ad abituarsi a trascorrere qualche ora tra una cartella e una chiacchiera, senza impoverirsi”.

Le sale bingo di tutta Italia sono tra le strutture che ricevono, stando all’ultimo Dpcm del Governo, una restrizione non da poco conto. Chiusura alle ventuno, tutti i giorni, sino al prossimo tredici novembre. A Cagliari e Quartu sono due le sale aperte, in via Calamattia e via Brigata Sassari. Quella cagliaritana, amministrata come quella quartese da Massimiliano Orlandini, aveva riaperto il primo luglio scorso, come si legge su www.castedduonline.it: “Abbiamo adeguato i protocolli, tra distanziamenti fisici e dei tavoli, distanziati cinque metri, e ridotto i posti di oltre un terzo. Ora, con la chiusura alle 21, ci prepariamo ad affrontare una forte crisi, dovuta a un calo di fatturato di oltre il cinquanta per cento”. La rabbia c’è, soprattutto perchè “eravamo riusciti, in pochi mesi ad assorbire l’impatto del Covid, riuscendo a far lavorare tutti i dipendenti” che, tra le due sale, sono all’incirca “un centinaio”. Il ragionamento di Orlandini è chiaro: “Spese per adeguarci, riuscendo a garantire la piena sicurezza di lavoratori e clientela, ma la stretta arriva lo stesso.

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“I dipendenti indossano la mascherina otto ore al giorno, è difficile ma lo fanno”, afferma Orlandini. “Il livello occupazione sarà garantito al cento per cento anche se veniamo messi davanti ad una grave crisi. Siamo anche stati esclusi da qualunque tipo di aiuto regionale. Eravamo riusciti a conquistare la fiducia della clientela. Da noi vengono clienti, non giocatori. C’è chi spende un euro per una cartella, chi rimane un’ora e chi tre ore. La nostra è un’attività di grande svago” e riusciva a garantire “una ricchezza collettiva. C’è la fiducia del rispetto della sicurezza”, rimarca l’amministratore delle due sale bingo, facendo un parallelismo col mondo della ristorazione: “Uno non è costretto ad andare in una pizzeria, ci va solo se intercetta la fiducia, se vede che c’è la profusione di un lavoro e un’attenta applicazione di tutti quelli che sono i protocolli che contrastano la diffusione del virus. È quello che stava succedendo con la nostra clientela, in ogni tavolo c’era anche l’igienizzante”.