Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro il Ministero dell’Economia e delle Finanze per il risarcimento dei danni causati dal distacco, a far data dall’8.7.13, dei collegamenti dal totalizzatore nazionale delle concessioni ippiche e sportive.

Si legge: “1. La ricorrente era titolare di un’agenzia ippica (c.d. storica) e dal mese di luglio 2013 non svolge più l’attività di raccolta delle scommesse poiché, dopo la scadenza della concessione ippica avvenuta nel 2012, non si è aggiudicata la concessione di uno dei 2000 diritti posti a gara, indetta con bando del 31 luglio 2012, ai sensi dell’art. 10, comma 9-octies, del decreto legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito dalla legge n. 44 del 2012.

Con il ricorso indicato epigrafe, essa ha impugnato il provvedimento dell’ADM con cui è stato disposto il distacco dal totalizzatore nazionale delle concessioni ippiche e sportive “rinnovate” e delle relative concessioni a distanza nei confronti dei soggetti non più aggiudicatari, né in forma diretta né in forma-indiretta, delle concessioni di cui alla procedura di selezione indetta con bando del 31 luglio 2012.

Il ricorso è affidato due motivi con i quali si chiede che venga accertata l’illegittimità del distacco dal totalizzatore nazionale disposto dall’ADM per violazione dell’art. 10, commi 9-octies e 9-novies, del decreto legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito dalla legge n. 44 del 2012, oltre che per eccesso di potere e che, per l’effetto, venga riconosciuto il risarcimento dei danni subiti a causa della condotta dell’amministrazione.

Nel costituirsi in giudizio, l’ADM ha evidenziato come il distacco dal totalizzatore nazionale sia stato disposto senza violare il dettato dell’art. 10, comma 9-nonies, del decreto legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito dalla legge n. 44 del 2012, testualmente inapplicabile al caso di specie, ed ha concluso per il rigetto del ricorso.

2. All’udienza del 25 settembre 2020, la causa veniva trattenuta in decisione.

3. Il ricorso non è fondato.

Ai sensi dell’art. 30, comma 1, c.p.a., “L’azione di condanna può essere proposta […] nei soli casi di giurisdizione esclusiva […] anche in via autonoma” e può riguardare, ai sensi del successivo comma 2, sia il risarcimento del danno ingiusto derivante “dall’illegittimo esercizio dell’azione amministrazione” sia il risarcimento del danno ingiusto derivante “da lesione di diritti soggettivi”.

Ai sensi dell’art. 34, comma 2, c.p.a., laddove viene in rilievo l’azione di risarcimento “per lesione di interessi legittimi” derivante “dall’illegittimo esercizio dell’azione amministrazione”, il giudice amministrativo “può conoscere della legittimità degli atti che il ricorrente avrebbe dovuto impugnare con l’azione di annullamento di cui all’articolo 29”.

Dalla disciplina sull’azione di risarcimento del danno per lesione di interessi legittimi nell’ambito della giurisdizione esclusiva (in cui rientra il caso di specie) emerge come il presupposto indefettibile per esperire l’azione risarcitoria sia rappresentato dall’illegittimità del provvedimento o dell’azione amministrativa causa del pregiudizio subito, accertamento che tuttavia può avvenire incidenter tantum ai limitati fini dell’azione risarcitoria proposta.

Ai sensi dell’art. 64, comma 2, c.p.a., è pacifico tra le parti che la ricorrente non svolge più l’attività di raccolta delle scommesse dal mese di luglio 2013 poiché, dopo la scadenza della concessione ippica nel 2012, non si è aggiudicata alcuno dei diritti posti a gara ai sensi dell’art. 10, comma 9-octies, del d. l. 16/2012, convertito dalla legge 44/2012. È altresì pacifico che non è stato impugnato o comunque non è stato annullato il provvedimento di esclusione della ricorrente dal rinnovo della precedente concessione.

4. Ne consegue allora che il distacco della ricorrente dalla rete del totalizzatore nazionale relativo alla raccolta delle scommesse ippiche si pone quale atto necessario e dovuto da parte dell’amministrazione poiché disposto nei confronti degli operatori che, come la ricorrente, non avendo ottenuto il diritto concessorio posto a gara, non hanno (più) titolo per rimanere collegati al totalizzatore nazionale.

In questo senso depone il chiaro tenere letterale dell’art. 10, comma 9-novies, del d. l. 16/2012, convertito dalla legge 44/2012, ai sensi del quale “I concessionari per la raccolta delle scommesse di cui al comma 9-octies in scadenza alla data del 30 giugno 2012 proseguono le loro attività di raccolta fino alla data di sottoscrizione delle concessioni accessive alle concessioni aggiudicate ai sensi del predetto comma”.

5. Come correttamente evidenziato dall’amministrazione, la portata della disposizione è nel senso di consentire ai concessionari per la raccolta delle scommesse “in scadenza alla data del 30 giugno 2012” la prosecuzione dell’attività di raccolta fino alla data di sottoscrizione delle concessioni accessive alle “concessioni aggiudicate” sulla base della nuova gara e non già nel senso di consentire la prosecuzione dell’attività anche in favore degli operatori che non avevano ottenuto tale aggiudicazione.

Nel caso di specie, la ricorrente rientra tra i soggetti che non hanno ottenuto il rinnovo della concessione per le scommesse ippiche per il periodo successivo all’originaria scadenza del titolo concessorio.

Tale circostanza rende la successiva condotta del distacco dal totalizzatore, posta in essere dall’amministrazione nei confronti della ricorrente, pienamente legittima poiché adottata sulla base del provvedimento con il quale si è escluso il rinnovo della concessione dell’operatore economico in forza di una valida disposizione di legge.

Attesa la piena conformità all’ordinamento – e quindi l’assenza di antigiuridicità – della condotta tenuta dall’amministrazione, viene meno il primo dei presupposti fondanti l’azione risarcitoria ossia l’“illegittimo esercizio dell’azione amministrazione”, fermo restando che la stessa azione risarcitoria appare comunque infondata sotto il profilo della prova del danno che è onere della parte interessata (art. 2697 c.c.) dimostrare nel “suo preciso ammontare” (art. 1226 c.c.).

6. In conclusione, il ricorso non è fondato e va respinto.

La condanna alle spese di giudizio segue la soccombenza e vengono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, Sezione Seconda Stralcio, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese legali in favore dell’amministrazione resistente che liquida in complessive Euro 1.000,00 oltre IVA, CAP e oneri di legge”.