La Corte Costituzionale era chiamata ad esprimersi sull’ipotesi che si sia venuto a creare uno squilibrio nella gestione del gioco del bingo a causa dell’eccessiva onerosità delle concessioni, dati gli aumenti dei canoni di proroga che si sono susseguiti nel tempo. Alla fine la Corte si è riservata la decisione sulla controversia.

Tra gli intervenuti il relatore Giuliano Amato ha spiegato: “La vicenda nasce dall’evoluzione legislativa sulle concessioni per le sale gioco, che inizialmente erano state conferite a titolo gratuito. Poi dal 2013 vengono assoggettate ad un canone che diventa nel tempo il canone da versarsi in regime di proroga tecnica. L’iniziale canone era 2.800 euro mensili, poi nel 2015 diventa 5mila e nel 2017 arriva a 7mila e 500 euro. Quest’ultimo aumento determina la reazione delle società concessionarie. L’aumento del 2017 sembra avere come unico criterio quello di aumentare il canone. C’è irrazionalità e disparità di trattamento perchè l’incidenza del canone è profondamente diversa tra i concessionari che viaggiano dai 15 milioni in su che sono pochi e i piccoli concessionari. L’Agenzia delle Entrate poteva fare di più, non c’è stato sforzo sufficiente nell’elaborazione dei dati, ci ha solo trasmesso l’elenco dei concessionari con i dati relativi a ciascuno. E’ stato fatto meglio dall’Ufficio di Bilancio, che ha relazionato sull’incidenza dei canoni sulla raccolta 2019, risultata pari all’1,2%. Per il 90% delle concessioni si va dallo 0,8% al 2,7%, però mentre per le concessioni più ricche è dello 0,4%, per le più povere arriva al 7%. Sulla procedura selettiva avevamo chiesto dati al Consiglio di Stato, mancava però il parere della Conferenza Stato-Regioni. Tutto poi è rimasto sospeso a singhiozzo per le vicende Covid”.

Per l’avvocato Alessandro Dagnino: “Vi è una evidente distorsione, discriminazione e irragionevolezza della normativa. Per i più grandi con un fatturato superiore ai 15 milioni l’incidenza del canone è dello 0,5%, mentre per i più piccoli con fatturato inferiore ai 2mila euro il canone è 14 volte superiore rispetto ai più grandi, si attesta infatti sul 7%. C’è quindi una discriminazione irragionevole che evidenziamo nei ricorsi. Secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio si tratta di una discriminazione che avvantaggia le concessioni più redditizie finendo per estromettere dal mercato le sale bingo di minore dimensione”. Sulla stessa linea l’avvocato Luca Porfiri: “L’Ufficio parlamentare di Bilancio fa meglio di Adm, riconosce che il meccanismo della proroga automatica con onere concessorio uniforme favorisce le sale più redditizie. In questa discrepanza rileviamo elementi di incostituzionalità. Oltretutto non si tratta di una proroga tecnica, dato che è passato il tempo della durata di una concessione, 9 anni”. Il legale Alvise Vergerio di Cesana ha aggiunto: “L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha ammesso che viste le normative regionali è difficile arrivare a una gara. Finchè non si riesce a raggiungere un’intesa con gli Enti Locali è probabile che anche il termine del 2023 verrà disatteso. La situazione provvisoria andrà avanti all’infinito. Se il legislatore vuole bandire il gioco, lo faccia in maniera trasparente”. L’avv. Matilde Tariciotti: “Le sale hanno difficoltà ad effettuare scelte imprenditoriali a causa delle modifiche apportate nel corso degli anni, lo afferma lo stesso Tar. Con la prima proroga si parlava di un orizzonte temporale di 2 anni, con un canone di 2.800 euro e una base d’asta di circa 350mila euro. Dal 2013 però tutti questi elementi sono cambiati, anche i 350mila euro potrebbero essere messi in discussione, potrebbe mutare l’importo a seconda della localizzazione della sala. La proroga si è trasformata in una sorta di strumento darwiniano, resisteranno solo i concessionari più robusti. I dati dell’Agenzia inoltre sono fuorvianti, si parla di dati grezzi basati sui ricavi, ma non si tiene conto dei costi, che sono elevatissimi come evidenziato dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio. L’utile è estremamente esiguo e il canone incide profondamente sul suo importo”. I difensori degli operatori hanno quindi evidenziato la necessità di “frenare i regimi fiscali impropri. La norma travalica il fine voluto dal legislatore, apparentemente tecnico e di economicità, per riallineare le concessioni prima del nuovo bando. C’è un alterazione importante del mercato. Gli operatori sono costretti a portare un peso che sarà rilevante al momento della gara, visto che le disponibilità saranno limitate”.

L’avvocato dello Stato, Fabio Elefante: “La Corte restituisca gli atti al Tar, come già avvenuto nel caso dei 500 milioni. La sostenibilità dell’onere economico non dovrebbe costituire un parametro di legittimità delle norme censurate. La situazione è legata all’operatività del sistema nella quale il legislatore è intervenuto con l’idea di trovare una soluzione, anche se difficile. C’è stato un cambiamento del quadro normativo. Oltre al rinvio della gara al 2023, ci sono una serie di previsioni che alleviano la situazione delle sale, come la riduzione dei canoni. Sono anche stati emessi una serie di provvedimenti che sospendono il pagamento del canone durante la pandemia. I concessionari che hanno lasciato il mercato sono pochi, nel 2013 ce n’erano 214, nel 2019 erano 196. L’idea che non ci sia un futuro desta perplessità. Lo scenario prefigurato non corrisponde alla realtà”.