Commento a SENTENZA CORTE DI CASSAZIONE N.13795 DEL 7.3.2019
a cura di MARCO RIPAMONTI (avvocato)
RICCARDO RIPAMONTI (V anno Giurisprudenza, Università Bocconi)

L’art.648, ter 1 Codice Penale prevede il reato di autoriciclaggio, per il quale risponde del reato stesso chiunque, avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, impiega, sostituisce, trasferisce in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.

Il secondo ed il terzo comma prevedono pene specifiche per le ipotesi in cui il denaro, i beni o le altre utilità provengano dalla commissione di determinati delitti, mentre il quarto comma esclude la punibilità laddove, fuori dei casi di cui ai superiori commi, i denari, beni ed altre utilità vengano destinati alla mera utilizzazione o al godimento personale.

La questione giuridica trattata dalla sentenza in esame si concreta nella applicabilità, o meno, del reato di autoriciclaggio a quelle ipotesi in cui i proventi del reato (nel caso specifico di una truffa) vengano impiegati in giochi e scommesse.

Il Tribunale del Riesame di Milano, adito in fase cautelare, aveva escluso in simile fattispecie il fumus del reato in parola per insussistenza del presupposto indiziario. Il Collegio cautelare ambrosiano era giunto a tale conclusione sulla base dei risultati di ricerca eseguita riguardo al concetto (l’unico eventualmente applicabile al caso di specie) di “attività speculativa”, che costituisce, per l’appunto, il presupposto del reato. Osservava detto Collegio come secondo la definizione contenuta nell’Enciclopedia delle scienze sociali edita da Treccani, alla voce “Speculazione” sia dato rilevare che nel linguaggio comune con il termine “speculazione” si definisca una operazione commerciale finalizzata a conseguire un guadagno in base alla differenza tra i prezzi attuali e quelli futuri previsti, eventualmente mediante variazioni artificiose del prezzo di beni accaparrati, per poi sfruttare detta variazione, in sostanza – nel gergo economico – una attività di acquisto o vendita di prodotti, avendo come motivo l’aspettativa di un cambiamento dei prezzi su cui guadagnare e non la mera finalità dell’uso dei beni stessi. Ciò che il Tribunale del Riesame rilevava, in definitiva, era la netta differenza tra un investimento di tipo speculativo ed il semplice impiego di denari in giochi e scommesse, atteso che mentre nell’investimento speculativo la sussistenza di rilevanti rischi è pur sempre frutto di un calcolo in funzione della prospettiva di guadagni anche molto elevati, nel caso dei giochi e delle scommesse l’esito è governato da un’alea incontrollabile, specie riguardo alle slot machines, in modo che l’impiego dei denari per tali attività esuli totalmente dal concetto di “speculazione”, comportando molto spesso la perdita della provvista ed essendo attività talvolta determinata persino da pulsioni anche di ordine patologico dell’agente.

Ad avvalorare la decisione il Tribunale di Milano osservava anche come lo stesso legislatore, con la previsione di cui al quarto comma dell’art.648 ter 1 C.P., avesse espressamente definito come non punibili tutte quelle attività finalizzate al mero uso o godimento personale del denaro, tra cui – ad avviso del Collegio di riesame stesso – anche i giochi e le scommesse.

La Procura della Repubblica, in disaccordo, ha impugnato l’ordinanza in Corte di Cassazione.

Preliminarmente la Suprema Corte osserva come il Tribunale di Milano sia pervenuto a tale decisione anche in osservanza all’art.12 delle disposizioni sulla legge in generale, che così recita:

Nell’applicare la legge non si puo’ ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore. Se una controversia non puo’ essere decisa con una precisa disposizione, si ha riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe; se il caso rimane ancora dubbio, si decide secondo i principi generali dell’ordinamento giuridico dello Stato.

Afferma, però, la Cassazione come nell’osservanza di tale principio occorra, per converso, evitare di sottrarre determinate situazioni alla legge stessa mediante una applicazione troppo restrittiva del predetto art.12, sopratutto in quei casi in cui il legislatore minus dixit quam voluit.

Ed ecco, allora, che ad avviso della Suprema Corte, in questi casi, soccorre necessariamente il ricorso ad una interpretazione estensiva che, pur nel rispetto del successivo art.14 circa l’ambito applicativo della legge penale, accerti l’esatto contenuto di una norma attraverso i mezzi consentiti dalla logica e dalla tecnica giuridica. Ecco, allora, che la Corte di Cassazione pone l’accento sulla similitudine oggi ravvisabile su forme di attività speculative tipiche (ad esempio edilizia), rispetto allo stesso “gioco in borsa” ed alla attività di scommesse su eventi sportivi, ritenendo che l’alea che caratterizza il gioco d’azzardo e la scommessa non sia molto dissimile rispetto a quella che caratterizza alcune attività finanziarie altamente speculative, quali i c.d. derivati, i futures o le molte forme di investimento finanziarie sui mercati delle merci, delle azioni, delle obbligazioni, sovente altamente rischiose per il capitale investito.

Sul tema, entrando negli aspetti specifici del gioco e della scommessa, la Corte di Cassazione evidenzia proprio la logica di attualizzazione del pensiero del legislatore e della ratio legis sottesa alla norma, osservando come il concetto di alea proprio dei giochi e delle scommesse non risulti ontologicamente inconciliabile con quello di rischio calcolabile (elemento che il Tribunale meneghino ha reputato insito nella sola attività di speculazione in senso stretto). Nell’affermare ciò la Cassazione fa riferimento alle moderne evoluzioni in tema di calcolo delle probabilità o altri sistemi matematici (algoritmi), spesso ampiamente diffusi e facilmente reperibili, capaci di quantificare le percentuali di rischio delle giocate e delle scommesse e, quindi, di controllare il rischio stesso quantomeno parzialmente, senza poi parlare – aggiunge la Corte Suprema – delle puntate multiple sulle scommesse o su i diversi risultati possibili, che possono addirittura azzerare il rischio di perdita del capitale, assicurandone peraltro la agevole “ripulitura” (la Corte, in proposito, fa l’esempio del giocatore che alla roulette punti la stessa somma sia su numeri pari che dispari, sia sul rosso che sul nero, o su tutti gli esiti possibili di una gara sportiva). In pratica ponendo l’attenzione su chi del gioco d’azzardo e sopratutto delle scommesse abbia fatto una vera e propria attività imprenditoriale dai rischi calcolati e dagli ingenti margini di profitto.

Di un certo interesse il passo della Sentenza in cui il Collegio della Corte di Cassazione prende persino in considerazione una pronuncia di segno opposto (Cass.n.9751/2019), resa peraltro in tempi recentissimi, per giunta dalla medesima sezione riguardo al gioco del lotto, ritenuto in quel caso escluso dal novero delle attività speculative.

In tale pronuncia, ricorda la Corte, si è ritenuta attività speculativa quella connotata dalla gestione razionale ed economica del rischio, così da minimizzare le occasioni di perdita e massimizzare quelle di profitto, essendo il fenomeno sempre caratterizzato da una sempre lucida e consapevole analisi del rapporto costi e benefici. In detta pronuncia, a sostegno della decisione, veniva anche richiamata la norma dell’art.23 TUF, che nel disciplinare i contratti relativi alla prestazione dei servizi di investimento ed accessori, esclude l’applicazione dell’art.1933 C.C. (sulla carenza di azione per conseguire il pagamento di un debito di gioco o di una scommessa ancorchè leciti). Ciò ad avvalorare la differenza tra l’attività speculativa di altro genere rispetto a quella di impiego del denaro in giochi e scommesse.

Ebbene, con la pronuncia in esame, il Collegio Supremo decidente non ha remore nell’affermare la non condivisione con il pregresso, ma pur recentissimo orientamento, ribadendo non sussistenti particolari differenze tra attività speculative in senso stretto e quelle di impiego di denari nel gioco d’azzardo e scommesse, procedendo così ad un percorso di consapevole attualizzazione della norma sotto il profilo del concetto di attività speculativa. Spaccatura, questa, rispetto alla precedente pronuncia, che potremmo ragionevolmente imputare al modo di intendere il gioco d’azzardo e la scommessa, che a seconda dei casi può effettivamente consistere in una attività perlopiù governata dall’alea (si pensi al lotto ed alle AWP – fino ad un certo punto date le percentuali cicliche di restituzione – e VLT) e protesa al normale uso del denaro, ma che in altre situazioni, sopratutto in materia di scommesse su eventi sportivi, in particolare se gestite da soggetti esperti, coadiuvati da sistemi ed algoritmi sofisticati e poco fallibili, può rappresentare un vero e proprio business, con altissimi margini di profitto e che, a seconda dei casi, potrebbe esporsi alla contestazione di “autoriciclaggio”.

Rilevante, in ordine a tale ultimo punto, l’argomento trattato nella Sentenza in esame riguardo alla genesi della disposizione penale sull’autoriciclaggio, intervenuta con legge 15 dicembre 2014, n.186 (art.3 comma 3). Norma introdotta, aggiunge la Corte, anche per assecondare varie sollecitazioni internazionali (ad esempio, l’OCSE, nel rapporto sull’Italia nel 2011, aveva paventato come la lacuna rischiasse di indebolire la legislazione anticorruzione; analogamente l’FMI, nel Rapporto sull’Italia del 2006, ne raccomandava l’introduzione anche alla luce delle esigenze investigative rappresentate dalle stesse autorità italiane).

La norma, come ricorda la Cassazione, ha comportato il superamento della tradizionale posizione, determinandosi la punibilità anche della condotta di autoriciclaggio con cui si tutela un bene giuridico diverso da quello del reato presupposto (si pensi al peculato, corruzioni, furto, frodi fiscali), quale è l’ordine pubblico economico.

La finalità è stata, così, ravvisata nell’evitare qualsiasi forma di reimmissione delle disponibilità di provenienza delittuosa all’interno del circuito economico legale, in tutti quei casi in cui la condotta sia tale da ostacolare concretamente l’identificazione della provenienza delittuosa. Condizione, questa, necessaria affinchè si possa configurare l’ipotesi di reato.