Il titolare di una impresa individuale, gestore di apparecchi da gioco, ha ricorso in Corte d’Appello a Firenze contro il provvedimento dalla Direzione Territoriale della Toscana e Umbria dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli che lo aveva ritenuto responsabile, quale proprietario di due apparecchi da gioco sprovvisti di codici identificativi e di nulla osta, della violazione dell’art. 110 TULPS.

L’unico motivo di doglianza del gestore consisteva nel negare di essere proprietario delle macchinette. Il primo giudice ha rigettato l’opposizione, convalidando la tesi dell’Amministrazione, costituitasi per resistere in appello, ossia affermando che non c’era motivo di dubitare.

L’appellante ha censurato la motivazione, ribadendo che non esiste alcuna prova sufficiente per ritenerlo proprietario delle macchinette illegali.

In appello il gestore, difeso dall’avvocato Cino Benelli, ha sostenuto le sue tesi e la Corte ha ritenuto che: “Non esistono altri atti o prove addotti dall’Amministrazione, ovvero assunti nel corso del processo di primo grado, dal momento che anche la testimonianza del proprietario dell’esercizio”, che attribuiva la proprietà degli apparecchi al gestore, “dapprima ammessa su istanza, è stata poi revocata dal giudice con provvedimento fuori udienza…

È dunque conclamata la mancanza di elementi sufficienti per attribuire al titolare la proprietà degli apparecchi, che comporta, quanto meno sotto il profilo della carenza probatoria, l’annullamento dell’ordinanza ingiunzione”.

E ancora: “Innanzitutto, l’istruttoria dell’Amministrazione – sulla quale integralmente incombe la prova di tutti gli elementi dell’illecito amministrativo … risulta talmente lacunosa che il giudice non è messo in grado di sapere quale sia l’oggetto dell’impresa esercitata dal gestore, non potendosi dunque neppure avere contezza di un collegamento logico fra l’attività del gestore e la disponibilità di macchine da gioco”.