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Qualcuno (a torto) pensa che “per la Liguria è fatta”, in quanto è stata annunciata una “proroga” di un anno sulla scadenza delle autorizzazioni e, magari, pensa (a torto) che per ottenerla è bastato sventolare 3000 posti di lavoro a rischio estinzione per vedersi riconosciuto quell’ascolto che per 5 anni non c’era stato. Qualcuno (a torto) pensa che per il Piemonte si farà più o meno lo stesso percorso.

In Liguria si sta affermando solo un principio di buon senso minimale, laddove l’Istituzione regionale ha preso atto che, per regolamentare un fenomeno così complesso come il gioco lecito, avente la mission di segregare quello illecito, non si può usare una Legge scritta per abolire il gioco legale, ma occorra farne una per ricondurlo a “perimetri giusti” e quelli attuali comunque non lo sono. Pensare che la Regione Liguria, dopo l’eventuale proroga, voglia far mettere le slot nelle corsie di ospedale o nei corridoi delle scuole è sciocco, così come è imprudente anche solo ipotizzare che la nuova legge regionale non metta seri paletti ad un fenomeno che sino ad ora è stato concepito senza contemplare il rispetto del territorio.

A Torino il 3 aprile prossimo si terrà l’Assemblea – evento di AS.TRO, in cui le maestranze e le imprese parleranno la stessa lingua, presentando nella città simbolo del lavoro la premessa per costruire le nuove basi di una riforma del gioco lecito, a cui nessuno ha sino ad ora pensato, che mette al centro la tutela dell’occupazione e non il mantenimento di certe performance finanziarie del comparto.

A Torino si cercherà di spiegare che il gioco legale deve affrancarsi dal concetto di mera soddisfazione delle aspettative erariali e rivendicare la necessità di essere una industria normale, con uno sviluppo normale e sostenibile, una tassazione allineata agli standard europei e una marginalità operativa idonea a mantenere il valore aggiunto di ogni industria (anche quella “particolare” del divertimentificio), ovvero il lavoro, soprattutto quello giovanile, quello specializzato, quello qualificato.

Tutto “oggi giorno” fa male, persino il prosciutto D.O.P. e non è scopo dell’industria “seria” del gioco lecito rincorrere perizie psichiatriche che elevino la spesa di gioco ad una virtù; tuttavia, quando un prodotto non “cala dall’alto”, non è imposto da convenzioni internazionali, ma si trova al cospetto di una mission pubblica di gestione di una domanda di servizio “di massa”, alimentata negli ultimi 15 anni da oltre 30 milioni di persone, definirla “piaga” o “elemento cancerogeno” non aiuta né lo stomaco, né la personalità delle persone; esse mangeranno sempre prosciutto e giocheranno sempre, ma è dovere delle Istituzioni “utilizzare” (e non estromettere o far estinguere per soffocamento tributario o normativo) le imprese selezionate per distribuire il gioco autorizzato, per realizzare un modello industriale che tuteli il consumatore – per primo – e l’Erario poi.

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