Annullato il sequestro delle dei pc all’interno di un esercizio pubblico in quanto ritenuti essere stati utilizzare per effettuare scommesse illegalmente. E’ quanto ha disposto il Tribunale di Crotone con una sentenza del 21 novembre scorso.

Con ricorso in opposizione ad ordinanza di ingiunzione depositato nel marzo scorso una ditta esponeva di avere ricevuto un controllo amministrativo nel 2018 da parte dei militari della Guardia di Finanza della tenenza di Crotone, unitamente a personale di ADM -Sezione Operativa Territoriale di Catanzaro; – che in tale occasione venivano rinvenuti nei locali della ricorrente due postazioni internet complete di case, monitor, tastiera e mouse, nella disponibilità dei clienti, per la libera navigazione sul WEB che attraverso la connessione telematica consentivano di giocare sulle piattaforme di gioco messe a disposizione dei concessionari online, da soggetti autorizzati all’esercizio dei giochi a distanza, ovvero da soggetti privi di qualsiasi titolo concessorio o autorizzatorio rilasciato dalle competenti autorità; – che le ridette apparecchiature venivano poste sotto sequestro;  che con successivo provvedimento le era stato ingiunto il pagamento della sanzione amministrativa pari ad 20.000,00 nonché la confisca delle apparecchiature sequestrate; che l’accertamento e la relativa contestazione erano nulle in quanto gli accertatori avevano effettuato le verifiche alla sola presenza del marito della ricorrente, soggetto non dotato delle necessarie conoscenze sull’attività di punto vendita e ricariche gioco e legittimato al più a sottoscrivere il verbale; – che le dichiarazioni rese non erano opponibili alla ricorrente; – che le sanzioni applicate erano illegittime per errata interpretazione delle norme di cui all’art. 1, comma 646, della legge 23/2014 n. 190 e all’art. 1, comma 923, della legge 208/2015; – che la condotta sanzionata aver messo a disposizione dei clienti le apparecchiature per poter giocare su una piattaforma di gioco a distanza non era di per sé sufficiente ad integrare la condotta sanzionata in quanto il cliente per poter giocare online avrebbe dovuto essere titolare di un conto gioco (a seguito di sottoscrizione di contratto con un concessionario di gioco a distanza) e delle credenziali di accesso; – che con Circolare n. 0019453 del 6/3/2014 l’Agenzia dei Monopoli aveva delimitato il concetto di apparecchiature che, attraverso la connessione telematica, consentano ai clienti di giocare sulle piattaforme di gioco messe a disposizione dai concessionari on-line indicandone le caratteristiche fisiche: apparecchi terminali, collegati ad internet o funzionanti tramite intranet con collegamenti che consentono una navigazione a circuito chiuso, collocati presso esercizi pubblici o circoli privati ed utilizzati per l’effettuazione di giochi on-line, attraverso la connessione a siti illegali, con una struttura dotata di schermo touch-screen, tastiera di comando anche virtuale e dispositivi vari, atti a consentire la lettura elettronica del documento di identità, l’inserimento di smart card che abilita al gioco sull’apparecchiatura e l’introduzione di banconote per ricaricare la smart card utilizzata i cc.dd. totem di gioco; che non rientravano nel novero di tali apparecchiature i pc messi a disposizione della clientela da parte della ricorrente per la libera navigazione aveva vietato la messa disposizione presso gli esercizi pubblici di qualsiasi tipologia di apparecchiature idonee a consentire la connessione telematica al  web; – che vigente il principio di tassatività ex art. 1 della legge n. 689/81 ne conseguiva il divieto di interpretazione estensiva delle norme che introducono un illecito amministrativo; – che l’attività svolta dalla ricorrente era altra rispetto a quella contemplata dall’art. 7, comma 3-quater, D.L. n. 152/2012 (c.d. Decreto Balduzzi), sanzionata dall’ art. 1, comma 923, L. n. 208/2015; – che dai verbali redatti dalla convenuta non era desumibile che le apparecchiature rinvenute nei locali gestiti della ricorrente fossero destinati esclusivamente al gioco; – che la ricorrente aveva stipulato con un concessionario dello Stato un contratto di PVR (punto vendite ricariche) e che l’attività di ricarica era l’unica attività secondaria svolta; – che dal verbale di accertamento compiuti era possibile risalire solo al fatto che i pc in uso presso i locali consentivano il libero accesso ad internet e che la connessione ai siti di gioco non era inibita; – che le foto prodotte dagli accertatori che ritraevano siti di gioco era stato frutto di una prova effettuata dai militari allo scopo di verificare che i computer potevano connettersi anche ai siti dei concessionari di gioco online in quanto i computer al momento dell’accesso presentavano la homepage di google; – che durante l’accertamento i militari non rinvenivano somme di denaro in qualche modo riconducibili ad una raccolta di gioco e non riscontravano giocatori connessi ai siti di gioco, né atti ad effettuare giocate; – che la ricevuta rinvenuta nel cestino (promemoria di giocata recante data diversa da quella del giorno dell’accertamento) non poteva assurgere a prova che l’utente si fosse collegato da quei locali e la stampante termica era necessaria per la stampa di ricevute di bollette e di ricariche; – che l’ordinanza di ingiunzione era stata emessa dall’Agenzia dei Monopoli oltre il termine di cui allart.19 della legge n. 689/81 (sei mesi dal sequestro) con conseguente inefficacia del sequestro, impossibilità di disporre la confisca delle apparecchiature e, ove distrutte, obbligo di risarcimento, anche in via equitativa, a carico dell’amministrazione.

Per il giudice:

Gli elementi in esame sono indicativi non della destinazione in via di normalità dei p.c. sequestrati a consentire agli avventori la pratica del gioco on line, quanto piuttosto dello svolgimento all’interno dell’esercizio commerciale, dell’attività di vendita di ricariche dei conti di gioco per conto dei concessionari, che non rientra nell’ambito di applicazione della norma che configura lillecito amministrativo di cui si discute.
Non assume rilevanza la circostanza che i verbalizzanti abbiano tentato la connessione ed abbiano potuto connettersi a siti di gioco on line, in quanto tale circostanza non può avere un rilievo così fondamentale da consentire al Tribunale di ritenere che uno o più clienti abbiano effettivamente utilizzato i p.c. per giocare on line
“. (foto di repertorio)

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