Il Consiglio di Stato, Settima Sezione, ha accolto il ricorso di ADM, per l’annullamento delle pronunce del Tar con le quali era stato disposto l’annullamento delle rate scadute delle integrazioni alle quote di prelievo a titolo di minimi garantiti, per il biennio 2000-2002, relativamente a nove concessioni di concessioni “storiche”, poi revocate ai sensi dell’art. 4-bis del d.l. n. 59/2008, convertito dalla legge n. 101/2008.

Per i giudici della Settima Sezione “il legislatore statale è intervenuto sulle concessioni storiche nel 2003 (art. 8, commi 5 e 6, decreto legge n. 147/2003, art. 39, comma 12-bis, decreto legge n. 269/2003 e art. 4, comma 194, lett. b), legge n. 350/2003) ed ha rivisto le condizioni economiche originariamente stabilite.

Ha previsto, dunque, che le somme dovute dai concessionari a titolo di minimi garantiti per gli anni 2000, 2001 e 2002, non ancora versati, fossero oggetto di una riduzione pari al 33,3 per cento dell’importo originario, e che il relativo pagamento venisse dilazionato in rate annuali di pari importo, da versare a decorrere dal 30 ottobre di ciascun anno, a partire dal 2004.

L’Amministrazione ha recepito dette nuove condizioni economiche con la deliberazione del Commissario straordinario Unire n. 107 del 14 ottobre 2003.

Sulla base di questa delibera, l’Amministrazione ed i concessionari hanno stipulato gli atti integrativi rispetto alle convenzioni pendenti.

La deliberazione in questione poggia sul concetto di ‘regolarizzazione’ della posizione dei concessionari ‘mediante definizione agevolata’: si prevede che gli operatori prestino garanzia fideiussoria e che in cambio ottengano riduzione della percentuale di prelievo e rateizzazione degli anni 2000, 2001 e 2002 fino al 2011.

Letteralmente, la convenzione prevede un termine fino al 30 ottobre 2011; in subordine, fino all’affidamento delle nuove concessioni; in ultima istanza, comunque sia, non oltre il 31 dicembre 2011.

Inoltre, in caso di mancato pagamento anche di una sola rata, è dichiarata la decadenza delle concessioni ed è prevista la escussione delle fideiussioni.

Nel caso all’esame, va precisato in fatto, non è stato richiesto il pagamento per mancato versamento della rata, ma è stato richiesto l’intero importo dovuto, senza beneficio della rateazione, con la motivazione che le concessioni sono state revocate ex lege nel mese novembre 2010.

Risulta acclarato per tabulas, dunque, senza dubbio alcuno, che tutto ciò sia avvenuto ante 31 dicembre 2011.

È poi accaduto che il decreto Bersani (art. 38, comma 4, lett. l) del d.l. n. 223/2006) abbia previsto l’adozione di misure di salvaguardia da parte di Monopoli: “l) definizione delle modalità di salvaguardia dei concessionari della raccolta di scommesse ippiche disciplinate dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 8 aprile 1998, n. 169”.

L’art. 38 è stato poi abrogato dall’art. 10, co. 5 lett b) DL n. 16/2012:

b) relativamente alle quote di prelievo di cui all’articolo 12 del decreto del Presidente della Repubblica 8 aprile 1998, n. 169 ed alle relative integrazioni, definizione, in via equitativa, di una riduzione non superiore al 5 per cento delle somme ancora dovute dai concessionari di cui al citato decreto del Presidente della Repubblica n. 169 del 1998 con individuazione delle modalità di versamento delle relative somme e adeguamento delle garanzie fideiussorie. Conseguentemente, all’articolo 38, comma 4, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, la lettera l) è soppressa”.

La Corte Costituzionale, con la sentenza 20 novembre 2013, n. 275 (in Gazz.Uff., 27 novembre, n. 48), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della presente lettera, limitatamente alle parole «non superiore al 5 per cento».

Il ragionamento della Corte, pertanto, non si è fondato sul disconoscimento delle ragioni dei concessionari, ma sull’irragionevolezza della previsione di una percentuale secca e lineare, ferma la legittimità costituzionale della restante parte della disposizione.

Ciò consente di affermare che le somme da rideterminare, alla luce della citata pronuncia della Corte Costituzionale, siano solamente quelle maturate per periodi successivi al decreto legge 223/2006, e non anche quelle concernenti i periodi anteriori.

Erra, pertanto, il TAR, nel ritenere che non debbano essere trattate differentemente le somme concernenti il biennio 2001/2002, che sono quelle oggetto dell’odierna materia del contendere, e quelle cd. post decreto Bersani.

Al di là del dato testuale è decisiva, ai fini del decidere, la considerazione, di carattere funzionale e sistematico, per cui quando la Corte costituzionale, nel 2013, ha deciso sui minimi garantiti per gli anni dal 2006 al 2010, le ragioni dell’impugnazione prima, e poi quelle della rimessione alla Corte, erano incentrate sul fatto che l’Amministrazione non aveva ancora approvato le misure di salvaguardia previste dal decreto Bersani, e che poi, subito dopo l’emanazione del decreto 2012, aveva applicato la percentuale fissa del 5%, sospettata di illegittimità costituzionale sia come legge provvedimento, sia quale previsione irragionevole.

All’epoca della rimessione alla Corte, dunque, lo squilibrio era dovuto ad un accadimento storico ben preciso, e cioè alla liberalizzazione introdotta dal decreto Bersani, mentre nel caso che ci occupa la transazione agevolata del 2003 aveva avuto ad oggetto la gestione di un altro squilibrio.

In conclusione, dunque, proprio la circostanza che il biennio 2000/2002 fosse stato già fatto oggetto di definizione agevolata, rende ragione del fatto che la percentuale di sconto, al tempo, fosse stata prevista in una soglia molto alta, pari al 33%.

Quel biennio non può trovare ulteriore diminuzione, avendo il decreto Bersani, un senso logico, prima ancora che giuridico, solo per i nuovi minimi, per i quali infatti si era demandata all’Amministrazione l’emanazione di nuove misure.

In definitiva, dunque, ad avviso della Sezione, l’argomento letterale riferito al d.P.R. del 1998 concerne solamente il concetto giuridico del prelievo sui minimi, ma non anche quello delle percentuali.

Peraltro, la tesi difensiva della società appellata si scontra anche con un dato controfattuale: a tutto volere concedere, infatti, qualora si ritenesse che il quadro giuridico ed economico definito in via agevolata nel 2003 non si sia ancora cristallizzato, ciò significherebbe rinunciare al beneficio del 33%, il che – ovviamente – non può essere interesse della concessionaria ottenere.”

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