Consiglio di Stato

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Settima) ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Ministero dell’Economia e delle Finanze, in cui si chiedeva la riforma della sentenza breve del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda) n. -OMISSIS-, resa tra le parti.

Nella sentenza si legge quanto segue: “Avanti il giudice di primo grado l’odierno appellante ha chiesto l’annullamento, previa sospensione, del decreto direttoriale con cui il Dirigente della Direzione Interregionale per la Puglia, il Molise e la Basilicata dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Ufficio dei Monopoli, Sezione Operativa Territoriale di Brindisi, ha disposto la revoca della concessione della ricevitoria del lotto n. (…), sita in San Vito dei Normanni (BR) e intestata alla ricorrente, nonché la disdetta del contratto stipulato con la medesima per la gestione della ricevitoria del lotto n. (…) avente decorrenza dal 1.10.2012 e scadenza il 30.9.2021 e il contestuale incameramento di € 16.500,00 del deposito cauzionale costituito a garanzia dell’esatta osservanza degli obblighi contrattuali, nonché di ogni ulteriore atto esecutivo, presupposto, connesso e/o conseguenziale.

L’odierna appellante gestisce da circa trent’anni la concessione della ricevitoria del lotto e la rivendita ordinaria di generi di monopolio. L’amministrazione resistente, verificando reiterate inottemperanze consistenti in ripetuti ritardi nei versamenti settimanali, nonché ulteriori omessi versamenti, procedeva alle intimazioni di rito comunicando che, in caso di inottemperanza, si sarebbe avviato il procedimento di revoca, sospendendo altresì, a fronte degli omessi versamenti, in via cautelativa i terminali lotto.

Seguiva una fase in contraddittorio in cui l’odierna appellante veniva ascoltata e presentava memorie scritte. In sintesi, questa giustificava i cennati inadempimenti in virtù di una serie di reati di cui era stata vittima, ritualmente denunciati – usura e rapina – nonché truffa in suo danno da parte del proprio legale.

Verificate nel dettaglio tali allegazioni, queste non venivano ritenute sufficienti dall’Amministrazione odierna resistente che, a fronte delle reiterate inottemperanze e del persistere degli omessi versamenti, ravvisava la particolare negligenza del ricevitore, con pregiudizio del vincolo fiduciario, in relazione alla particolare natura dell’attività svolta dallo stesso che, in quanto agente contabile, è incaricato di maneggio di denaro pubblico.

Il giudice di prime cure ha ritenuto le ragioni dell’Amministrazione di per sé sufficienti a smentire e a far perdere di rilevanza giuridica le doglianze del ricorrente. Richiamando precedente giurisprudenza della Sezione, ha respinto il gravame in quanto manifestamente infondato.

Con ordinanza n. -OMISSIS- il Consiglio di Stato, Sezione Quarta, ha respinto l’istanza cautelare, non rilevandone la sussistenza dei presupposti, anche alla luce dei principi elaborati nella decisione della stessa Sezione n.-OMISSIS-.

In sede di appello, la parte non ha articolato specifici motivi, riproponendo i motivi dedotti in primo grado e deducendo tuttavia nella sostanza:

-che l’Amministrazione e il primo giudice non hanno tenuto conto né delle osservazioni presentate né dei contenuti dell’audizione svolta, omettendo di valutare il presupposto necessario di accertamento dell’elemento soggettivo della responsabilità colpevole del debitore e delle specifiche circostanze rappresentate concernenti i reati di cui la stessa è stata vittima che hanno determinato gravi difficoltà economiche;

-che i ritardi nei versamenti sarebbero di lievissima entità e le omissioni complessive per circa 13.000 Euro, di talché l’appellante aveva manifestato espressa disponibilità a restituire le somme da pagare con trattenuta settimanale del 50% dell’aggio;

-che il precedente invocato dal primo giudice a fondamento della decisione afferisce a fattispecie completamente distinta, afferente a generici problemi familiari e non a documentate cause asseritamente di forza maggiore;

-che la decisione dell’Amministrazione, ai sensi delle norme vigenti, non ha carattere vincolato, come erroneamente ritenuto dal TAR, ma presuppone l’obbligo per la PA di ponderare caso per caso la sussistenza delle circostanze per l’emanazione del provvedimento di revoca, secondo un potere di natura discrezionale che deve tenere conto della gravità dell’infrazione, dell’imputabilità dell’irregolarità contestata e dell’esistenza di circostanze potenzialmente esimenti.

Di conseguenza, la revoca disposta sarebbe illegittima in quanto adottata sul mero rilievo della presenza di clausole del contratto per la gestione del servizio che imponevano la sanzione della decadenza in ipotesi di inadempimento degli obblighi di versamento da parte del concessionario alle scadenze predeterminate, mentre tali clausole dovrebbero essere interpretate in conformità dell’art.1218 c.c. che esclude la responsabilità negoziale del debitore ogni qualvolta vi siano cause non imputabili al medesimo, anche nei casi in cui la risoluzione sia disposta a seguito di mancato riscontro della diffida ad adempiere.

L’appello è infondato.

Osserva il Collegio, preliminarmente, che come evidenziato nella sentenza del Consiglio di Stato, Sezione Quarta, n.-OMISSIS-, che ha richiamato la sentenza del Consiglio di Stato, Sezione Seconda, n.1790/2020, “la vendita dei generi di monopoli è associata ad un regime improntato a una particolare severità, in quanto il concessionario è investito di specifiche responsabilità e l’Amministrazione ha la facoltà di prevedere, oltre a quelle previste dall’art. 34 della legge n. 1293 del 1957, ulteriori ipotesi di revoca in sede di disciplina del rapporto concessorio, rispetto alle quali il gestore manifesta il proprio consenso mediante la sottoscrizione del contratto allo specifico scopo di garantire la tutela di interessi generali, quali la liceità del gioco e la realizzazione del prelievo fiscale. La detta giurisprudenza ha efficacemente rappresentato che la funzionalità del sistema sotto il profilo finanziario e contabile, richiede la massima certezza di regolarità dei flussi finanziari, sicché anche il solo ritardo nel pagamento costituisce una violazione legittimante l’adozione del provvedimento di revoca”. E inoltre, che “la ratio delle disposizioni concernenti la revoca è costituita dal venir meno, al ricorrere di determinati presupposti, del rapporto di fiducia nei confronti del ricevitore, il quale, a causa del proprio inadempimento, diviene inaffidabile, per cui la revoca e la conseguente decadenza, nel caso di specie, sono state legittimamente adottate”.

Quanto alle specifiche doglianze, va rilevato poi:

– che non trova riscontro negli atti di causa la circostanza dedotta del mancato accertamento, da parte dell’Amministrazione, dell’elemento soggettivo della responsabilità colpevole del debitore nonché l’espressa motivata valutazione delle circostanze rappresentate. Risulta invero dagli atti di causa che è stato ritualmente esperito un procedimento in contraddittorio e che le allegazioni dell’appellante, in particolare riferite ai reati di cui essa è stata vittima, sono state analiticamente valutate e non considerate tali da giustificare le condotte contestate configuranti la violazione dell’articolo 2 del disciplinare;

– che non è condivisibile quanto dedotto dall’appellante circa la lievissima entità delle condotte contestate. Risultano invero documentati agli atti di causa plurimi e reiterati ritardati versamenti nonché tre omessi versamenti per un valore complessivo di 13.594,32 Euro. Non può dubitarsi, al riguardo, circa il requisito della particolare gravità delle condotte descritte, sia in termini di reiterazione che avuto riferimento all’indebito trattenimento di somme di proprietà dell’Erario, oggetto peraltro di informativa alla locale Procura della Repubblica e alla Procura Regionale della Corte dei Conti, rivestendo l’interessata la qualità di incaricato di pubblico servizio. Né la proposta di rateizzazione del debito, restando ferma la reiterata violazione degli obblighi contrattuali, avrebbe potuto far venir meno la conseguenza rappresentata dal provvedimento di revoca, tenuto conto dei termini previsti (5 giorni) per rimediare ad eventuali ritardi nei pagamenti;

– che non è fondato quanto dedotto in merito all’asserito errato riferimento, da parte del giudice di prime cure, alla precedente sentenza dello stesso TAR per il Lazio n. 3110/2020, in quanto specificamente afferente a un provvedimento di revoca adottato per inadempienza alla diffida dell’Amministrazione e conseguente venir meno del rapporto fiduciario, stante, come si dirà, il carattere oggettivo della violazione degli obblighi a fronte del disposto contrattuale;

– che, richiamando la citata sentenza del Consiglio di Stato, Sezione Quarta, n.-OMISSIS-, va condiviso che “il potere amministrativo discrezionale sia stato esercitato ed interamente consumato con la previsione delle clausole del disciplinare e la sottoscrizione dello stesso, sicché, una volta inveratasi la fattispecie astratta prevista dalla fonte convenzionale, l’Agenzia concedente non ha alcun margine di ulteriore apprezzamento, ma è tenuta a revocare la concessione. In altri termini, l’Amministrazione ha esercitato il suo potere discrezionale nell’individuare la fattispecie in cui l’inadempimento della parte si configura di una consistenza tale da ledere il rapporto fiduciario e, di conseguenza, da precludere la prosecuzione del rapporto concessorio”.

L’appello, pertanto, va rigettato in quanto infondato.

Sussistono peculiari ragioni per la compensazione delle spese del presente giudizio di appello tra le parti.”

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